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1730–1808

OSCAR E DERMINO

Melchiorre Cesarotti

Figlio d'Alpin, perché l'amara fonte Schiudi del mio dolor? perché mi chiedi Come cadde Oscar mio? Perpetuo pianto M'acceca gli occhi, e la memoria acerba

Riflette sopra il core i raggi suoi. Come poss'io narrar la triste morte Del duce delle schiere? O de' guerrieri, Oscar mio condottiero, Oscar mio figlio,

Non potrò rivederti? egli cadeo Come Luna in tempesta, o come il Sole A mezzo il corso suo, quando dall'onde S'alzan le nubi, e oscurità di nembo

Le rupi d'Ardannida involve e copre. Ed io misero, ed io solingo e muto Vommi struggendo come in Morven suole Antica quercia: procelloso turbo

Scosse, e sterpò tutti i miei rami, ed ora Tremo del nord alle gelate penne. Condottier dei guerrieri, Oscar mio figlio, Non ti vedrò più mai? Ma che? non cadde,

Figlio d'Alpin, l'eroe come in campo erba Senza far danno: sul suo brando stette De' prodi il sangue, e con la morte accanto, Ei passeggiò tra le orgogliose schiere.

Ben Oscar tu, tu figlio di Carunte, Cadesti umile: de' nemici alcuno Non provò la tua destra, e la tua lancia Tinse, e macchiolla dell'amico il sangue.

Eran Dermino e Oscar duo corpi e un'alma: Essi fean messe di nemiche teste, Se moveano alla pugna. Erane forte Come il lor brando l'amistade, e in mezzo

Marciava il lor duo la morte in campo. Piombavan ei sopra il nemico, appunto Quai duo gran massi dall'arvenie cime Rovinosi si svelgono; tingea

I brandi lor de' forti il sangue, e l'oste Svenia soltanto in ascoltarne il nome. Chi era, fuorché Oscar, pari a Dermino, E chi, fuorché Dermino ad Oscar pari?

Essi uccisero Dargo, il forte Dargo, Che timor non conobbe. Era sua figlia Bella come il mattin, placida e dolce Come raggio notturno. Erano gli occhi

Due rugiadose stelle; oliane il fiato Siccome venticel di primavera; E le mammelle somigliavan neve Scesa di fresco, che in candidi fiocchi

Va roteando in su la piaggia aprica. La videro i guerrier, l'amaro, e in essa Avean chiovati i cor; ciascun l'amava Quanto la fama sua; ciascuno ardea

Del desio d'ottenerla, o di morire. Ma l'anima di quella era confitta Solo in Oscarre; Oscarre è 'l giovinetto Dell'amor suo: del padre il sangue sparso

Scorda, e la man che lo trafisse adora. Oscar, disse Dermino, io amo, io amo Questa donzella, ma 'l suo cor, lo veggo, Pende ver te, nulla a Dermin più resta.

Su trafiggimi, Oscar porgi soccorso Con la tua spada, amico, ai mali miei. Figlio di Diaran, come? che dici? Non fia giammai che di Dermino il sangue

Macchi il mio ferro. - Ohimè, qual altro dunque, Fuorché tu sol, di trapassarmi è degno? Amico, ah non lasciar che la mia vita Sen passi senza onor, non lasciar ch'altri,

Ch'Oscar, m'uccida: alla mia tomba illustre Mandami, e rendi il mio morir famoso. E ben; snuda l'acciar, Dermino, adopra La tua possanza: oh cadess'io pur teco,

E di tua man morissi! Ambo pugnaro Dietro la rupe, là sul Brano: il sangue Tinse l'onda corrente e si rapprese Sulle muscose pietre: il gran Dermino

Cadde, e alla morte nel cader sorrise. Figlio di Diaran, cadesti adunque Per la mano d'Oscar? Dermin, che in guerra Non cedesti giammai, veggoti adesso

In tal guisa cader? Rapido ei parte, E alla donzella del suo amor ritorna. Ei torna, ma ben tosto ella s'accorse Della sua doglia: o figlio di Carunte,

A che quel buio? e qual tristezza adombra La tua grand'alma? Io fui famoso un tempo, Disse, per l'arco; or la mia fama è spenta. Presso il rio della rupe, ad una pianta,

Del possente Gormir che uccisi in guerra, Stassi appeso lo scudo: io tutto giorno Faticai vanamente, e mai con l'arco A forarlo non giunsi. Or via, diss'ella,

Provar vogl'io l'esperienza, e l'arte Della figlia di Dargo: a scoccar l'arco Fu la mia man per tempo avvezza, e 'l padre Nella destrezza mia prendea diletto.

Ella ne va; dietro lo scudo ei ponsi; Vola la freccia, e gli trapassa il petto. Oh benedetta quella man di neve, E benedetto quell'arco di tasso!

Cara, fuorché la tua, qual altra destra D'uccidermi era degna? or tu, mia bella, Sotterrami, e a Dermin riponmi accanto. Oscar, disse la bella, ho l'alma in petto

Del forte Dargo; con piacer anch'io Posso incontrar la morte, e con un colpo Dar fine al mio dolor. Passò col ferro Il bianco sen, tremò, cadde, morio.

Presso il ruscello della rupe or poste Son le lor tombe, e le ricopre l'ombra Inugual d'una pianta; ivi pascendo Sulle verdi lor tombe errano i figli

Della montagna, di ramosa fronte, Quando il meriggio più fiammeggia e ferve, E sta silenzio su i vicini colli.

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