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1730–1808

LA BATTAGLIA DI LORA

Melchiorre Cesarotti

Abitator della romita cella, Figlio di suol remoto, ascolto io forse Del tuo boschetto il suono? è questa oppure La voce de' tuoi canti? alto il torrente

Mi fremea nell'orecchio, e pure intesi Una nova armonia. Lodi gli eroi Della tua terra, oppur gli aerei spirti? O della rupe abitator solingo,

Volgi lo sguardo a quella piaggia. Cinta Tu la vedrai di verdeggianti tombe Sparse di sibilante arida erbetta, Con alte pietre di muscose cime.

Tu le vedi, o stranier; ma gli occhi miei Da gran tempo sfalliro. Un rio dal masso Piomba, e con l'onde sue serpeggia intorno A una verde collina. In su la cima

Quattro muscose pietre alzansi in mezzo Dell'erba inaridita; ivi due piante Curve per la tempesta i rami ombrosi Spargono intorno: il tuo soggiorno è questo,

Questa, Eragon, la tua ristretta casa. Molto è che in Sora alcun più non rimembra Il suon delle tue conche, e del tuo scudo La luce s'oscurò. Sir delle navi,

Dominator della lontana Sora, Alto Eragon, come su i nostri monti Cadestù mai? come atterrossi il prode? Dimmi, cultor della romita cella,

Dimmi, nel canto hai tu diletto? ascolta La battaglia di Lora. È molto tempo Che 'l suo fragor passò: tal mugge il tuono Sul monte, e più non è: ritorna il Sole

Co' suoi taciti raggi, e della rupe La verde cima al suo splendor sorride. Lieti dalle rotanti onde d'Ullina Noi tornavamo; s'arrestar le navi

Nella baia di Cona. Omai disciolte Dagli alberi pendean le bianche vele, E gian fremendo i tempestosi venti Tra le morvenie selve. Il corno suonasi

Della caccia regale; i cervi fuggono Dai loro sassi, i nostri dardi volano, E la festa del colle allegra spargesi. Su i nostri scogli l'esultanza nostra

Larga spandeasi, che ciascuna membrava Il tremendo Svaran sconfitto e vinto. Come non so, due de' guerrieri nostri Al convito obliammo. Ira e dispetto

Ne' lor petti avvampò: segretamente Girano intorno fiammeggianti sguardi; Sospirano fremendo. Essi fur visti Favellar di nascoso e le lor aste

Gettare al suol. Parean due nubi oscure, Dentro il seren della letizia nostra: Oppur di nebbia due colonne acquose Sovra il placido mar; splendono al Sole,

Ma l'accorto nocchier teme tempesta. Su su, disse Maronte, alzate in fretta Le mie candide vele, alzinsi ai venti Dell'occidente: andiamne, Aldo, per mezzo

L'onda del nord spumosa. Al suo convito Fingal ci oblia, ma rosseggiar nel sangue I brandi nostri. Or via lasciamo i colli Dell'ingrato Fingallo, e al re di Sora

Andiamne ad offerir le nostre spade. Truce è l'aspetto suo; guerra s'abbuia Alla sua lancia intorno: andiamo amico, Nelle guerre di Sora a cercar fama.

Spade e scudi impugnaro, e di Lamarre Alla baia n'andar: giunser di Sora All'orgoglioso re, sir dei destrieri. Ei tornava da caccia, avea la lancia

Rossa di sangue, torvo il volto e chino; E fischiava per via. Festoso accolse I due forti stranieri. Essi pugnaro Nelle sue guerre, ebber vittoria e fama.

Alle di Sora maestose mura Aldo tornò carco d'onor. Dall'alto Delle sue torri a risguardarlo stava La sposa d'Eragon, Lorma dagli occhi

Dolce-tremanti. D'ocean sul vento Vola la nera chioma; e sale, e scende Il bianco sen, qual tenerella neve Nella piaggia colà, quando si desta

Placido venticello, e nella luce Soavemente la sospinge e move. Ella vide il garzon, simile a raggio Di Sol cadente: sospirò di furto

Il suo tenero cor; stille d'amore Le coprono i begli occhi e 'l bianco braccio Facea colonna al languidetto viso. Tre dì si stette nella sala, e 'l duolo

Di letizia coprì: fuggì nel quarto Sul mar rotante con l'amato eroe. Venner di Cona alle muscose sale A Fingal re dell'aste. Alzossi il sire,

E parlò disdegnoso: o cor d'orgoglio, Dovrà dunque Fingal farsi tuo schermo Contro il furor del re di Sora offeso? E chi nelle sue sale al popol mio

Darà ricetto? o chiamerallo a parte Della mensa ospital? poi ch'Aldo audace, Aldo di picciol'alma, osò di Sora La regina rapir: va, destra imbelle,

Vattene a' colli tuoi, nelle tue grotte Statti nascoso. Mesta fia la pugna, Che per l'audacia tua pugnar dovrassi Contro il turbato re di Sora. Oh spirto

Del nobile Tremmorre, e quando mai Cesserò dalle pugne? io nacqui in mezzo Delle battaglie, e gir denno alla tomba Per sentiero di sangue i passi miei.

Ma la mia man non isfregiò se stessa Con l'ingiuria d'altrui, né sopra i fiacchi La mia spada discese. O Morven, Morven, Veggo le tue tempeste, e i venti irati

Che le mie sale crolleran dal fondo, Quando, i miei figli in guerra spenti, alcuno Non rimarrà, che più soggiorni in Selma. Verranno i fiacchi allor, ma la mia tomba

Più non ravviseran: starà nel canto Vivo il mio nome, ed i miei fatti antichi Fieno un sogno di gloria ai dì futuri. Presso Eragonte il popolo di Sora

D'intorno s'affollò, come d'intorno, All'atro spirto della notte i nembi Corronsi ad affollar, quand'ei li chiama DAlle morvenie cime, e s'apparecchia

A rovesciarli sull'estranie terre. Giunge di Cona in su la piaggia, e manda A Fingallo un cantor, che la battaglia Chieda, o la terra di selvosi colli.

Stava Fingal nella sua sala assiso, Cinto all'intorno dai compagni antichi Della sua giovinezza: i garzon prodi Eran ben lungi nel deserto a caccia.

Stavan parlando quei canuti duci Delle lor prime giovenili imprese, E della scorsa etade, allor che giunse Narmorre, il duce dell'ondoso Lora.

Tempo questo non è di fatti antichi, Il duce incominciò: sta sulla spiaggia Minaccioso Eragonte, e diecimila Lance solleva, orrido in vista, e sembra

Fra notturne meteore infetta Luna. Figlia dell'amor mio, disse Fingallo, Esci dalle tue sale, esci, o Bosmina, Verginella di Selma, e tu, Narmorre,

Prendi i destrier dello straniero, e segui La figlia di Fingallo. Il re di Sora Ella col dolce favellare inviti Al mio convito in Selma. Offrigli, o figlia,

La pace degli eroi, con le ricchezze Del nobil Aldo: i giovani son lungi, E nelle nostre man trema l'etade. Giunse Bosmina d'Eragon tra l'oste,

Qual raggio che si scontra in fosche nubi. Splendeale nella destra un dardo d'oro, Nella sinistra avea lucida conca, Segno di pace. Al suo cospetto innanzi

Risplendette Eragon; come risplende Rupe, se d'improvviso il Sol l'investe Co' raggi suoi, che fuor scappan da nube Spezzata in due da romorosi venti.

O regnator della lontana Sora, Disse Bosmina con dolce rossore; Vieni alla regia festa entro l'ombrose Mura di Selma, e d'accettar ti piaccia

La pace degli eroi. Posar sul fianco Lascia, o guerrier, la tenebrosa spada. O se desire di regal ricchezza Forse ti punge il core, odi le voci

Del nobil Aldo. Ad Eragonte egli offre Cento forti destrier, figli del freno, Cento donzelle di lontane terre; Cento falcon di veleggianti penne,

Che san le nubi trapassar col volo: Tue pur saran cento cinture, acconcie A cinger donne di ricolmo seno, Cinture favorevoli ed amiche

Ai parti degli eroi, ristoro ai figli Della fatica. Dieci conche avrai Tutte stellate di raggianti gemme, Che splenderan di Sora entro la reggia,

Meraviglia a veder: tremola l'onda Su quelle stelle, e si rimbalza, e sembra Vin che sprizzi e scintilli: esse allegraro Nelle dorate sale i re del mondo.

Queste fien tue, o della bella sposa, Che Lorma girerà gli occhi lucenti Nelle tue sale; ancor ch'Aldo sia caro All'eccelso Fingal, Fingal che alcuno

Mai non offese, e pur gagliardo ha il braccio: Dolce voce di Cona, il Re soggiunse, Torna a Fingal, di' ch'egli appresta indarno Il convito per me: s'egli vuol pace,

Cedami le sue spoglie, e pieghi il capo Sotto la mia possanza. Ei de' suoi padri Diami le spade, ed i suoi scudi antichi: Onde nelle mie sale i figli miei

Possan vederle e dir, queste son l'armi Del gran Fingal. Non lo sperar, riprese Della donzella il grazioso orgoglio, Non lo sperar giammai: stan le nostr'armi

In man di forti eroi, che nelle pugne Che sia ceder non sanno. O re di Sora Su i nostri monti la tempesta mugge, Non l'odi tu? del popol tuo la morte

Non prevedi vicina, audace figlio Della lontana terra? Ella sen venne Alle sale di Selma. Osserva il padre Il suo dimesso sguardo: alzasi tosto

Nel suo vigor, crolla i canuti crini; Veste l'usbergo di Tremmore, e 'l fosco Scudo de' padri suoi. Selma d'intorno S'intenebrò quand'ei stese alla lancia

La poderosa man; l'ombre di mille Ivano errando, e prevedean la morte D'armate schiere: una terribil gioia Sparsesi in volto de' canuti eroi.

Escono tutti impetuosi, ardenti Di scontrar il nemico, e i lor pensieri Nella memoria dei passati tempi, E nella fama della tomba stanno.

Ma in questo spazio gli anelanti veltri Alla tomba di Tratalo da lungi Veggonsi a comparir. Fingal conobbe Ch'eran presso i guerrieri, ed arrestossi

A mezzo il corso suo. Fra tutti il primo Apparve Oscar, poscia di Morni il figlio, E la stirpe di Nemi: il torvo aspetto Mostrò Fergusto, il nero crine al vento

Spargea Dermino: Ossian chiudea la schiera Cantarellando le canzoni antiche. La mia lancia reggeva i passi miei Lungo i sassosi rivi, e i miei pensieri

Eran coi valorosi. Il Re percosse Il ferreo scudo, e diè l'orribil segno Della battaglia: mille spade a un punto Trassersi, e sfavillar; del canto i figli

Sciolser la mesta armoniosa voce. Folti ed oscuri con sonanti passi Noi ci avanzammo: spaventosa lista! Come di nembi tempestosa riga,

Che si rovescia sull'angusta valle. Stettesi il Re sopra il suo colle: al vento Vola il raggio solar della battaglia; Stanno presso l'Eroe con le senili

Chiome natanti gl'indurati all'armi Della sua gioventù fidi compagni. L'Eroe di gioia sfolgorò negli occhi, Mirando in guerra i figli suoi, lucenti

Nel lampeggiar dei loro brandi, e pieni Della memoria dell'avite imprese. Ma s'avanza Eragon nella usa forza Impetuoso, fremente qual mugghio

Di tempesta vernal. Cadon le schiere Al corso suo; stagli la morte a lato. Chi vien, disse Fingal, come di Cona Rapido cavriol? balza nel corso

Lo scudo, e mesto è di sue armi il suono. Con Eragon s'affronta: il duro scontro Stiamo a mirar; sembra conflitto d'ombre In oscura tempesta. Ohimè, tu cadi,

Figlio del colle: già di sangue è sparso Il tuo candido petto. O Lorma, piangi, Piangi infelice: il tuo bell'Aldo è spento, Rattristossene il Re; l'asta possente

Impugna; ei fisa in sul nemico i sguardi Morte-spiranti, e contro lui... Ma Gaulo Eragonte incontrò. L'orribil zuffa Chi può ridir? l'alto stranier cadeo.

Figli di Cona, il Re gridò, fermate La man di morte. Era possente in guerra Colui ch'ora è sì basso, e morto in Sora Pianto sarà. Verranno alla sua reggia

Stranieri figli, e in rimirarla muta, Meraviglia n'avran. Straniero, ei cadde, E della sua magion cessò la gioia: Volgiti ai boschi suoi; là forse errando

Vassene l'ombra sua, ma in Morven lungi Giace l'Eroe sotto straniera spada. Così parlò Fingal, quando i cantori Incominciaro la canzon di pace.

Le sollevate spade a mezzo il colpo Noi sospendemmo, e risparmiossi il sangue Del debole nemico. In quella tomba Collocossi Eragonte, ed io disciolsi

La voce del dolor. Scese sul campo La buia notte; del guerrier fu vista Errar l'ombra d'intorno: avea la fronte Torbida, nebulosa, e un sospir rotto

Stava sul labbro. O benedetta, io dissi, L'alma tua, re di Sora: era il tuo braccio Forte, e la spada spaventosa in guerra. Ma nella sala del bell'Aldo intanto

Lorma sedeasi d'una quercia al lume. Scendea la notte; Aldo non torna, è mesto Il cor di Lorma. O cacciator di Cona, Che si trattien? pur di tornar giurasti.

Fa sì lungi il cervetto? oppure il vento Ti freme intorno su i deserti piani? Sono in suolo stranier: che più mi resta Fuorch'Aldo mio? vien da' tuoi colli, o caro,

Vientene a Lorma tua. Gli occhi alla porta Volti le stanno: al susurrar del vento Tende l'orecchio; il calpestio lo crede Del suo diletto, le si sparge in volto

Subita gioia: ma ritorna tosto Sul volto il duol, come vapor sottile Sulla candida Luna. Amor mio dolce, Né torni ancor? voglio veder la faccia

Della rupe, e dell'onde. In oriente Splende la Luna, placido sorride Il sen del lago. E quando i cani suoi Vedrò tornarne dalla caccia? e quando

Udrò da lungi a me volar sul vento La voce sua? vien da' tuoi colli, o caro, A Lorma tua, che ti sospira e chiama. Dicea, ma del guerrier la sottile ombra

Sulla rupe apparì, come un acquoso Raggio lunar, che tra due nubi spunta Quand'è sul campo la notturna pioggia. Ella dolente quella vuota forma

Lungo il prato seguì, poiché s'accorse Ch'era spento il suo caro. Io ne sentii Le amare strida, che ver noi con essa Più e più s'accostavano, simili

Al mesto suono di querula auretta Quando sospira su la grotta erbosa. Venne, trovò l'Eroe. Più non s'intese La di lei voce: gira muta il guardo,

Pallida errando, come a' rai di Luna Un'acquosa colonna erra sul lago. Pochi furo i suoi dì, lagrimosa, egra S'abbassò nella tomba. A' suoi cantori

Fingallo impose d'inalzar il canto Sulla morte di Lorma, e lei di Morven Pianser le figlie in ciascun anno un giorno, Quando riedon d'Autunno i venti oscuri.

Figlio d'estrania terra, e tu soggiorni Nel campo della fama. Or via disciogli Tu pure il canto tuo, le lodi inalza Degli spenti guerrieri, onde al tuo canto

Volino intorno a te l'ombre festose; E lo spirito amabile di Lorma Sopra un vago lunar tremulo raggio Scenda ne' dolci tuoi cheti riposi,

Quando nell'antro tuo guarda la Luna. Allor tu la vedrai vezzosa e cara Venirne a te, se non che in su la guancia Stalle tuttor la lagrima amorosa.

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