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1730–1808

MINGALA

Melchiorre Cesarotti

Già di Dargo lagrimosa Vien la sposa: Dargo è spento, ed ella il sa. Sull'eroe ciascun sospira,

Ella il mira: Infelice e che farà? Qual mattutina nebbia, Anzi a Dargo svania cor fosco e vile:

Ma l'anima gentile, Quasi ad oriental lucida stella, Feasi all'apparir suo vivida e bella. Chi era tra i garzoni il più vezzoso?

Mingala, Dargo, il tuo diletto sposo. Chi tra i saggi sedea primo in consiglio? Mingala, di Colante il nobil figlio. Toccava la tua man l'arpa tremante,

Voce avei tu di venticello estivo. O crudel fera! o sventurata amante! Piangete eroi, Dargo di vita è privo: Smorta è la guancia fresca e rosseggiante,

Chiuso è quell'occhio sì vezzoso e vivo. O tu più bello che del Sole i rai, Perché sì tosto, oimè! lasciata m'hai? Era d'Adonfion bella la figlia

Agli occhi degli eroi, Ma sol Dargo era bello agli occhi suoi. Mingala, ahi Mingala, Sola, misera, senza speranza,

La notte s'avanza: Del tuo riposo il letto, Bella, dove sarà? Nella tomba colà - del tuo diletto.

Perché t'affretti a chiudere La casa tenebrosa? Ferma, cantore, attendila L'addolorata sposa.

Già già manca la voce soave, Già già l'occhio è languido e grave, Già 'l piè tremola, e non può star. All'amato

Sposo a lato Va l'amabile a riposar. Udii la scorsa notte Di Larto là nel maestoso tetto

Alte voci di gioia e lieti canti. Ahi sventurati amanti! Deserta è la magion, vedovo il letto, Dolor v'alberga e tace:

Mingala in terra col suo Dargo giace.

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MINGALA · Melchiorre Cesarotti · Poetry Cove