Figlia del ciel, sei bella; è di tua faccia Dolce il silenzio; amabile ti mostri, E in oriente i tuoi cerulei passi Seguon le stelle; al tuo cospetto, o Luna,
Si rallegran le nubi, e 'l seno oscuro Riveston liete di leggiadra luce. Chi ti pareggia, o della notte figlia, Lassù nel cielo? in faccia tua le stelle
Hanno di sé vergogna, e ad altra parte Volgono i glauchi scintillanti sguardi, Ma dimmi, o bella luce, ove t'ascondi Lasciando il corso tuo, quando svanisce
La tua candida faccia? Hai tu, com'io, L'ampie tue sale? o ad abitar ten vai Nell'ombra del dolor? Cadder dal cielo Le tue sorelle? o più non son coloro
Che nella notte s'allegravan teco? Sì sì luce leggiadra, essi son spenti, E tu spesso per piagnerli t'ascondi. Ma verrà notte ancor, che tu, tu stessa
Cadrai per sempre, e lascierai nel cielo Il tuo azzurro sentier; superbi allora Sorgeran gli astri, e in rimirarti avranno Gioia così, com'avean pria vergogna.
Ora del tuo splendor tutta la pompa T'ammanta, o Luna. O tu nel ciel risguarda Dalle tue porte, e tu la nube, o vento, Spezza, onde possa la notturna figlia
Mirar d'intorno, e le scoscese rupi Splendanle incontro, e l'ocean rivolga Nella sua luce i nereggianti flutti. Nato è sul mare, e seco Alto, quel raggio
Di giovinezza; a' suoi fratelli accanto Siedesi Ardan. Movon d'Usnorre i figli Per buia notte il corso lor, fuggendo Di Cairba il furor. Che forma è quella
Che sta lor presso? ricoprì la notte La sua bellezza: le sospira il crine Al marin vento, in tenebrose liste Galleggiano le vesti; ella somiglia
Al grazioso spirito del cielo Che move in mezzo di sua nebbia ombrosa. E chi puote esser mai, fuorché Dartula, Dartula tra le vergini d'Erina
La più leggiadra? Ella fuggì con Nato Dall'amor di Cairba. I venti avversi T'ingannano, o Dartula, e alle tue vele Niegan Eta selvosa. O Nato, queste
Le tue rupi non son, non è il muggito Questo dell'onde tue: stannoti appresso Del nemico le sale, e a te l'incontro Le torri di Cairba ergon la fronte.
Sul mare Ullina il verde capo estende, E la baia di Tura accoglie il legno. Vento del mezzogiorno, vento infido, Ov'eri tu? Chi ti trattenne allora,
Quando dell'amor mio furo ingannati I cari figli? a sollazzarti forse Stavi nel prato? Oh! pur soffiato avessi Nelle vele di Nato, infin che d'Eta
Gli sorgessero a fronte i dolci colli; Finché sorgesser tra le nubi i colli Paterni, e s'allegrassino alla vista Del suo signor! Lungi gran tempo, o Nato,
Fosti, e passò della tornata il giorno. Ma ben ti vide dei stranier la terra, Nato amabile; amabile tu fosti Agli occhi di Dartula; era il tuo volto
Bello qual pura mattutina luce; Piuma di corvo il crin; gentile, e grande Era 'l tuo spirto, e dolce come l'ora Del Sol cadente; di tue voci il suono
Parea susurro di tremanti canne, O pur di Lora il mormorio: ma quando Sorgea nera battaglia, era in tempesta Mar che mugge; terribile il rimbombo
Era dell'armi tue; del corso al suono Svaniva l'oste: allor fu che ti vide La prima volta la gentil Dartula Là dall'eccelse sue muscose torri,
Dalle torri di Selama, ove albergo Ebbero i padri suoi. Bello, o straniero, Ella disse, sei tu (che alla tua vista Tutto si scosse il suo tremante spirto)
Bello sei tu nelle battaglie, amico Dell'estinto Corman: ma dove corri Impetuoso? ove il valor ti porta, O giovinetto dal vivace sguardo?
Poche son le tue mani alla battaglia Contro il fero Cairba: oh potess'io Dal suo odioso amore esser disciolta, Per allegrarmi alla gentil presenza
Del mio bel Nato! Oh fortunate, o care Colline d'Eta! Esse vedranno a caccia I suoi vestigi; esse vedran sovente Il suo candido seno, allor che l'aure
Solleverangli la corvina chioma. Così parlasti tu, gentil Dartula, Dalle torri di Selama, ma ora Ti circonda la notte: i venti ingrati
Le tue vele ingannarono, ingannaro, Bella Dartula, le tue vele i venti. Fremon alto sul mar: cessa per poco Aura del nord, lasciami udir la voce
Dell'amabile; amabile, o Dartula, La voce tua tra 'l sussurrar de' venti. Queste le rupi del mio Nato, è questo Delle sue rupi il mormorante rivo?
Vien quel raggio di luce dalla sala D'Usnor notturna? Alta è la nebbia e densa, Debole il raggio, ma che val? la luce Dell'alma di Dartula è 'l prence d'Eta.
Figlio del prode Usnorre, onde quel rotto Sospir sul labbro? già non siamo, o caro, Nelle terre straniere. O mia Dartula, Non le rupi di Nato, e non è questo,
Ei ripigliò, de' suoi ruscelli il suono; Non vien quel raggio di notturna luce Dalle sale d'Usnor. Lungi ma lungi, Esse ci stan: siamo in nemica terra,
Siam nella terra di Cairba: i venti Ci tradiro, o Dartula; Ullina al cielo Qui solleva i suoi colli. Alto, tu vanne Là verso il nord, e tu lungo la spiaggia
Movi, Ardano, i tuoi passi; onde il nemico Non ci colga di furto, e a noi svanisca D'Eta la speme. Io me n'andrò soletto A quella torre, per scoprir chi stia
presso quel raggio. Su la spiaggia intanto Riposati, mio ben, riposa in pace, Caro raggio d'amor; te del tuo Nato, Come lampo del ciel, circonda il braccio.
Partissi, e sulla spiaggia ella s'assisse Soletta, e mesta; udia 'l fragor dell'onda: Le turgidette lagrime sospese Stanle sugli occhi: ella guardava intorno
Se il suo Nato scopria; tende l'orecchio Al calpestio de' piedi, e de' suoi piedi Non ode il calpestio. Dove se' ito, Figlio dell'amor mio? fragor di vento
Mi cinge, e sferza; è nebulosa e nera La notte, e tu non vieni? O prence d'Eta, Che ti trattiene? batti il nemico forse Scontrato, e s'inalzò notturna zuffa?
Nato tornò, ma tenebroso ha 'l volto, Che veduto egli avea l'estinto amico. Di Tura al muto passeggiava intorno L'ombra di Cucullin: n'era il sospiro
Spesso, affannoso, e spaventosa ancora Degli occhi suoi la mezzo-spenta fiamma. Di nebbia una colonna avea per asta; Intenebrate trasparian le stelle
Per la buia sua forma, e la sua voce Parea vento in caverna. Ei raccontogli La storia del dolor: trista era l'alma Di Nato, come suole in dì di nebbia
Starsi con fosca acquosa faccia il Sole. O diletto amor mio, perché sì mesto? Disse di Cola la vezzosa figlia. Tu sei la luce di Dartula: è tutta
La gioia del mio cor negli occhi tuoi. Lassa! qual altro amico ora m'avanza, Fuorché 'l mio Nato? è nella tomba il padre; Stassi il silenzio in Selama; tristezza
Copre i ruscelli del terren natio. Nella d'Ullina sanguinosa pugna Furo uccisi i possenti, i fidi amici Cadder pugnando con Cormano uccisi.
Scendea la notte: i miei ruscelli azzurri S'ascondeano a' miei sguardi; il vento a scosse Uscia fischiando dalle ombrose cime Dei boschetti di Selama: io sedea
Sotto una pianta, sulle antiche mura De' padri miei, quando al mio spirto innanzi Passò Trutillo, il mio dolce fratello; Trutillo, che lontano era in battaglia
Contro il fero Cairba; ed in quel punto Sen venne Cola dalla bianca chioma Sulla lancia appoggiato; a terra chino Avea l'oscuro volto, angoscia alberga
Nell'alma sua, stagli la spada a lato, In capo ha l'elmo de' suoi padri: avvampa Nel suo petto battaglia; ei tenta indarno Di celar le sue lagrime, Dartula,
Sospirando diss'ei, della mia stirpe Tu l'ultima già sei, Trutillo è spento, Non è più il re di Selama: Cairba Vien co' suoi mille inver le nostre mura.
Cola all'orgoglio suo farassi incontro, E vendetta farà del figlio ucciso. Ma dove troverò sicuro schermo Per la salvezza tua? son bassi, o figlia,
Gli amici nostri, e tu rassembri un raggio. Oimè, diss'io tutta in sospiri, il figlio Della pugna cadeo? Cessò nel campo Di sfavillare il generoso spirto
Del mio Trutillo? Per la mia salvezza Non paventare, a Cola; essa riposta Stassi in quell'arco: da gran tempo appresi A ferir damme. Or di', non è costui
Simile al cervo del deserto, o padre Del caduto Trutil? Brillò di gioia Il volto dell'età, sgorgò dagli occhi Pianto affollato, e tremolar le labbra.
Ben se' tu, figlia di Trentil sorella, Disse, e nel foco del suo spirto avvampi. Prendi, Dartula, quel ferrato scudo, Prendi quell'asta, e quel lucido elmetto;
Spoglie son queste d'un guerrier di prima Gioventù figlio; colla luce insieme Andremo ad affrontar l'empio Cairba. Ma statti o figlia mia, statti vicina
Di Cela al braccio, e ti ricovra all'ombra Dello scudo paterno: il padre tuo Potea un tempo difenderti, ma ora L'età nella sua man tremula stassi.
Mancò la forza del suo braccio, e l'alma Oscuritade di dolor gl'ingombra. Passò la notte tenebrosa, e sorse La luce del mattin: mossesi innanzi
L'eroe canuto; s'adunaro intorno Tutti i duci di Selama; ma pochi Stavan sul piano; e avean canuto il crine: Caduti con Trutillo eran pugnando
Di giovinezza i valorosi figli. O de' verdi anni miei compagni antichi, Cola parlò, non così voi nell'arme Già mi vedeste, e tal non era in campo
Quando il possente Confadan cadeo. Ci soverchia il dolor; vecchiezza oscura Venne qual nebbia dal deserto: è roso Il mio scudo dagli anni, ed il mio brando
Sta da gran tempo alle pareti appeso. A me stesso dicea: fia la sua sera Placida, e in calma, e 'l tuo partir fia come Luce che scema a poco a poco, e manca.
Ma tornò la tempesta: io già mi piego Come una quercia annosa, i rami miei In Selama cadero, e tremo in mezzo Del mio soggiorno. Ove se' tu, Trutillo,
Co' tuoi caduti eroi? tu non rispondi; Tristo è 'l cor di tuo padre. Ah cessi omai, Cessi 'l dolor: che fia? Cairba o Cola Dee bentosto cader; rinascer sento
La gagliardia del braccio, e impaziente Palpita il cor della battaglia al suono. Trasse l'Eroe la lampeggiante spada, E seco i suoi: s'avanzano sul piano;
Nuotan nel vento le canute chiome. Sedea di Lona sulla muta piaggia Festeggiando Cairba: a sé venirne Vide gli eroi; chiama i suoi duci. A Nato
Perché narrar degg'io, come s'alzasse L'aspra battaglia? io ti mirai fra mille Simile al raggio del celeste foco, (Bella e terribil vista; il popol cade
Nel vermiglio suo corso). Imbelle e vana Non fu l'asta di Cola, ella ferio, Membrando ancor le giovanili imprese. Venne un dardo fischiante, e al vecchio eroe
Il petto trapassò; boccone ei cadde Sul suo scudo echeggiante; orrido tremito Scossemi l'alma: sopra lui lo scudo Stesi, e fu visto il mio ricolmo seno.
Venne Cairba con la lancia, e vide La donzella di Selama: si sparse Gioia sul truce aspetto, egli depose La sollevata spada: alzò la tomba
Di Cola ucciso, e me fuor di me stessa A Selama condusse. A me rivolse Voci d'amor; ma di tristezza ingombro Era 'l mio spirto; de' miei padri i scudi
Io riconobbi, e di Trutillo il brando: Vidi l'arme dei morti, e sulle guance Stavami 'l pianto. Allor giungesti, o Nato, Giungesti e fuggì via Cairba oscuro,
Com'ombra fugge al mattutino raggio. Eran lontane le sue squadre, e fiacco Fu il braccio suo contro il tuo forte acciaro. o diletto amor mio, perché si mesto?
Disse di Cola la vezzosa figlia. Fin da' primi anni miei, l'Eroe soggiunse, Incontrai la battaglia: il braccio mio Potea la lancia sollevare appena,
Quando sorse il periglio; il cor di gioia Rideami della pugna al fero aspetto, Come ristretta verdeggiante valle, Se coi vividi raggi il Sol l'investe,
Anzi che in mezzo a' nembi il capo asconda. L'alma rideami fra' perigli, pria Ch'io vedessi di Selama la bella Pria ch'io vedesse te, dolce Dartula,
Simile a stella, che di notte splende Sul colle: incontro a lei lenta s'avanza Nube, e minaccia la vezzosa luce. Siam nella terra del nemico; i venti
Ci tradiro, mia cara: or non c'è presso Forza d'amici, e non le rupi d'Eta. Figlia del nobil Cola, ove poss'io La tua pace trovar? forti di Nato
Sono i fratelli, e lampeggiaro in campo I brandi lor; ma che mai sono i figli Del prode Usnor contro d'un'oste intera? Portate avesse le tue vele il vento,
Re degli uomini, Oscar! Tu promettesti Pur di venirne insieme alla battaglia Del caduto Corman: forte sarebbe Allor la destra mia qual fiammeggiante
Braccio di morte: tremeria Cairba Nelle sue sale, e resteria la pace Coll'amabil Dartula. Alma, coraggio; Perché cadi, alma mia? d'Usnorre i figli
Vincer ben ponno. E vinceranno, o Nato, Disse la bella sfavillando in volto, Mel dice il cor: no non vedrà Dartula Giammai le sale di Cairba oscuro.
Su, quell'arme recatemi, ch'io veggo Nella nave colà splender a quella Passeggera meteora; entrar vogl'io Nella battaglia. Ombra del nobil Cola,
Sei tu ch'io veggio in quella nube? E teco Quell'oscuro chi è? lo riconosco, Egli è Trutillo: ed io vedrò le sale Di colui, che 'l fratel m'uccise e 'l padre?
Spirti dell'amor mio, no non vedrolle. Nato di gioia arse nel volto, udendo Le voci sue: figlia di Cola, ei disse, Tu mi splendi nell'alma; or via, Cairba
Vien' co' tuoi mille: il mio vigor rinasce. Canuto Usnor, no non udrai che 'l figlio Dato siasi alla fuga. Io mi rammento Le tue parole in Eta, allor che alzarsi
Le vele mie, che già stendeano il corso In verso Ullina, e la muscosa Tura. Tu vai, Nato, diss'egli, al sir dei scudi, Al prode Cucullin, che dai perigli
Mai non fuggì; fa' che non sia il tuo braccio Fiacco, né sien di fuga i pensier tuoi: Onde non dica mai di Semo il figlio: Debile è nel pugnar la stirpe d'Eta.
Giunger ponno ad Usnor le sue parole, E rattristarlo. Lagrimando, ei diemmi Questa lucida spada. Io venni intanto Alla baia di Tura: oscure e mute
N'eron le mura; risguardai d'intorno Ne trovai chi novella a me recasse Del prode Cucullin: venni alla sala Delle sue conche: esser soleanvi appese
L'arme de' padri suoi; non v'eran l'arme, E l'antico Lamor sedea nel pianto. Donde vien quest'acciar? disse sorgendo Mesto Lamor; di Tura ahi da gran tempo
Luce d'asta non fere i foschi muri. Onde venite voi? dal mar rotante, O di Temora dalle triste sale? Noi venimmo dal mar, diss'io, dall'alte
Terri d'Usnor; di Slisama siam figli, Figlia di Semo generato al carro. Deh dimmi, o figlio della muta sala, Ov'è il duce di Tura? ah perché Nato
A te lo chiede! or non vegg'io 'l tuo pianto? Dimmi figliuol della romita Tura, Come cadde il possente? Egli non cadde, Lamor soggiunse, come suol talora
Tacita stella per l'oscura notte, Che striscia, e più non è; simile ei cadde A focoso vapor, nunzio di guerra In suol remoto, il cui vermiglio corso
Morte accompagna. Triste son le rive Del Lego, e tristo il mormorio del Lara: Figlio d'Usnorre, il nostro Eroe là cadde. Oh, diss'io sospirando, infra le stragi
Cadde l'eroe? forte egli avea la destra, E dietro il brando suo stava la morte. Del Lego andammo sulle triste rive, La sua tomba scoprimmo; ivi i suoi duci
Con esso estinti, ivi giaceano i suoi Mille cantori. Sull'Eroe piagnemmo Tre giorni, il quarto dì battei lo scudo: Lieti i guerrieri a questo suon d'intorno
S'adunaro, e crollar l'aste raggianti. Presso di noi coll'oste sua Corlasto Stava, Corlasto di Cairba amico. Noi d'improvviso gli piombammo addosso,
Qual notturno torrente: i suoi cadero: E quando gli abitanti della valle Dal lor sonno s'alzar, col loro sangue Vider frammista del mattin la luce.
Ma noi strisciammo via rapidamente, Come liste di nebbia inver la sala Di Cormano echeggiante: alzammo i brandi Per difendere il re; ma il re d'Erina
Non era più; già di Temora vuote Eran le sale, e in giovinezza spento Giacea Cormano. Ricoprì tristezza D'Ullina i figli: tenebrosi e lenti
Si ritirar quai romorose nubi Dopo tempesta minacciata in darno Dietro ad un poggio. In lor dolor pensosi, Mosser d'Usnorre i figli, ed avviarsi
Ver Tura ondosa: a Selama dinanzi Passammo: al rimirarci il reo Cairba Sparì fuggendo pauroso in fretta, Quasi nebbia del Lano, a cui dan caccia
I venti del deserto. Allor ti vidi O verginella, simile alla luce Del Sole d'Eta: amabile è quel raggio, Dissi, e sorse il sospir di mezzo al petto.
Tu nella tua beltà venisti, o cara, Al tuo guerrier; ma ci tradiro i venti, Bella Dartula, ed il nemico è presso. Sì, dappresso è il nemico, allor soggiunse
La forza d'Alto, sulla spiaggia intesi Di lor arme il fragor, d'Erina io vidi Ondeggiar lo stendardo in negre liste. Distinta di Cairba udii la voce
Suonar, quai le cadenti onde del Cromla. Egli sul mar l'oscura nave ha scorta, Pria che il buio scendesse; in riva al Lena Fan guardia i duci suoi, ben diecimila
Spade inalzando. E diecimila spade Inalzin pur, con un sorriso amaro Nato rispose: non però d'Usnorre Ne tremerà la prole. O mar d'Ullina
Perché sì furibondo, e spumeggiante Sferzi la spiaggia co' tuoi flutti? E voi Romoreggianti tempeste del cielo, Perché fischiate in su le negre penne?
Credi tu, mar, credete voi, tempeste, Qui Nato a forza trattener sul lido? Il suo spirto, il suo core è che trattienlo, O figlie della notte. Alto, m'arreca
L'arme del padre, arrecami la lancia Di Semo, che colà splende alle stelle. L'arme ei portò, coprì Nato le membra Del folgorante acciar. Move l'eroe
Amabile nei passi; e nel suo sguardo Splende terribil gioia: ei di Cairba Sta la venuta riguardando; accanto Stagli muta Dartula; è nel guerriero
Fitto il suo sguardo; di nasconder tenta Il nascente sospir; represse a forza Le si gonfian due lagrime negli occhi. Alto, veggio uno speco in quella rupe,
Disse d'Eta il signor; tu là Dartula Scorgi, e sia forte il braccio tuo: tu meco Vientene, Ardan, contro Cairba oscuro. Sfidiamlo alla battaglia: oh veniss'egli
Armato ad incontrar d'Usnor la prole! Se tu campi, o mio ben, non arrestarti A risguardar sopra il tuo Nato estinto. Spiega le vele inver le patrie selve,
Alto, ed al Sir di', che cadeo con fama Il figlio suo, che non sfuggì la pugna Il brando mio: di' che fra mille io caddi, Onde il suo lutto alto gioir contempri.
Tu, donzella di Selama, raduna Le verginelle nella sala d'Eta; Fa' che cantin per Nato, allor che torna L'ombroso autunno. Oh se di Cona udissi
Le mie lodi sonar la voce eletta, Con che gioia il mio spirto ai venti misto Volerebbe a' miei colli! - Ah sì, di Cona Udrassi il nome tuo sonar nei canti,
Prence d'Eta selvosa; a te fia sacra, Figlio di Usnorre, d'Ossian la voce. Deh perché là sul Lena anch'io non ero Quando sorse la pugna? Ossian sarebbe
Teco vittorioso, o teco estinto. Noi sedevamo quella notte in Selma, Con ampie conche festeggiando; e fuori Sulle querce era il vento. Urlò lo spirto
Della montagna; il vento entro la sala Susurrando sen venne, e leve leve Dell'arpa mia toccò le corde; uscinne Suon tristo e basso, qual canto di tomba.
Primo l'udì Fingal; sorse affannoso, E sospirando disse: oimè! per certo Cadde qualcuno de' miei duci; io sento Sull'arpa di mio figlio il suon di morte.
Ossian, deh tocca le sonanti corde, Fa' che s'alzi il dolore; onde sui venti Volino i spirti lor gioiosamente A' miei colli selvosi. Io toccai l'arpa,
E suono uscinne doloroso e basso. Ombre, ombre pallide de' padri nostri, Su dalle nubi tosto piegatevi; Là negli aerei azzurri chiostri.
Lasciate l'orrida vermiglia luce, Ed accogliete cortesi e placide Compagno ed ospite l'estinto duce. Il duce nobile, che cadde in guerra,
Sia che dal mare rotante inalzisi, Sia ch'egli inalzisi da strania terra. Nube sceglietegli fra le tempeste, Che la sua lancia formi, e di nebbia
Sottile orditegli cerulea veste: Presso ponetegli fosco-vermiglia E mezzo-spenta lunga meteora, Che 'l suo terribile brando somiglia.
Fate che amabile ne sia l'aspetto, Onde gli amici pensosi e taciti In rimirandolo n'abbian diletto. Ombre, ombre pallide de' padri nostri
Su dalle nubi tosto piegatevi Là negli aerei azzurri chiostri. Tal era in Selma il canto mio sull'arpa Lieve-tremante: ma d'Ullina intanto
Su la spiaggia era Nato, intorno cinto Da tenebrosa notte; udia la voce Del suo nemico, in fra 'l mugghiar dell'onde; Udiala, e riposavasi sull'asta
Pensoso e muto: uscì 'l mattin raggiante, E schierati apparir d'Erina i figli. Simili a grigie ed arborose rupi Sulla costa si spargono: nel mezzo
Stava Cairba, e dal nemico a vista Sorrise orribilmente. Incontro ad esso Nato s'avanza furibondo, e pieno Del suo vigor: né già poteo Dartula
Restarsi addietro; col guerrier sen venne, E l'asta sollevò. Chi vien nell'armi, Bella spirando giovenil baldanza? Chi vien, chi vien, se non d'Usnorre i figli,
Alto, ed Ardano dall'oscura chioma? Sir di Temora, disse Nato, or vieni, Vien' sulla spiaggia a battagliar con meco Per la donzella: non ha Nato adesso
Seco i suoi duci, che colà dispersi Stanno sul mare: a che guidi i tuoi mille Contro di lui? tu gli fuggisti innanzi, Quando gli amici suoi stavangli intorno.
Garzon dal cor d'orgoglio, e che pretendi? Scenderà a pugnar teco il re d'Erina? Non sono infra i famosi i padri tuoi, Né fra i re de' mortali: ove son l'arme
Dei duci estinti alle tue sale appese? Ove gli scudi de' passati tempi? Chiaro in Temora è di Cairba il nome; Né cogli oscuri ei combatte giammai.
A cotai voci escon dagli occhi a Nato Lagrime d'ira: inferocito il guardo Volge ai fratelli suoi; tre lancie a un punto Volano, e stesi al suol cadon tre duci.
Orribilmente fiammeggiò la luce Dei loro brandi; diradate e sciolte Cedon d'Erina le ristrette file, Come striscia talor di negre nubi
Incontro al soffio di nemboso vento. Ma Cairba dispon l'armate schiere, E mille archi fur tesi, e mille frecce Ratto volar; cadon d'Usnorre i figli,
Come tre giovinette e rigogliose Querce, che stavan sole in erma rupe. Le amabil piante a contemplar s'arresta Il peregrino, e in lor mirar sì sole,
N'ha meraviglia; ma la notte il nembo Vien dal deserto, e furibondo abbassa Le verdi cime: il dì vegnente ei torna, Vede le querce al suol, la vetta è rasa.
Stava Dartula nel dolor suo muta, E gli vide a cader: lagrima alcuna Sugli occhi non appar; ma pieno ha 'l guardo D'alta e nuova tristezza: al vento sparsi
Volano i crini: le tingea la guancia Pallor di morte; esce una voce a mezzo, Ma l'interrompon le tremanti labbra. Venne Cairba oscuro, e dov'è, disse,
L'amante tuo? dov'è il tuo prence d'Eta Al carro nato? hai tu vedute ancora D'Usnor le sale, e di Fingallo i colli? Mugghiato avria la mia battaglia in Morven,
Se non scontravan le tue vele i venti; Fora abbattuto dal mio brando irato Fingallo istesso, e saria lutto in Selma. Dal braccio di Dartula abbandonato
Cadde lo scudo; il suo bel petto apparve Candido, ma di sangue apparve tinto, Perché fitto nel sen le s'era un dardo. Come lista di neve in sul suo Nato
Ella cadeo: sopra l'amato volto Sparsa è la negra chioma, e l'uno all'altro Sgorga frammisto l'amoroso sangue. Bassa, bassa,
Dissero di Cairba i cento vati, Bassa, bassa Sei tu di Cola graziosa figlia. Mesto silenzio
Copre di Selama L'onde cerulee, Perché la stirpe di Trutillo è spenta. Quando sorgerai tu nella tua grazia,
O tra le vergini Prima d'Erin? Lungo è 'l tuo sonno nella tomba, lungo, E lontano il mattin.
Non verrà il sol presso il tuo letto a dirti Svegliati o bella. Nell'aria è 'l venticel di primavera; I fiori scotono
I capi tremoli, i boschi spuntano Colla verde foglietta tenerella; Svegliati o bella.
Sole ritirati: Dorme di Selama La bella vergine, E più non uscirà co' suoi bei rai.
E dolce moversi Ne' passi amabili Della bellezza sua non la vedrai. Così i vati cantar, quando a Dartula
Inalzaron la tomba; io cantai poscia Sopra di lei, quando Fingal sen venne Contro il fero Cairba, a far vendetta Dell'estinto Cormano al carro nato.
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