Su su, le pugne del Carrone ondoso, Cantori, ergansi al ciel: provò 'l mio braccio Caraco audace, e pien di scorno e d'ira Fugge pei campi del domato orgoglio.
Ei ben lungi tramonta, appunto come Vapor dell'aria, che nel sen rinchiude Spirto notturno, allor che il vento avverso Lo rispinge dal monte, e 'l bosco oscuro
Di fosca luce da lontan rosseggia. Ma parmi aver inteso Voce simile al soffio Di fresco venticello,
Che spira da' miei colli. Ah saria questa La voce della bella Cacciatrice di Galma, Della figlia di Sarno
Dalla candida mano? Guarda dalla collina, amor mio dolce, Corri veloce: Fammi sentir quella che il cor mi molce
Gentil tua voce. O amabilissimo Figlio di morte, Sempre caro e vezzoso.
Prendimi teco Dentro lo speco Del tuo riposo. Sì, del riposo mio
Nello speco verrai: Cessaro i nembi omai, E lieto arride a' nostri campi il Sole. O bella cacciatrice,
Rendi felice Il tuo diletto sposo. Vientene meco Dentro lo speco
Del mio riposo. O che veggio? che ascolto? No non m'inganno: egli è Fingallo, ei vive, Ei torna pien della sua fama; io sento
La man delle battaglie: oimè, oimè, Che vicenda improvvisa, Che tumulto d'affetti, M'affoga il cor! Sento ch'io manco: è d'uopo
Che a riposarmi io vada Dietro di questa rupe, Finché la foga dell'affannat'alma Ha posa e calma.
Stiami l'arpa da canto, E voi, figlie di Morni, Sciogliete il canto. Comala in Arven tre cervetti uccise;
Mira la fiamma Che là sovra la rupe alto risplende. Vanne al convito, Re di Morven selvosa,
Che la tua sposa - con desio t'attende. Ma voi, figli del canto, alzate al cielo Del Carron le battaglie, onde s'allegri La verginetta dalla bianca mano,
Finché dell'amor mio la festa io miro.
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