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1730–1808

OITONA

Melchiorre Cesarotti

Buio fascia Dunlatmo, ancor che mezza La faccia sua su la pendice alpestre Mostri la Luna. Ad altra parte il guardo Volge la bianca figlia della notte,

Perché vede il dolor che s'avvicina. Gaulo è già su la piaggia; e pur non ode Suono alcun nella reggia, e non osserva Tremolar per le tenebre notturne

Verun solco di luce, e non ascolta Di Duvranna sul rio la grata voce Dell'amabile Oitona. - Ove se' ita Nel fior di tua beltà, figlia di Nua,

Vaga donzella da la nera chioma? Ove ne andasti tu? Latmo è nel campo, Ma nelle sale tue tu promettesti Di rimaner, tu promettesti a Gaulo

Di rimaner nelle paterne sale, Finch'ei tornasse a te, finché tornasse dalle rive di Strumo alla donzella Dell'amor suo: la lagrima pendea

Su la tua guancia nel momento amaro Di sua partenza, e dal tuo petto uscia Languidetto un sospiro: e perché dunque, Perché adesso non vieni ad incontrarlo

Co' dolci canti tuoi, col suon dell'arpa Lieve tremante? Ei sì diceva, e intanto Giunse alle torri di Dunlatmo: oscure Eran le porte e spalancate, ai venti

Era in preda la sala; empiean la soglia Gli alber di sparse frondi, e fuor d'intorno Fremea con roco mormorio la notte. Ad una balza tenebroso e muto

Gaulo s'assise: gli tremava il core Per l'amata donzella, e non sapea Ove drizzar per rinvenirla i passi. Stava di Leto il valoroso figlio

Non lungi dall'Eroe: voce non sciolse, Ché di Gaulo il dolor vede e rispetta. Discese il sonno: sorsero nell'alma Le vision notturne. Oitona apparve

Dinanzi a Gaulo: avea scomposta chioma, Occhi stillanti: le macchiava il sangue Il suo braccio di neve, e per le vesti Le trasparia nel petto una ferita.

Stette sopra l'Eroe. Gaulo tu dormi; Tu già sì caro e grazioso agli occhi D'Oitona tua? Dorme il mio Gaulo, intanto Che bassa io son? volvesi il mare intorno

La tenebrosa Tromato romita, Ed io nelle mie lagrime m'assido Dentro la grotta: e pur sedessi io sola! Al fianco mio l'oscuro sir di Cuta

Stassi nell'avvampante atrocitade De' suoi desiri, e mi circonda: ah Gaulo, Che far poss'io?... più impetuoso il nembo Scosse la quercia, e dileguossi il sogno.

Gaulo abbrancò la lancia, e nelle smanie Del furor si ravvolse: all'oriente Volgea spesso lo sguardo, ed accusava La troppo tarda mattutina luce.

Ella pur sorse alfine; erse le vele, Scese il vento fremente, ei saltellando Sopra l'onde volò: nel terzo giorno Di mezzo il mar, come ceruleo scudo,

Tromato sorse, e contro i scogli suoi L'infranta rimugghiava onda canuta. Sola e dolente sul deserto lito Sedeva Oitona, ed agguardava il mare,

Molle di larga lagrimosa vena: Ma Gaulo ravvisò; scossesi, altrove Rivolse il guardo suo, rossor le infoca L'amabil faccia, e gliel'atterra; un tremito

Per le membra trascorrele: fuggirne Tentò tre volte, le mancaro i passi. Fugge Oitona da Gaulo? oimè, dagli occhi M'escon fiamme di morte? o mi s'offusca

L'odio nell'alma, e mi traspira in volto? Raggio dell'oriente agli occhi miei, Cara, sei tu, che in regione ignota Risplende al peregrin... ma tu ricopri

Di tristezza il bel volto: il tuo nemico Forse è qui presso? il Cor m'avvampa e freme Di scontrarlo in battaglia, e già la spada Trema al fianco di Gaulo, e impaziente

Di scintillarmi nella man si strugge. Ah calma il tuo dolor: rispondi, o cara; Non vedi il pianto mio? Perché venisti, Sospirando la giovine rispose,

Perché venisti tu, signor di Strumo, Sopra l'onde cerulee all'infelice Inconsolabilmente lagrimosa Figlia di Nua? che non mi strussi innanzi,

Lassa! che non svanii qual fior di rupe, Che non veduto il suo bel capo inalza, E non veduto inaridisce, e more? Così spenta foss'io! Venisti, o Gaulo,

Ad accor dunque l'ultimo sospiro Dalla partenza mia? Sì, Gaulo, io parto Nella mia gioventù: più non udrassi D'Oitona il nome, o s'udirà con doglia.

Lagrime di rossor miste e di duolo Verserà il vecchio Nua: tu sarai mesto, Figlio di Morni, per la spenta fama S'Oitona tua: nella magion ristretta

Ella s'addormirà, lungi dal suono Della tua flebil voce. O sir di Strumo, Di Tromato alle rocce ondi-sonanti Perché venisti mai? Venni, riprese,

A trarti dalle man de' tuoi nemici. Già sull'acciaro mio spunta la morte Del sir di Cuta, un di noi due fia spento. Ma se basso son io, diletta Oitona,

Tu m'inalza la tomba, e quando passa La fosca nave pei cerulei piani, Chiama i figli del mar, chiamali, e questa Spada lor porgi: alle paterne sale

L'arrechin essi, onde il canuto Eroe Cessi di risguardar verso il deserto, E d'aspettarmi invan. Come! soggiunse Sospirosa la bella, e tu ch'io viva

Osi di consigliarmi? io desolata In Tromato vivrò, mentre tu basso, Gaulo, sarai? non ho di selce il core, Né leggiera e volubile è quest'alma,

Come quell'onda ch'a ogni soffio alterno Piega dei venti, e alla tempesta cede. Teco, teco sarò: quel turbo istesso Che Gaulo atterrar deve, anche d'Oitona

I rami abbatterà: fiorimmo insieme, Insieme appassirem: sì, sì, m'è grata La ristretta magion, grata la bigia Pietra de' morti. O Tromato romita,

No dagli scogli tuoi, dalle tue rupi Più non mi spiccherò. - Memoria acerba! Scese la notte nebulosa: Latmo Ito era già nelle paterne guerre

All'alpestre Dutormo; io mi sedea Nella mia sala, d'una quercia al lume. Quando sul vento avvicinarsi intesi Un fragor d'arme: mi si sparse in volto

Subita gioia: il tuo ritorno, o Gaulo, Mi ricorse alla mente; ahi vana speme! Era cotesta la rosso-crinita Forza di Duromante, il sir di Cuta

Caliginoso: i truci occhi volgea In rote atre di foco, e sul suo ferro Caldo del popol mio fumava il sangue. Cadder per man del tenebroso Duce

Gli amici miei: la desolata Oitona Che far poteva? era il mio braccio imbelle, Disadatto alla lancia; egli rapimmi Nel dolor, nelle lagrime sommersa.

Spiegò le vele, ché temea la possa Di Latmo, e avea del suo tornar sospetto: E in questa grotta... Ecco ch'ei viene appunto Con le sue genti; alla sua nave innanzi

L'oscura onda si frange; ove salvarti, Figlio di Morni, ove fuggir? son molti I suoi guerrier, tu 'l vedi; ah Gaulo!... Ancora Io non rivolsi dalla zuffa i passi,

Riprese il garzon prode, alteramente L'acciar traendo; ed or la prima volta Di temenza e di fuga avrò pensieri, Mentre appresso ti stanno i tuoi nemici?

Va' nell'antro, amor mio, finché il conflitto Cessa: tu vien', figlio di Leto, arreca L'arco dei nostri padri, e la di Morni Risonante faretra: a piegar l'arco

I tre nostri guerrier s'accingan: Morlo, Noi crollerem la lancia: un'oste è quella, Ma i nostri fermi cor vagliono un'oste. Muta avviossi alla sua grotta e mesta

Oitona: in mezzo all'alma una turbata Gioia le balenò, qual rosseggiante Sentier di lampo in tempestosa nube. Duol disperato la rinforza; e sopra

I suoi tremanti moribondi lumi S'inaridir le lagrimose stille. Ma d'altra parte Duromante avanza Con superba lentezza: egli di Morni

Avea scoperto il figlio: ira e dispregio Gli rincrespan la faccia, ed ha sul labbro Orgoglioso inamabile sorriso. Gira l'occhio vermiglio, e mezzo ascoso

Sotto l'ispide ciglia. Onde, diss'egli, Questi figli del mar? spinsevi il vento Agli scogli di Tromato? o veniste La bella Oitona a rintracciar? Malnati!

Chi nelle man di Duromante incappa Della sciagura è figlio: i capi imbelli L'occhio suo non rispetta, ed ei si pasce Del sangue dei stranieri. Oitona è un raggio,

E 'l sir di Cuta lo si gode ascoso. Vorrestù spaziar come una nube Sopra l'amabilissima sua luce, Figlio della viltà? vieni a tua posta:

Venir tu puoi; ma del tornar che fia? Rosso-crinito vantator di Cuta, Non mi conosci tu? non mi conosci? Gaulo riprese allor: non fur sì forti

I detti tuoi, ma ben gagliardi i passi Di Morven là nella selvosa terra, Nella pugna di Latmo, allor che il tergo Rivolgesti dinnanzi alla mia spada.

Or che da' tuoi se' cinto, alto favelli, Guerrier villan: ma ti pavento io forse, Figlio della burbanza? io di codardi Non son progenie: or lo saprai per prova.

Ei disse, e s'avventò; colui s'ascose Tra la folla de' suoi; ma lo persegue L'asta di Gaulo, il tenebroso Duce Ei trapassò, poi gli recise il capo

Nella morte piegantesi e tremante. Gaulo tre volte lo crollò pel ciuffo; Fuggiro i suoi: ma le Morvenie freccie Rapide gl'inseguir: dieci sull'erme

Rupi cader: le risonanti vele Gli altri spiegaro, e si salvar nell'onde. Verso la grotta dell'amata Oitona Gaulo i passi rivolse: egli alla rupe

Vede appoggiato un giovinetto: un dardo Gli avea trafitto il fianco; e debolmente Volgea sotto l'elmetto i stanchi lumi. Rattristossene Gaulo, e a lui di pace

Le parole parlò: può la mia destra Risanarti, o garzon? spesso su i monti, Spesso su i patri rivi in traccia andai D'erbe salubri, e dei guerrier feriti

Rammarginai le piaghe, e la lor voce Benedisse la mano, ond'ebber vita. Son possenti i tuoi padri? ov'han soggiorno? Dillomi o giovinetto. Ah se tu cadi

Ricoprirà tristezza i rivi tuoi, Che nel tuo fior cadesti. I padri miei, Con fioca voce il giovine rispose, Possenti son, ma non saran dolenti,

Ché già svanì qual mattutina nebbia La fama mia. S'erge a Duvranna in riva Nobil palagio, e nella onda soggetta Scorge l'eccelse sue muscose torri.

Ripido monte con ramosi abeti Dietro gli sorge, il puoi veder da lungi. Colà soggiorna il mio fratel; famoso Egli è tra' prodi: accostati, guerriero,

Trammi quest'elmo, e glielo arreca. L'elmo Cadde a Gaulo di man, ravvisa Oitona, Ferita, semiviva. Entro la grotta Armò le membra, e tra i guerrier sen venne

Di morte in cerca: ha già socchiusi i lumi Gravi, cadenti; le trabocca il sangue. Figlio di Morni, inalzami la tomba, Disse gemendo; già come una nube

Il sonno interminabile di morte Mi si stende sull'anima; son foschi Gli occhi d'Oitona: io manco. Oh foss'io stata Colà in Duvranna nei lucenti raggi

Della mia fama! allor sarien trascorsi Gli anni miei nella gioia, e le donzelle Avriano benedetti i passi miei. Così moro anzi tempo, o Gaulo, io moro,

E 'l vecchio padre mio, misero padre, S'arrossirà per me. Pallida cadde Sulla rupe di Tromato: l'Eroe Le alzò la tomba, e la bagnò di pianto.

Gaulo in Selma tornò; ciascun s'accorse Della sua oscuritade. Ossian all'arpa Stese la destra, e della bella Oitona Cantò le lodi. Sulla faccia a Gaulo

La luce ritornò: ma tratto tratto, Mentr'ei si stava tra gli amici assiso, Gli scappava il sospir. Così talvolta, Dacché cessaro i tempestosi venti,

Crollano i nembi le goccianti piume.

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