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1730–1808

SCENA III

Melchiorre Cesarotti

O dalle cime del funesto Crona, Densa nebbia, precipita, e sull'orme Del cacciator ti spargi; agli occhi miei I suoi passi nascondi, ond'io non vegga

La rimembranza dell'estinto amico. Son disperse le squadre Della battaglia, e le affollate genti Più non stringonsi intorno

Al fier rimbombo del percosso scudo. Corri sangue, o Carron; del popol forte Caduto è 'l capo. Chi, rispondi, chi

Figlio dell'atra notte, Chi cadeo del Carrone Sopra le sponde erbose? er'egli bianco Come in Arven la neve? era ridente

Come l'arco piovoso? aveva i crini Morbidi come nebbia, Lucidi come raggio? Era tuono in battaglia, e cervo al corso?

Oh veder potess'io Il diletto amor mio dolce pendente Dalla collina sua! veder potessi Il rosseggiante sguardo

Fosco di pianto, e la vermiglia guancia Mezzo tra 'l crine ascosa! O auretta leggiera, Deh soffia un cotal poco,

E i bei capegli inalza, e fa' ch'io scorga Il candidetto braccio, E 'l caro volto nel dolor sì bello. O narrator della dolente istoria,

Dunque è caduto di Comallo il figlio? Già sul colle Il tuon romoreggia Il lampo fiammeggia,

Sopra penne di foco: ah no, non temo. E che temer poss'io, Se 'l mio Fingallo è spento? Deh dimmi, autor della dolente istoria,

Dunque cadeo lo spezzator di scudi? Son dispersi pei colli i duci nostri, Né più la voce di Fingallo udranno. Venga sulle tue tracce orror di morte,

Distruzion ti colga, o re del mondo; Pochi sieno i tuoi passi Verso la tomba, e sulla tomba strida Vergine afflitta, e com'io son, tal sia

Nei dì di giovinezza Squallida, desolata e lagrimosa. Perché, crudo Idallano, M'hai tu detto sì tosto

Ch'era spento il mio eroe? per poco ancora Avrei pasciuto il core Di soave lusinga; avrei potuto Fingermi il suo ritorno, e mille obietti

Con grazioso inganno Sedotto avrian l'innamorata mente. Sopra lontana rupe, In un tronco, in un sasso

L'avrei forse veduto, e 'l suon del vento Al desioso orecchio Avria sembrato del suo corno il suono. Oh foss'io adesso almeno

Del Carron sulle sponde; E riscaldar potessegli Le fredde e smorte guance Coll'amorose lagrime!

No, sul Carron non giace; in Arven tosto Gli ergon la tomba i duci: ah dalle nubi Tu risguardalo, o luna; in sul suo petto Splenda il tuo raggio, onde al fulgor dell'armi

Comala il riconosca, e in lui s'affisi. Fermatevi, fermate O figli della tomba, Finch'io veggo il mio amore: egli soletta

Lasciommi a caccia; io non sapeva, ahi lassa! Ch'ei n'andasse alla pugna. Ei colla notte Promise di tornar. Così ritorni, Fingal diletto, o dell'oscura grotta

Tremulo figlio, e perché mai non dirmi Ch'egli cadrebbe? lo tuo spirto il vide Perir nel sangue de' suoi prodi avvolto, E a Comala il tacesti,

Onde più acerba e grave Scendesse al cor l'inaspettata doglia. Ma qual fragore Gli orecchi fiede?

Ma qual fulgore Splender si vede D'Arven colà nella soggetta valle? Chi è costui, che viene

Alla possa dei fiumi somigliante, Quando l'onde affollate Splendono a' rai della vibrante luna? E chi puot'esser altro,

Che 'l mio nemico, l'esecrabil figlio Del re del mondo? ombra di Fingal, vieni, Reggi, reggi Dalla tua nube

L'arco di Comala, Sicch'egli infiggasi Nell'empio petto, e qui trafitto caggia Come cervo in deserto: ah no, che veggio?

Questa, sì questa del mio Fingallo è l'ombra, Che a me sen viene Dal suo cupo soggiorno;

Ed ha d'intorno Le schiere pallide Della sua morta gente. Mio desio,

Amor mio, Perché vieni A spaventarmi, A consolarmi

L'alma languente?

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