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1730–1808

MINVANA

Melchiorre Cesarotti

Tinta la faccia d'amoroso foco Dalle Morvenie rocche il capo inchina La dolente Minvana, e guarda il mare Fosco-rotante. Ecco apparir da lunge

Gli eroi di Selma di tutt'arme armati. Corre anelante, ognun ravvisa, incerta S'arresta; e Rino?... ov'è il mio Rino? - È Basso, Dissero i nostri impietositi sguardi:

L'Eroe già vola in su le nubi, e solo N'udrai sul vento bisbigliar la voce Fra l'erbetta dei colli. - Oimè! cadeo Il figlio di Fingal? barbara Ullina!

Fu di folgore il braccio Che l'atterrò, braccio crudele! ahi lassa! Che fia? chi mi consola? Rino, tu mi lasciasti, ed io son sola.

Ma sola io qui non vo' restarmi, o venti, Che con la chioma mi sferzate il dorso: Per poco ancora i miei sospir cocenti Verranno a mescolarsi al vostro corso:

Per poco fia che sgorghi il pianto mio; Rino, se tu partisti, a che rest'io? Oimè, ch'io non ti veggo Più ritornar da caccia

Con passi di beltà! Notte il mio Sole adombra, Mesto silenzio ed ombra Presso il mio ben si sta.

Ove sono i tuoi cani? ov'è il tuo arco? Ove lo scudo che fu già sì forte? Ov'è 'l brando fulmineo, e d'onor carco? Ove la sanguinosa asta di morte?

Sparse son l'arme appiè del Duce esangue, E goccian anco dell'amato sangue. Quando fia che 'l mattin venga e ti desti? Dicendo, ecco l'albor.

Son pronti gli archi e i cani tuoi son presti; Svegliati, o cacciator. Parti, o mattino dal bel crin di fiamme, Parti, che dorme il Re:

Balzan su la sua tomba e cervi e damme, Che il cacciator non v'è. Ma io verrò pian piano, o mio diletto, Nell'angusta magion del tuo riposo.

Ti cingerò col braccio il collo e 'l petto, E dormirò con te sonno amoroso. Vedran mute le stanze e vuoto il letto Le donzelle, e sciorran canto doglioso.

Donzelle, addio, non odo il vostro canto; Dormo sotterra al mio bel Rino accanto.

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