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1730–1808

LA NOTTE

Melchiorre Cesarotti

Trista è la notte, tenebria s'aduna, Tingesi il cielo di color di morte: Qui non si vede né stella, né Luna, Che metta il capo fuor dalle sue porte.

Torbido è 'l lago, e minaccia fortuna, Odo il vento nel bosco a ruggir forte. Giù dalla balza va scorrendo il rio Con roco lamentevol mormorio.

Su quell'alber colà, sopra quel tufo, Che copre quella pietra sepolcrale, Il lungo-urlante ed inamabil gufo L'aer funesta col canto ferale.

Ve' ve': Fosca forma la piaggia adombra: Quella è un'ombra: Striscia, sibila, vola via.

Per questa via Tosto passar dovrà persona morta: Quella meteora de' suoi passi è scorta. Il can dalla capanna ulula e freme,

Il cervo geme - sul musco del monte, L'arborea fronte - il vento gli percote; Spesso ei si scuote - e si ricorca spesso. Entro d'un fesso - il cavriol s'acquatta,

Tra l'ale appiatta - il francolin la testa. Teme tempesta - ogni uccello, ogni belva; Ciascun s'inselva - e sbucar non ardisce; Solo stridisce - entro una nube ascoso

Gufo odioso; E la volpe colà da quella pianta Brulla di fronde Con orrid'urli a' suoi strilli risponde.

Palpitante, ansante, tremante Il peregrin Va per sterpi, per bronchi, per spine, Per rovine,

Che ha smarrito il suo cammin. Palude di qua, Dirupi di là, Teme i sassi, teme le grotte,

Teme l'ombre della notte; Lungo il ruscello incespicando, Brancolando Ei strascina l'incerto suo piè.

Fiaccasi or questa or quella pianta, Il sasso rotola, il ramo si schianta L'aride lappole strascica il vento. Ecco un'ombra, la veggo, la sento;

Trema di tutto, né sa di che. Notte pregna di nembi e di venti, Notte gravida d'urli e spaventi! L'ombre mi volano a fronte e a tergo:

Aprimi, amico, il tuo notturno albergo. Sbuffa 'l vento, la pioggia precipitasi, Atri spirti già strillano ed ululano, Svelti i boschi dall'alto si rotolano,

Le fenestre pei colpi si stritolano. Rugghia il fiume che torbido ingrossa: Vuol varcarlo e non ha possa L'affannato viator.

Udiste quello strido lamentevole? Egli è travolto, ei muor. La ventosa orrenda procella Schianta i boschi, i sassi sfracella:

Già l'acqua straripa, Si sfascia la ripa, Tutto in un fascio la capra belante, La vacca mugghiante,

La mansueta e la vorace fera Porta la rapidissima bufera. Nella capanna il cacciator si desta, Solleva la testa,

Stordito, avviva il foco spento: intorno Fumanti Stillanti Stangli i suoi veltri: egli di scope i spessi

Fessi riempie, e con terrore ascolta Due gonfi rivi minacciar vicina Alla capanna sua strage e rovina. Là sul fianco di ripida rupe

Sta tremante l'errante pastor. Una pianta sul capo risuona, E l'orecchio gli assorda e rintrona Il torrente col roco fragor.

Egli attende la Luna, La Luna che risorga, E alla capanna co' suoi rai lo scorga. In tal notte atra e funesta

Sopra il turbo e la tempesta, Sopra neri nugoloni Vanno l'ombre a cavalcioni. Pur è giocondo

Il lor canto sul vento: Che d'altro mondo Vien quel novo concento. Ma già cessa la pioggia: odi che soffia

L'asciutto vento, l'onde Si diguazzano ancora, ancor le porte Sbattono: a mille a mille Cadon gelate stille

Da quel tetto e da questo. Oh! oh! pur veggo Stellato il cielo: ah che di nuovo intorno Si raccoglie la pioggia; ah che di nuovo L'occidente s'abbuia.

Tetra è la notte e buia L'aer di nembi è pregno: Ricevetemi, amici, a voi ne vegno. Pur il vento imperversa, e pur ei strepita

Tra l'erbe della rupe: abeti svolvonsi Dalle radici, e la capanna schiantasi. Volan per l'aria le spezzate nuvole, Le rosse stelle ad or ad or traspaiono,

Nunzia di morte l'orrida meteora Fende co' raggi l'addensate tenebre. Ecco posa sul monte: io veggo l'ispida Vetta del giogo dirupato, e l'arida

Felce ravviso e l'atterrata quercia. Ma chi è quel colà sotto quell'albero, Prosteso in riva al lago Colle vesti di morte?

L'onda si sbatte forte Sulla scogliosa ripa, è d'acqua carca La piccioletta barca: Vanno e vengono i remi

Trasportati dall'onda Ch'erra di scoglio in scoglio: oh! su quel sasso Non siede una donzella? Che fia? l'onda rotante

Rimira, Sospira, Misero l'amor suo! misero amante! Ei di venir promise,

Ella adocchiò la barca, Mentre il lago era chiaro: oh me dolente! Oimè questo è 'l suo legno! Oimè questi i suoi remi!

Questi sul vento i suoi sospiri estremi! Ma già s'appresta Nuova tempesta, Neve in ciocca

Fiocca, fiocca, Biancheggiano dei monti e cime e fianchi; Sono i venti già stanchi, Ma punge l'aria, ed è rigido il cielo:

Accoglietemi amici, io son di gelo. Vedi notte, serena, lucente, Pura, azzurra, stellata, ridente; I venti fuggiro,

Le nubi svaniro, Si fan gli arboscelli Più verdi e più belli; Gorgogliano i rivi

Più freschi, e più vivi; Scintilla alla Luna La tersa laguna. Vedi notte, serena, lucente,

Pura, azzurra, stellata, ridente. Veggo le piante rovesciate, veggo I covoni che il vento aggira e scioglie, Ed il cultor che intento

Si curva e li raccoglie. Chi vien dalle porte Oscure di morte, Con piè pellegrin?

Chi vien così leve Con vesta di neve, Con candide braccia, Vermiglia la faccia,

Brunetta il bel crin? Questa è la figlia del signor sì bella, Che pocanzi cadeo nel suo bel fiore. Deh t'accosta, t'accosta, o verginella,

Lasciati vagheggiar, viso d'amore. Ma già si move il vento, e la dilegua; E vano è che cogli occhi altri la segua. I venticelli spingono

Per la valle ristretta La vaga nuvoletta: Ella poggiando va; Finché ricopre il cielo

D'un candidetto velo, Che più leggiadro il fa. Vedi notte, serena, lucente, Pura, azzurra, stellata, ridente.

Bella, notte, più gaia del giorno: Addio, statevi amici, io non ritorno. La notte è cheta, ma spira spavento, La Luna è mezzo tra le nubi ascosa:

Movesi il raggio pallido e va lento, S'ode da lungi l'onda romorosa. Mezza notte varcò, che 'l gallo io sento: La buona moglie s'alza frettolosa,

E brancolando pel buio s'apprende Alla parete, e 'l suo foco raccende. Il cacciator che già crede il mattino, Chiama i suoi fidi cani, e più non bada;

Poggia sul colle, e fischia per cammino: Colpo di vento la nube dirada; Ei lo stellato aratro a sé vicino Vede che fende la cerulea strada:

Oh, dice, egli è per tempo, ancora annotta E s'addormenta sull'erbosa grotta. Odi, odi! Corre pel bosco il turbine,

E nella valle mormora Un suon lugubre e stridulo; Quest'è la formidabile Armata degli spiriti,

Che tornano dall'aria. Dietro il monte si cela la Luna Mezzo pallida e mezzo bruna: Scappa un raggio, e luccica ancora,

E un po' po' le vette colora: Lunga dagli alberi scende l'ombra, Tutto abbuia, tutto s'adombra: Tutto è orrido, e pien di morte:

Amico, ah non tardar, schiudi le porte. Sia pur tetra la notte, ululi e strida Per pioggia o per procella, Senza Luna, né stella;

Volino l'ombre, e 'l peregrin ne tremi; Imperversino i venti, Rovinino i torrenti, errino intorno Verdi-alate meteore; oppur la notte

Esca dalle sue grotte Coronata di stelle, e senza velo Rida limpido il cielo, È lo stesso per me: l'ombra sen fugge

Dinanzi al vivo mattutino raggio, Quando sgorga dal monte, E fuor dalle sue nubi Riede gioioso il giovinetto giorno:

Sol l'uom, come passò, non fa ritorno. Ove son ora, o vati, I duci antichi? ove i famosi regi? Già della gloria lor passaro i lampi.

Sconosciuti, obliati Giaccion coi nomi lor, coi fatti egregi, E muti son delle lor pugne i campi. Rado avvien ch'orma stampi

Il cacciator sulle muscose tombe, Mal noti avanzi dagli eccelsi eroi. Sì passerem pur noi; profondo oblio C'involverà: cadrà prostesa alfine

Questa magion superba, E i figli nostri tra l'arena e l'erba Più non ravviseran le sue rovine. E domandando andranno

A quei d'etade e di saper più gravi: Dove sorgean le mura alte degli avi? Sciolgansi i cantici, L'arpa ritocchisi,

Le conche girino; Alto sospendansi Ben cento fiaccole; Donzelle e giovani

La danza intreccino Al lieto suon. Cantore accostisi, Il qual raccontimi

Le imprese celebri Dei re magnanimi, Dei duci nobili, Che più non son.

Così passi la notte, Finché il mattin le nostre sale irraggi. Allor sien pronti i destri Giovani della caccia, e i cani, e gli archi.

Noi salirem sul colle, e per le selve Andrem col corno a risvegliar le belve.

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