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1730–1808

COLANTO E CUTONA

Melchiorre Cesarotti

Non intesi una voce? o suono è questo Dei dì che più non son? spesso alla mente La rimembranza dei passati tempi Vien, come a sera il Sol, languida e dolce.

Il rumor della caccia entro il mio spirto Svegliasi, e l'asta col pensier sollevo. No, non m'inganno, odo una voce: o figlio Della notte, chi sei? dorme la bassa

Stirpe mortal; nelle mie sale è 'l fischio Di mezza notte: sarà forse questo Lo scudo di Fingal che ripercosso Echeggia al vento: nella sala ei pende

Dalle pareti, e di trattarlo gode L'ombra del padre. Ah sì ti sento, amico, Molto è che lunge dagli orecchi miei Stette la voce tua: sopra il tuo nembo

Qual ragion ti conduce, o generoso Figlio di Morni? e dove son gli amici De' tempi antichi? e dove Oscarre, il figlio Della mia fama? ei solea starti appresso,

Quando sorgea della battaglia il suono. Dorme di Cona la soave voce Nella sua sala romorosa? dorme Ossian tranquillo, e stan gli amici intanto

Senza l'onor dell'aspettata fama? Volvesi il mar sopra l'oscura Itona, Né vede lo stranier le nostre tombe. E fino a quando dovrà star sepolta,

E inonorata la memoria nostra, Cantor di Selma? Oh potess'io vederti Cogli occhi miei, mentre tu siedi oscuro

Nella tua nube! Or di', somigli, amico, Alla nebbia di Lano? oppure ad una Scolorita meteora? E di che sono Della tua veste i lembi? E di che fatto

È l'aereo tuo arco? Egli partissi Nel nembo suo come sfumata nebbia. Scendi dalla parete, arpa soave, Fa' ch'io senta il tuo suon: sorga la luce

Della memoria, e disfavilli sopra L'oscura Itona, onde veder io possa Gli estinti amici. Ecco gli amici io veggo Nella fosca-cerulea isola; io scorgo

La caverna di Tona, ecco le piante Tremanti al vento, e le muscose rupi. Presso mormora un rio; pende Toscarre Sopra il suo corso; egli ha Fercuto accanto

Mesto, e dell'amor suo siede in disparte La vergine dolente, e piange, e geme. M'inganna il vento? o le lor voci ascolto Veracemente?

Tempestosa notte, Notte atra: rotolavano le querce Dalle montagne; il mare infin dal fondo Rimescolato dal vento mugghiava

Terribilmente, e l'onde accavallandosi Le nostre rupi ricopriano; il cielo Mostravaci la felce inaridita Col suo frequente balenar. Fercuto,

Vidi lo spirto della notte; ei stava Muto sopra la spiaggia; errava al vento La sua veste di nebbia; io ne distinsi Le lagrime; ei sembrava uom d'anni grave,

E carco di pensier. Toscarre, al certo Questi è tuo padre: ah ch'ei nella sua stirpe Qualche morte prevede: in tale aspetto

Già, mi rimembra, ei fè vedersi in Cromla, Pria che cadesse il gran Mornante. Ullina Ullina, o quanto graziosi e cari Sono i tuoi monti, e le tue valli erbose!

Sopra gli azzurri tuoi ruscelli siede Grato silenzio, e ne' tuoi campi è il Sole. Soavissimo in Selama a sentirsi È il suon dell'arpa, amabili e gioconde

In Cromla son del cacciator le grida. Noi nell'oscura Itona or da tempeste Siamo accerchiati; il bianco capo inalza L'onda su i nostri massi, e stiam tremando

In negra notte involti. Ove n'è ito, Fercuto antico, il tuo guerriero spirto? Pur io sovente intrepido ti scorsi

Entro i perigli; in mezzo alle battaglie Vidi i tuoi sguardi sfavillar di gioia. Ove n'è ito il tuo guerriero spirto? Sempre furo animosi i nostri padri.

Va', guarda il mar che già cade e si spiana; Già cessa il soffio tempestoso, l'onde Tremolando diguazzansi, e del vento Sembrano paventar: ma guarda il mare

Che già già s'abbonaccia. Ecco il mattino Che sulle rupi albeggia: in breve il Sole Risguarderà dall'oriente in tutta Della sua luce l'orgogliosa pompa.

Partendo da Colanto, io veleggiava Tutto festoso, con placida auretta, E l'isola dell'onde costeggiava. Ivi dell'amor suo la verginetta

Vidi i cervi inseguir leggeramente In cacciatrici spoglie agile e stretta. Ella pareami raggio d'oriente, Ch'esce fuor fuora,

E i nembi indora Di luce amabilissima ridente. Il nero crin sul petto le cadia, Piegava l'arco,

Gentile incarco. Curvetta in atto pien di leggiadria. Ella mostrava il candidetto braccio, E parea neve,

Che leve leve Scende sul Cromla, e si rassoda in ghiaccio. Vieni all'anima mia, tosto diss'io, Raggio d'amore,

Vieni al mio core, Allo mio core ch'è tutto desio. Ma ella stassi mesta, e non risponde; Pende sull'onde - e si distrugge in pianto;

Pensa a Colanto, - e langue, e s'abbandona. Dolce Cutona - al duol che sì ti sface, Troverò pace? Lungi di qua, muscosa

Rupe sul mare incurvasi D'antichi alberi ombrosa. A' cavrioli è quella Gradita solitudine,

La gente Arven l'appella. Ivi all'aer di Mora S'alzan le torri, ivi 'l mio ben dimora. Lassa! che incerto ei palpita,

E sta guardando il mar, Per discoprir se l'unica Sua dolce cura appar. Oimè! che dalla caccia

Le figlie ritornarono. Vede i loro occhi turgidetti, e languidi: E l'amor mio dov'è? Elle passaron meste, e non risposero;

Oimè! Colanto, oimè! Se cerchi la mia pace, Straniero, in Arven col mio cor si giace. E bene alla sua pace

Ritornerà Cutona: Ritornerà alle sale Del nobile Colanto; Ei di Toscarre è amico:

Io festeggiai tre giorni All'ospital sua mensa. Venticelli d'Ullina, o venticelli, Venite celeri,

Soffiate placidi, Rigonfiate le vele, e sospingetele Verso l'arvenie fortunate piagge. Cutona in Mora

Riposerà. Dolente e misero Toscar sarà. Ei si starà soletto

Dentro la sua caverna; La nel campo del Sole. Il vento ad or ad or tra fronda e fronda Mormorerà.

Egli alla voce tua dolce e gioconda Pensando andrà. Ei struggerassi in pianto; Ella in braccio sarà del suo Colanto.

Oh! oh! che nube è quella Ch'io ravviso colà? porta nel seno L'ombre de' padri miei, veggo le falde Delle lor vesti, veggo

Che come azzurra nebbia... o Ruma, o Ruma, Quando deggio cader? Cutona afflitta La sua morte prevede: ah mio Colanto, Lassa! pria ch'io men vada

Nella magione angusta Per non tornar più mai, Caro, non ti vedrò, non mi vedrai? Sì ti vedrà, Cutona, ei già sen viene

Sopra il rotante mar, già pende oscura Sulla sua lancia di Toscar la morte. Al fianco ha una ferita, Ei ti chiama, e l'addita.

Vedilo, vedilo, Prosteso e pallido Sullo speco di Tona. Che fai? su vientene

Colle tue lagrime, Bella Cutona. E ti sogguarda ancora; Piangi infelice il bel guerrier di Mora.

Comincia ad oscurarsi nella mente La visione; io più non veggo i duci. Ma voi cantori de' futuri tempi Ricordate con lagrime la morte

Del nobile Colanto; egli cadeo Anzi la sua stagion; volse la madre L'occhio al suo scudo, e ravvisollo asperso Di nero sangue: ahi! che mio figlio è spento,

Disse, e sonò l'alto suo lutto in Mora. E tu, bella Cutona, Pallidetta ti stai Sulla tua rupe appo gli estinti duci.

Va la notte, e torna il giorno, Tu d'intorno Guardi, né v'ha chi la lor tomba inalzi. Spaventati i corvi striduli

Da' tuoi gemiti fuggon via; Le tue lagrime, mesta vergine, Larghe sgorgano tuttavia: Tu sei pallido

Viso candido, Già sì vago; Come nuvola D'acqua turgida

Sopra un lago. Vennero i figli del deserto, e morta La ritrovaro; alzan la tomba ai duci: Ella riposa al suo Colanto appresso.

Colanto, or va', la sospirata fama Già ricevesti; non venirne, amico, Ne' sogni miei; dalla mia sala lungi Stia la tua voce, onde la notte il sonno

Scenda sulle mie ciglia. Oh potess'io Scordar gli amici estinti, infin che l'orme Cessan de' passi miei, finché men vado Ad unirmi con loro, e che ripongo

L'antiche membra nell'angusta casa!

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