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1730–1808

SCENA I

Melchiorre Cesarotti

Già la caccia è compita; Altro in Arven non s'ode Che 'l romor del torrente. Vieni, o figlia di Morni,

Dalle rive del Crona. Lascia l'arco, Prendi l'arpa; La notte avanzisi

Tra dolci cantici, Tra feste, e giubili; E larga spandasi Per Arven tutto la letizia nostra.

È ver, la notte avanza, O verginetta dall'azzurro sguardo, E già la valle imbruna; Ma non mi punge il core

Desio di canto, che poc'anzi io vidi Vision che m'adombra. Io vidi un cervo Lungo il ruscel di Crona, e mi parea Per lo buio dell'ombre

Una parte del colle; Ma quei si scosse, e via fugginne a slanci. Vapor focoso s'aggirava intorno Alle ramose corna, e fuori uscieno

Dalle nubi del Crona Le rispettate facce Degli avi nostri: or che vorrà dir questo? Lassa, che ascolto mai!

Se non erran gli auguri, Questi son certi indizi della morte Del gran Fingallo; ahimè, Caduto è 'l forte impugnator di scudi;

Caraco è vincitor. Comala scendi; Scendi infelice Figlia di Sarno Dal colle ombroso.

Vieni coi gemiti, Vien colle lagrime; Perì 'l tuo sposo. Caduto è 'l giovinetto

Delizia del tuo core; E forse in questo punto Erra sui nostri colli, Vago di rivederti,

L'innamorato spirto. Vedi là come siede Comala abbandonata: a' piedi suoi Stanno due grigi cani,

E van crollando le pendenti orecchie, E addentano l'auretta. Fa del braccio colonna All'infiammata guancia, e sparsa al vento

La bruna chioma le percote il volto. I begli occhi cilestri Rivolge ai dolci campi Della promessa: o caro Fingal, grida,

Presso è la notte, e tu non giungi ancora?

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