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1730–1808

LATMO

Melchiorre Cesarotti

Selma, Selma, che veggio? oscure e mute Son le tue sale; alcun romor non s'ode, Morven, ne' boschi tuoi: l'onda romita Geme sul lido, il taciturno raggio

A' tuoi campi sovrasta: escono a schiere Le verginelle tue, gaie, lucenti, Come il vario-dipinto arco del cielo; E ad or ad or verso l'erbosa Ullina

Volgono il guardo, onde scoprir le bianche Vele del Re: quei di tornar promise A' colli suoi, ma lo rattenne il vento, L'aspro vento del nord. Chi vien? chi sbocca

Dal colle oriental, come torrente D'oscuritade? ah lo ravviso: è questa L'oste di Latmo. Sconsigliato! intese L'assenza di Fingallo, e di baldanza

Il cor gli si gonfiò: posta ha nel vento Tutta la speme sua. Perché ten vieni, Latmo, perché? non sono in Selma i forti: Con quell'asta che vuoi? di Morven teco

Pugneran le donzelle? Arresta, arresta, Formidabil torrente: olà, non vedi Coteste vele? ove svanisci, o Latmo, Come nebbia? ove sei? svanisci in vano:

T'insegue il nembo; hai già Fingallo a tergo. Lente moveano sul ceruleo piano Le nostre navi, allor che il re di Selma Dal suo sonno si scosse: egli alla lancia

Stese la destra; i suoi guerrier s'alzaro. Ben conoscemmo noi, ch'egli i suoi padri Veduti avea, che a lui scendean sovente Ne' sogni suoi, quando nemica spada

Sopra le nostre terre osava alzarsi. Lo conoscemmo; e tosto in ogni petto Arse la pugna. Ove fuggisti, o vento? Disse di Selma il Re: strepiti forse

Nei soggiorni del sud? forse la pioggia Segui per altri campi? a che non vieni Alle mie vele, alla cerulea faccia De' mari miei? Nella morvenia terra

Stassi il nemico, e 'l suo signor n'è lungi. Su, duci miei, vesta ciascun l'usbergo, Ciascun lo scudo impugni, e sopra l'onde Stendasi ogn'asta, ed ogni acciar si snudi.

Latmo già ci avanzò; Latmo che un giorno Colà di Lona su la piaggia erbosa Da Fingallo fuggì: ritorna adesso Come ingrossato fiume, e 'l suo muggito

Erra su i nostri colli. Il Re sì disse; Noi nella baia di Carmona entrammo, Ossian salì sul colle, e 'l suo ricolmo Scudo colpì tre volte: a quel rimbombo

Tutte echeggiaro le morvenie balze, E tremando fuggir cervetti e damme. L'oste nemica al mio cospetto innanzi S'impallidì, si sbigottì, perch'io

Tutto festante mi volgea nell'armi Della mia gioventude, e al monte in vetta Nube parea fosco-lucente, il grembo Grave di pioggia a traboccar vicina.

Sedea sotto una pianta il vecchio Morni Lungo le strepitanti acque di Strumo, Curvo sulla sua verga: eragli appresso Il giovinetto Gaulo, a udire intento

Del padre suo le giovenili imprese. Spesso ei si scuote, e in sé non cape, e balza Fervido, impaziente. Il vecchio Eroe Udì il suon del mio scudo, e riconobbe

Il segnal della zuffa: alzasi tosto Dal seggio suo; la sua canuta chioma Divisa in due su gli omeri discende. Pensa a' prischi suoi fatti: o figliuol mio,

Diss'egli a Gaulo, un gran picchiar di scudo Odo colà dal monte; il re di Selma Certo tornò; questo è 'l segnal di guerra. Va di Strumo alle sale, e a Morni arreca

L'arme lucenti, arrecami quell'arme Che il padre mio nel dechinar degli anni Usar solea: del mio braccio la possa Già comincia a mancar. Tu prendi, o Gaulo,

L'arnese giovanil, corri alla prima Delle battaglie tue; fa che il tuo braccio Giunga alla fama de' tuoi padri: in campo Pareggi il corso tuo d'aquila il volo.

Perché temer la morte? i prodi, o figlio, Cadon con gloria: il loro scudo immoto Rattien la foga alla corrente oscura D'aspri perigli, e ne travolve il corso,

E su i bianchi lor crin fama si posa. Gaulo, non vedi tu come son cari, Come per tutto venerati i passi Della vecchiezza mia? Morni si move,

E i giovinetti rispettosi e pronti Corrono ad incontrarlo, e i suoi vestigi Seguon con occhio riverente e lieto. Ma che? figlio, ma che? Morni non seppe

Che sia fuggir: ma lampeggiò il mio brando Nel buio delle pugne, e a me dinnanzi Svanir li estrani, e s'abbassaro i prodi. Gaulo l'arme arrecò: l'Eroe canuto

Si coperse d'acciar: prese la lancia, Cui spesso tinse de' possenti il sangue, Avviossi a Fingal; seguelo il figlio Con esultanti passi. Il Re di Selma

Tutto allegrossi in rimirando il duce Dai crini dell'età. Signor di Strumo, Disse Fingallo, e ti riveggio armato, Da che pur dell'etade il grave incarco

Il tuo braccio snerbò? spesso rifulse Morni in battaglia, a par del Sol nascente Disperditor di nembi e di procelle, Che rasserena i poggi, e i campi indora.

Ma perché non riposi in tua vecchiezza? Che non cessi dall'arme? ah da gran tempo Sei già nel canto; il popolo ti scorge, E benedice i tremolanti passi

Del valoroso Morni: a che non posi Nei senili anni tuoi? svanirà l'oste, Svanirà, sì, sol che Fingal si mostri. O figlio di Comal, riprese il Duce,

Langue il braccio di Morni: io già fei prova D'estrar la spada giovenil, ma ella Giace nella sua spoglia: io scaglio l'asta, Cade lungi del segno; e del mio scudo

Sento l'incarco. Ah! noi struggiamci, amico, Come l'inaridita erba del monte: Secca la nostra possa, e non ritorna. Ma, Fingallo, io son padre: il figlio mio

S'innamorò delle paterne imprese. Pur non per anco la sua spada il sangue Assaggiò dei nemici, e non per anco La sua fama spuntò: con lui ne vengo

Alla battaglia ad addestrargli il braccio. Sarà la gloria sua nascente Sole Al paterno mio cor, nell'ora oscura Della partenza mia. Possan le genti

Scordar di Morni il nome, e dir soltanto: Vedi il padre di Gaulo. E Gaulo, a lui Soggiunse il Re, nella sua prima zuffa La spada inalzerà, ma inalzeralla

Sugli occhi di Fingallo: e la mia destra Alla sua gioventù si farà scudo. Morni non dubitarne. Or va', riposa Nelle sale di Selma, e le novelle

Del valor nostro attendi. Arpe frattanto S'apprestino, e cantori, onde i cadenti Guerrieri miei della lor fama al suono Prendan conforto, e l'anima di Morni

Si rinnovi di gioia. Ossian, mio figlio, Tu pugnasti altre volte, e stà rappreso Sulla tua lancia dei stranieri il sangue. Sii di Gaulo compagno: ite, ma molto

Non vi scostate da Fingal, che soli Non vi scontri il nemico, e non tramonti Quasi nel suo mattin, la vostra fama. Volsimi a Gaulo, e l'alma mia s'apprese

Tosto alla sua, che nel vivace sguardo Foco di gloria e di battaglia ardea. L'oste nemica egli scorrea con occhio D'inquieto piacer: tra noi parlammo

Parole d'amistà; dei nostri acciari Scapparo insieme i rapidi baleni; Insiem si mescolar, che dietro il bosco Noi li brandimmo, e delle nostre braccia

La vigoria nel vuoto aer provammo. Scese in Morven la notte. Il Re s'assise Al raggio della quercia: ha Morni accanto Cogli ondeggianti suoi canuti crini.

Fatti d'eroi già spenti, avite imprese Son lor subietti. Tre cantori in mezzo L'arpa toccaro alternamente. Ullino S'avanzò col suo canto: a cantar prese

Del possente Comallo. Annuvolossi Di Morni il ciglio; rosseggiante il guardo Torse sopra d'Ullin; cessonne il canto. Vide l'atto Fingallo, e al vecchio Eroe

Dolcemente parlò: duce di Strumo, Perché quel buio? ah! sempiterno oblio Il passato ricopra, i nostri padri Pugnaro, è ver; ma i figli lor congiunti

Son d'amistade, e a genial convito S'accolgono festosi: i nostri acciari Nemiche teste a minacciar son volti, E la gloria è comun: ricopra, amico,

I dì dei nostri padri eterno oblio. O re di Selma, io non aborro il nome Del padre tuo, Morni riprese: ed anzi Lo rimembro con gioia: era tremenda

La possanza del Duce, era mortale Il suo furore: alla sua morte io piansi. Cadon, Fingallo, i prodi; alfin su i colli Non rimarran che i fiacchi. Oh quanti eroi

Quanti guerrieri se n'andar sotterra Nei dì di Morni! io qui restai, ma certo Non per mia colpa, ché né alcun cimento, Né tenzon ricusai. La notte avanza,

Disse Fingal, su via, prendan riposo Gli amici nostri, onde al tornar del giorno Sorgano poderosi alla battaglia Contro l'oste di Latmo: odi che freme,

Simile a tuon che brontola da lungi. Ossian, e Gaulo da la bella chioma, Voi siete levi al corso: e ben, da quella Selvosa rupe ad osservar n'andate

I paterni nemici: a lor per altro Non vi fate sì presso: i padri vostri Non vi saranno ai fianchi a farvi scudo. Non fate, o figli, che svanisca a un punto

La vostra fama: ardor cauto v'accenda. Che a valor giovanile error va presso. Lieti l'udimmo, e ci movemmo armati Ver la selvosa balza: il cielo ardea

Di tutte quante sue rossicce stelle, E qua e là volavano sul campo Le meteore di morte: alfin l'orecchio Giunse a ferirci il bisbigliar lontano

Della prostesa oste di Latmo: allora Gaulo parlò nel suo valor, la spada Spesso traendo e rimettendo. Oh, disse, Tu figlio di Fingal, che vuol dir questo?

Perché tremo così? perché sì forte Palpita il cor di Gaulo? i passi miei Sono incerti, scomposti; avvampo e sudo In mirar la nemica oste giacente.

Treman dunque così l'alme dei forti In vista della pugna? Oh quanto, amico, L'alma di Morni esulteria, se uniti Piombassimo precipitosamente

Sopra i nemici! allor nel canto i nomi Chiari n'andriano, e i nostri passi alteri Trarriano dietro a sé l'occhio dei prodi. Figlio di Morni, rispos'io, di pugne

Vaga è quest'alma, e di risplender solo Amo, e di farmi dei cantor subietto. Ma se Latmo preval, mirerò forse Gli occhi del Re? terribili in suo sdegno

Son quai vampe di morte: io no, non voglio Nel suo furor mirarli; Ossian di fermo Vincer deve, o morir. Quando d'uom vinto Sorse la fama? ei ne va via com'ombra.

Non io così: le gesta mie saranno Degne della mia stirpe: all'arme, o figlio Di Morni, andiam. Ma se tu torni, o Gaulo, Alle di Selma maestose sale

Vattene, e all'amorosa Evirallina Dì ch'io caddi con fama, e sì le arreca Cotesta spada, che all'amato Oscarre Porgala allor che al suo vigor sia giunta

La sua tenera etade. Ohimè! soggiunse Gaulo con un sospiro: Ossian, che dici? Io dovrei dunque ritornar, te spento? Ah! che direbbe il padre? e che Fingallo

Re de' mortali? ad altra parte i fiacchi Volgeriano gli sguardi, e dirien: vedi Il valoroso Gaulo, egli ha lasciato L'amico suo nel proprio sangue immerso.

No, fiacchi, no, non mi vedrete in terra, Fuorché nella mia fama. Ossian, dal padre Spesso ascoltai de' valorosi i fatti, Quando soli pugnaro, e so che l'alma

Nei perigli s'addoppia. E ben, si vada, Precedendol diss'io; daranno i padri Lode al nostro valor, mentre alla morte Daranno il pianto; e di letizia un raggio

Scintillerà nei lagrimosi sguardi. No non cadder, diranno, i figli nostri Com'erba in campo; dalle man dei prodi Piovve la morte. E che dich'io? che penso

All'angusta magion? difesa è 'l brando Dei valorosi, ma la morte insegue La fuga de' codardi, e li raggiunge. Movemmo per le tenebre notturne,

Finché giungemmo al mormorio d'un rivo, Ch'a una frondosa sibilante pianta L'azzurro corso e garrulo frangea. Colà giungemmo, e ravvisammo l'oste

Addormita di Latmo: erano spenti Sulla piaggia i lor fochi, e assai da lungi De' lor notturni scorridori i passi. Sollevai l'asta, onde su quella inchino

Io mi slanciassi oltre il torrente: allora Gaulo per man mi prese, e dell'eroe Le parole parlò: Che? vorrà dunque Il figlio di Fingal spingersi sopra

A nemico che dorme? e sarà come Nembo notturno che ne vien furtivo A sbarbicar le giovinette piante? Ah non così la gloria sua Fingallo

Già riceveo, né per sì fatte imprese Del padre mio su la canuta chioma Scese fama a posarsi. Ossian, colpisci Lo scudo della guerra, alzinsi pure

Alzinsi i loro mille, incontrin Gaulo Nella prima sua zuffa, ond'ei far prova Possa della sua destra. A cotai detti Brillommi il cor, mi scesero dagli occhi

Lagrime di piacer; sì, Gaulo, io dissi, T'incontrerà il nemico; ah sì la fama Sfavillerà del valoroso e degno Figlio di Morni: o giovinetto eroe,

Sol non lasciarti trasportar tropp'oltre Dal tuo nobile ardire: a me dappresso Splendea l'acciaro tuo, scendan congiunte Le nostre destre: quella rupe, o Gaulo,

Non la ravvisi tu? gli ermi suoi fianchi Di fosca luce splendono alle stelle. Se il nemico soverchia, a quella balza Noi fermerem le spalle: allor chi fia

Che d'appressarsi ardisca a queste lance Dalla punta di morte? Io ben tre volte Il mio scudo picchiai. L'oste smarrita Scossesi: si scompigliano, s'affoltano

I passi lor; che 'l gran Fingallo a tergo D'aver credeano: oblian difese ed armi; E fuggendo stridean, come talvolta Stride ad arido bosco appresa fiamma.

Allor fu che volò la prima volta L'asta di Gaulo, allor s'alzò la spada; Né invan s'alzò: cade Cremor, trabocca Calto, Leto boccheggia, entro il suo sangue

Duntorno si divincola: alla lancia Croto s'attien per rilevarsi, il ferro Giunge di Gaulo, e lo conficca al suolo. Spiccia dal fianco il nero sangue, e stride

Sull'abbrostita quercia. Adocchia i passi Catmin del Duce che 'l seguia; l'adocchia, E s'aggrappa, e s'arrampica tremando Sopra un'arida pianta: invan; ché l'asta

Gli trapassa le terga, ed ei giù toma, Palpitando, ululando, e musco, e secchi Rami dietro si tragge, e del suo sangue Spruzza e brutta di Gaulo il volto e l'arme.

Tai fur l'imprese tue, figlio di Morni, Nella prima tua zuffa; e già sul fianco Non ti dormì la spada, o dell'eccelsa Progenie di Fingallo ultimo avanzo.

Ossian col brando s'inoltrò; la gente Cadde dinanzi all'acciar suo, qual erba Cui con la verga fanciullin percote; Quella cade recisa, egli fischiando

Segue il cammin, né a riguardar si volge. Ci soprese il mattin: il serpeggiante Rio per la piaggia luccicar si scorge. Si raccolse il nemico, e in rimirarci,

Sorse l'ira di Latmo: abbassa il guardo Che di furor rosseggia; e stassi muto Il suo rancor nascente; il cavo scudo Or colpisce, or s'arresta; i passi suoi

Sono incerti, ineguali: io ravvisai La disdegnosa oscurità del Duce, E così dissi a Gaulo: o nato al carro Signor di Strumo, già i nemici, osserva,

Vansi sul monte raccogliendo: è tempo Di ritirarsi: al Re torniamo; armato Ei scenderà, svanirà Latmo: omai Ne circonda la fama, allegreransi

Gli occhi dei padri in rimirarci: andiamo, Figlio di Morni, ritiriamci; Latmo Scende dal monte. E ritiriamci, adunque, Gaulo rispose, ma sian lenti i passi

Della nostra partenza, onde il nemico Sorridendo non dica: oh, rimirate I guerrier della notte; essi son ombre; Fan nel buio rumor, fuggono al Sole.

Ossian tu prendi di Gorman lo scudo, Che cadeo per tua mano, ond'abbian gioia Gli antichi Duci, i testimon mirando Del valor de' lor figli. Eran sì fatte

Le nostre voci, allor che a Latmo innanzi Venne Sulmato, il reggitor di Duta, Che avea sul rivo di Duvranna albergo. Figlio di Nua, che non t'avanzi, ei disse,

Con mille de' tuoi prodi? o che non scendi Con l'oste tua dal colle, anzi che i duci Si sottraggan da noi? sotto i tuoi sguardi Ne van sicuri, e alla nascente luce

Scotono l'arme baldanzosi. O fiacca Mano, man senza cor, Latmo riprese, Scenderà l'oste mia? Figlio di Duta, Due son essi, e non più: vuoi tu che mille

Scendano contro due? piangeria mesto Il vecchio Nua la sua perduta fama, E ad altra parte volgeria gli sguardi, Quando appressarsi il calpestio sentisse

Dei piè del figlio suo: vanne piuttosto, Va', Sulmato, agli eroi: d'Ossian i passi Di maestà son pieni: è del mio brando Degno il suo nome, io vo pugnar con lui.

Venne Sulmato: io m'allegrai sentendo Le voci sue, presi lo scudo, e Gaulo Diemmi il brando di Morni: ambi tornammo Al mormorante rio. Latmo discese

D'arme lucente, e lo seguia dappresso L'oste sua tenebrosa a par d'un nembo. O figlio di Fingallo, in cotal guisa Ei cominciò, su la caduta nostra

Sorse la tua grandezza. Oh quanti! oh quanti Giaccion colà del popol mio prostesi Per la tua man, re dei mortali! Or alza L'acciar tuo contro Latmo, alzalo, abbatti

Anche il figlio di Nua, fa' sì ch'ei segua Il suo popolo estinto, o tu, tu stesso Pensa a cader. Non si dirà giammai Che alla presenza mia caddero inulti

I duci miei; ch'io di mirar soffersi I miei duci cader, mentre la spada Inoperosa mi giaceva al fianco. Volgerebbonsi in lagrime gli azzurri

Occhi di Cuta, e per Dunlatmo errando N'andria romita. E neppur questo mai, Rispos'io, si dirà, che di Fingallo Fuggisse il figlio: ne accerchiasse i passi

Abisso di caligine, pur egli Non fuggiria: l'alma sua propria, l'alma Verragli incontro, e gli direbbe: oh teme Il figlio di Fingal, teme il nemico?

No non teme, alma mia, l'affronta, e ride. Latmo mosse con l'asta; il ferreo scudo Ad Ossian trapassò; sentiimi al fianco Il gelo dell'acciar: trassi la spada

Di Morni, in due l'asta spezzaigli; al suolo Ne luccica la punta: avvampa e freme Latmo; lo scudo alto solleva, e sopra Gli orli ricurvi erto volgea la rossa

Oscurità de' gonfi occhi protesi. Io gli passai lo scudo, e ad una pianta Vicina il conficcai: stettesi quello Su la mia lancia tremolante appeso.

Ma Latmo oltre ne vien: Gaulo previde La caduta del Duce, e 'l proprio scudo Frappose al brando mio, mentr'ei già dritto Tendea dentro una lucida corrente

Contro il petto di Latmo. Ei vide Gaulo, Lagrimò di trasporto: a terra ei getta La spada de' suoi padri, e le parole Parla del prode: Io pugnerò con voi,

Coppia d'eroi la più sublime in terra? Son due raggi del ciel l'anime vostre, Son due fiamme di morte i vostri acciari. Chi mai potrebbe pareggiar l'adulta

Fama di tai guerrier, di cui l'imprese In così fresca età sono sì grandi? Oh foste or voi nel mio soggiorno! oh foste Nelle sale di Nua! vedrebbe il padre

Ch'io non cessi ad indegni. E quale è questo, Che vien qual formidabile torrente Per la sonante piaggia? ah come posso Non ravvisar l'eroe di Selma? a torme

Fra i rai del brando suo tralucon l'ombre, L'ombre di quei che provocar sien osi L'invincibil suo braccio. Alto Fingallo, Fingallo avventurato! i figli tuoi

Pugnan le tue battaglie; a' tuoi davanti Vanno i lor passi, e ai passi lor la fama. Giunse nella sua nobile dolcezza Fingallo, e s'allegrò tacitamente

Dell'imprese del figlio: al vecchio Morni Spianò letizia la rugosa fronte, E gli antichi occhi suoi guardavan fioco Per le sorgenti lagrime di gioia.

Entrammo in Selma, e all'ospital convito Sedemmo: innanzi a noi venner le vaghe Verginelle del canto, e innanzi all'altre Evirallina dal rossor gentile.

La nera chioma sul collo di neve Vagamente spargeasi; ella di furto Volse ad Ossian gli sguardi, e toccò l'arpa Io benedissi quella man vezzosa.

Sorse Fingallo, e di Dunlatmo al sire Posatamente favellò: sul fianco Gli tremolava di Tremmor la spada, Al sollevar del poderoso braccio.

Figlio di Nua, diss'egli, a che ten vieni Nelle Morvenie terre a cercar fama? Non siam stirpe di vili, e i nostri acciari Non sceser mai sopra gl'imbelli capi.

Dimmi, a Dunlatmo con fragor di guerra Venni io forse giammai? non è Fingallo Vago di pugne, ancor che il braccio ha forte. Solo nell'abbassar cervici altere

La mia fama trionfa, e 'l brando mio Gode ai superbi balenar sul ciglio. Vien la guerra talor; s'alzan le tombe Dei prodi e dei stranieri: ah padri miei

Che prò? s'a un tempo sol s'alzan pur anco Le tombe al popol mio! Solo una volta Di rimaner senza i miei fidi io temo. Ma rimarrò famoso, ed a seconda

Entro un rio limpidissimo di luce Scorrerà l'alma mia placida e leve. Latmo, vattene omai, rivolgi altrove Il suon dell'armi tue; famosa in terra

È la stirpe di Selma, e i suoi nemici Figli non son d'avventurati padri.

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