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1730–1808

CARRITURA

Melchiorre Cesarotti

Hai tu nell'aria abbandonato omai Il ceruleo tuo corso, ori-crinito Figlio del cielo? L'occidente aperse Le porte sue; del tuo riposo il letto

Colà t'aspetta: il tremolante capo L'onda solleva di mirar bramosa La tua bellezza; amabile ti scorge Ella nel sonno tuo; ma visto appena

S'arretra con timor: riposa, o Sole, Nell'oscura tua grotta, e poscia a noi Torna più sfavillante, e più gioioso. Ma intanto di mill'arpe il suon diffondasi

Per tutta Selma, e mille faci inalzinsi, E rai di luce per la sala ondeggino. Già la di Crona Zuffa passo.

Il Re dell'aste, Re delle conche A noi tornò. Battaglia e guerra

Svanì, qual suono Che più non è. Su su cantori, Alzate il canto:

Nella sua gloria Ritorna il Re. Si cantò Ullin, quando Fingal tornava Dalle battaglie baldanzoso e lieto,

Nella sua gaia giovenil freschezza Co' suoi pesanti inanellati crini. Stavan sopra l'Eroe cerulee l'armi, Come appunto talor cerulea nube

Sopra il Sole si sta, quand'ei s'avanza In sue vesti di nebbia, e sol ne mostra La metà de' suoi raggi. I forti eroi Seguon l'orme del Re; spargesi intorno

La festa della conca; a' suoi cantori Fingal si volge, e a scior gli accende il canto. Voci, diss'ei, dell'echeggiante Cona, Cantori antichi, o voi dentro il cui spirto

Soglionsi ravvivar l'azzurre forme De' nostri padri, or via, toccate l'arpa Nella mia sala, onde Fingal s'allegri De' vostri canti. È dilettosa e dolce

La gioia del dolore; ella somiglia Di primavera tepidetta pioggia, Che molli rende della quercia i rami, Sicché vie via la giovinetta foglia

Getta le verdi tenerelle cime. Su cantate, o cantor; domani al vento Darem le vele. Il mio ceruleo corso Sarà sull'oceano, inver le torri

Di Carritura, le muscose torri Del vecchio Sarno, ove abitar soleva Comala mia; colà Catillo il prode Sparge la festa della conca intorno:

Molte le fere son dei boschi suoi, Ed alzerassi della caccia il suono. Cronalo, disse Ullin, figlio del canto, E tu Minona graziosa all'arpa,

Alzate il canto di Silrico, ond'abbia Il Re nostro diletto: esca Vinvela Nella bellezza sua, simile all'arco Del ciel piovoso, che l'amabil faccia

Mostra sul lago, quando il Sol tramonta Lucido e puro. Ecco, Fingal, già viene Vinvela; è dolce il canto suo, ma tristo. Figlio della collina è l'amor mio:

Fischia nell'aria ognora La corda del suo arco, e suona il corno; Gli anelano d'intorno i fidi cani; Ei delle damme ognor segue la traccia;

Egli ha di caccia, - i' ho di lui desio, Figlio della collina è l'amor mio. Deh rispondi a Vinvela, amor mio dolce, Il tuo riposo ov'è?

Riposi tu lungo il ruscel del monte? Oppur in riva al fonte Dal mormorante piè? Ma gli arboscelli piegansi

Ai venticelli tremuli, E già la densa nebbia Dalla collina sgombrasi: Io mi voglio pian piano avvicinar,

Colà dov'ei riposa; E dalla cima ombrosa Voglio non vista l'amor mio mirar. La prima volta ch'io ti vidi, o caro,

Amabile ti vidi Tornar da caccia, alto, ben fatto, e stavi Colà di Brano presso il pino antico. Molti eran teco giovinetti snelli

Diritti e belli; Ma il più bello d'ogni altro era Silrico. Che voce è questa ch'odo, Voce simile a fresca auretta estiva?

No, il mormorar dell'arbuscel non sento Che piega al vento, Né più del monte In su la fonte - io sto.

Di Fingallo alle guerre Là nell'estranie terre Lungi, Vinvela mia, lungi men vo. I miei fidi can grigi

Non mi seguono più. Sul colle i miei vestigi, Cara, non vedrai tu. Ed io non men, Vinvela mia vezzosa,

Non rivedrò più te, Quando sul rio della pianura erbosa Movi sì dolce il piè; Gaia, come nell'aria

L'arco del ciel ridente; Come la luna candida Nell'onda d'occidente. Dunque parti, Silrico, ed io qui resto

Su la collina meschinetta e sola? Le damme già sopra l'alpestre vetta Pascon senza timor; Né temon fronda, o sussurrante auretta,

Che lungi è 'l cacciator. Egli è nel campo delle tombe amare: Chi sa s'egli rivien? Stranieri per pietà, figli del mare,

Lasciatemi il mio ben. Vinvela mia, se là nel campo io caggio, Tu la mia tomba inalza; Ammonticchiata terra, e bigie pietre

Serbino ai dì futuri La ricordanza mia. Là sul meriggio Verrà talvolta ad adagiare il fianco Il cacciator già stanco,

Quando col cibo prenderà ristoro, E al luogo, ov'io dimoro, Volto, dirà, qui giace uno de' prodi; E vivrà il nome mio nelle sue lodi.

Dolce Vinvela mia, s'io vado in guerra, Serbami la tua fè; Se basso basso giacerò sotterra, Ricordati di me.

Sì, sì, mio dolce amore, Di te mi sovverrò. Oimè! ma tu cadrai, Oimè, se tu ten vai

Per sempre, e che farò? Sul muto prato, Sul cupo monte, Sul mesto fonte

Di te pensando andrò. Qualor da caccia Farò ritorno Il tuo muto soggiorno

Con doglia rivedrò. Oimè lassa dolente! Silrico mio cadrà. E Vinvela piagnente

Di lui si sovverrà. Ed anch'io, disse il Re, del forte duce Ben mi sovvengo; egli struggea la pugna Nel suo furor, ma più nol veggo. Un giorno

Lo riscontrai sul colle: avea la guancia Pallida, oscuro il ciglio, uscia dal petto Spesso il sospiro: i suoi romiti passi Eran verso il deserto; or non vi scorge

In tra la folla de' miei duci, quando S'inalza il suon de' bellicosi scudi. Abita forse di Cremora il sire Nella picciola casa? Oh, disse Ullino,

Cronalo, dacci di Silrico il canto, Quando giunse a' suoi colli, e più non era La sua Vinvela. Ei s'appoggiava appunto Su la muscosa tomba dell'amata,

E credea che vivesse; egli la vide Che dolcemente si movea sul prato; Ma non durò la sua lucida forma Per lungo spazio, che fuggì dal campo

Il sole, ed ella sparve. Udite, udite; Dolce, ma tristo è di Silrico il canto. Io siedo presso alla muscosa fonte Su la collina, ove soggiorna il vento,

Fischiami un arboscel sopra la fronte, Rotar sul lido l'oscura onda io sento; I cavrioli scendono dal monte, Gorgoglia il lago, che commosso e drento,

Cacciator non si scorge in questi boschi, È tutto muto; i miei pensier son foschi. Deh ti vedessi, o mio dolce diletto, Deh ti vedessi errar sul praticello,

Con quel tuo crin, che giù scende negletto, E balza sopra l'ale al venticello, Col petto candidetto ricolmetto, Che sale, e scende, a rimirar sì bello,

E con l'occhietto basso e lagrimoso Pel tuo Silrico dalla nebbia ascoso; S'io ti vedessi, io ti dare' conforto, E condurreti alla paterna casa.

Ma saria quella appunto Ch'appar colà sul prato? Se' tu, che per le rupi, o desiabile, Ne vieni all'amor tuo? se' tu, mio ben?

Come la luna per l'autunno amabile, O dopo nembo estivo il sol seren? Ecco, che a me favella; Ma quanto bassa mai

È la sua voce; e fioca! Somiglia auretta roca Fra l'alghe dello stagno. Dunque salvo ritorni?

E dove son gli amici? Salvo ritorni, o caro? Su la collina la tua morte intesi, Intesi la tua morte,

E ti piansi di pianto amaro, e forte. Sì mia bella, io ritorno, Ma della schiatta mia ritorno il solo: Più non vedrai gli amici: io la lor tomba

Sulla pianura alzai. Ma dimmi, o cara, Per la deserta vetta Perché sola ti stai? Perché così soletta

Lungo il prato ten vai? Sola, Silrico mio, Nella magion del verno Sola sola son io.

Silrico mio, per te di duol son morta, Sto nella tomba languidetta e smorta. Disse, e fugge veloce, Come nebbia sparisce innanzi al vento.

Amor mio, perché fuggi? ove ten vai? Deh per pietade arrestati, E guarda le mie lagrime. Bella fosti, o Vinvela,

Bella quand'eri viva, e bella sei Anche morta, o Vinvela, agli occhi miei. Sulla cima del colle ventoso, Sulla riva del fonte muscoso

Di te, cara, pensando starò. Quando è muto il meriggio d'intorno A far meco il tuo dolce soggiorno Vieni, o cara, e contento sarò.

Vieni, vieni su l'ale al venticello, Volami in grembo; Vieni sul nembo Quando sul monte appar.

Quando tace il meriggio, e 'l sol più coce, Con quell'amabil voce Vienimi a consolar. Tal fu 'l canto di Cronalo la notte

Della gioia di Selma. In oriente Sorse il mattino: l'azzurre onde rotolano Dentro la luce. Di spiegar le vele Fingal comanda; i romorosi venti

Scendono da' lor colli. Alla sua vista S'erge Inistorre, e le muscose torri Di Carritura, ma sull'alta cima Verde fiamma sorgea di fumo cinta,

Segno d'affanno. Il Re picchiossi 'l petto, La lancia impugna: intenebrato il ciglio Tende alla costa, e guarda addietro al vento Che avea 'l suo soffio rallentato; sparsi

Errangli i crini per le spalle, e siede Terribile silenzio a lui sul volto. Scese la notte, s'arrestò la nave Nella baia di Rota; in su la costa,

Tutta accerchiata d'echeggianti boschi. Pende una rupe: in su la cima stassi Il circolo di Loda, e la muscosa Pietra della Possanza: appiè si stende

Pianura augusta, ricoperta d'erba, E di ramosi antichi alber, che i venti Di mezza notte dall'alpestre masso Imperversando avean con forti crolli

Diradicati: ivi d'un rio serpeggia L'azzurro corso, ed il velluto cardo Aura romita d'ocean percote. S'alzò la fiamma di tre querce; intorno

Si diffuse la festa: il Re turbato Stava pel sir di Carritura: apparve La fredda luna in oriente, e 'l sonno Su le ciglia de' giovani discese.

Splendeano a' raggi tremuli di luna Gli azzurri elmetti; delle querce il foco Già decadendo. Ma sul Re non posa Placido sonno; ei di tutt'arme armato

S'alza pensoso, e lentamente ascende Su la collina, a risguardar la fiamma Della torre di Sarno. Ella splendea Torba da lungi; ma la luna ascose

La sua faccia vermiglia: un nembo move Dalla montagna; e porta in su le piume Lo spirito di Loda. Al suo soggiorno Ei ne venia de' suoi terrori in mezzo,

E gìa crollando la caliginosa Asta; gli occhi parean fumose vampe Nell'oscura sua faccia; e la sua voce Era da lungi rimbombante tuono.

Ma contro lui del suo vigor la lancia Move Fingallo, e gli favella altero. Vattene, o figlio dell'oscura notte. Chiama i tuoi venti, e fuggi: a che ten vieni

Dinanzi a me, d'aere e di nembi armato? Temo fors'io tua tenebrosa forma, Tetro spirto di Loda? è fiacco il tuo Scudo di nubi, e fiacca è la tua spada,

Vana meteora; le rammassa il vento, Ed il vento le sperde, e tu tu stesso Sfumi ad un tratto: o della notte figlio, Fuggi da me; chiama i tuoi venti, e fuggi.

E nel soggiorno mio tu di forzarmi Dunque pretendi? replicar s'intese La vuota voce: innanzi a me s'atterra Il ginocchio del popolo: io la sorte

Delle battaglie, e dei guerrier decido, Io sulle nazion guardo dall'alto, E più non sono; le avvampanti nari Sbuffano morte; io spazio alto su i venti,

Calpesto i nembi, e a' passi miei dinanzi Van le tempeste: ma tranquillo, e cheto E di là dalle nubi il mio soggiorno, E lieti son del mio riposo i campi.

E ben, quei ripigliò, del tuo riposo Statti ne' campi, e di Comallo il figlio Scorpati: da' miei colli ascendo io forse Alle tranquille tue pianure, o vengo

Sulle nubi con l'asta ad incontrarti, Tetro spirto di Loda? e perché dunque Bieco mi guardi? e perché scuoti, o folle, Quell'aerea tua lancia? invan tu bieco

Guati Fingallo; io non fugii dai prodi, E me spaventeran del vento i figli? No, che dell'arme lor so la fiacchezza. Va', soggiunse lo spettro, or vanne, e 'l vento

Ricevi: i venti di mia man nel vuoto Stannosi; è mio delle tempeste il corso. Mio figlio è 'l re di Sora: egli alla Pietra Di mia Possanza le ginocchia inchina.

Son le sue squadre a Carritura intorno; Ei vincerà. Figlio di Comal fuggi Alle tue terre, o proverai bentosto Del mio ardente furor gli orridi effetti.

Disse, e contro Fingallo alzò la lancia Caliginosa, e della sconcia forma L'altezza formidabile piegò. Ma quei s'avanza, e trae l'acciar, lavoro

Dell'affumato Luno; il suo corrente Sentier, penetra agevole pel mezzo Dell'orrid'ombra: lo sformato spettro Cade fesso nell'aria, appunto come

Nera colonna di fumo, che sopra Mezzo spenta fornace alzasi, e quella Fende verghetta di fanciul per gioco. Urlò di Loda il tenebroso spirto.

Ed in sé rotolandosi nell'aria, S'alza, e svanisce. L'orrid'urlo udiro L'onde nel fondo, e s'arrestaro a mezzo Del loro corso con terror; dal sonno

Tutti ad un tratto di Fingallo i duci Scossersi, ed impugnar l'aste pesanti. Cercano il Re, nol veggono; turbati S'alzano con furor; gli scudi, e i brandi

Rimbomban tutti. In oriente intanto La luna apparve, il Re fè a' suoi ritorno Scintillante nell'armi; alta la gioia Fu de' giovani suoi, tranquilla calma

Serenò le lor anime, siccome Dopo tempesta abbonacciato mare. Ullino alzò della letizia il canto, E d'Inistor si rallegraro i colli;

Fiamma di quercia, alzossi, e rimembrarsi Le belle istorie degli antichi eroi. Ma d'altra parte d'una pianta all'ombra Sedea pien d'amarezza il re di Sora,

Frotallo: intorno a Carritura sparse Son le sue squadre, egli le mura irato Guarda fremendo, e sitibondo il sangue Vuol di Catillo, che lo vinse in guerra.

Allor che Anniro, di Frotallo padre, Regnava in Sora, un improvviso nembo Sorse sul mar, che ad Inistor portollo. Frotal si stette a festeggiar tre giorni

Nelle sale di Sarno, e vide gli occhi Di Comala soavemente lenti; Videli, e nel furor di giovinezza Ratto s'accese, e impetuoso corse

Per farsi a forza possessore e donno Della donzella dalle bianche braccia. Ma vi s'oppon Catillo: oscura zuffa S'alza: Frotallo è nella sala avvinto.

Ivi langue tre giorni; alla sua nave Sarno nel quarto rimandollo. A Sora Egli salvo tornò; ma la sua mente Negra si fè di furibondo sdegno

Fin da quel dì contro Catilo; e quando Dalla fama d'Annir s'alzò la pietra, Ei scese armato; e alle muscose intorno Mura di Sarno alta avvampò battaglia.

Sorse il mattin sopra Inistor: Fingallo Batte l'oscuro scudo; a quel rimbombo Scotonsi i duci suoi; s'alzan, ma gli occhi Tengono al mar; veggion Fingal che viene

Nel suo vigor: parlò Tubarre il primo. Re di Sora, e chi vien simile al cervo, Cui tien dietro il suo gregge? egli è nemico; Veggo la punta di sua lancia: ah forse

È il re di Morven, tra' mortali il primo, L'alto Fingal; l'imprese sue Gormallo Rimembra, e sta de' suoi nemici il sangue Nelle sale di Starno: a chieder vado

Dei Re la pace? egli è folgor del cielo. Figlio del fiacco braccio, a lui rispose Frotallo irato, incominciar dovranno Dalle tenebre adunque i giorni miei?

Io cederò pria di veder battaglia? Ma che direbbe in Sora il popol mio? Frotallo uscì, come meteora ardente, Diria; nube scontrollo, egli disparve.

No no, Tubar, no, re di Tora ondosa, Non cederò; me la mia fama, come Striscia di luce, fascerà d'intorno. Uscì de' suoi col rapido torrente,

Ma rupe riscontrò: Fingallo immoto Stettesi: rotte rotolaro addietro Le schiere sue, né rotolar sicure. L'asta del Re gl'incalza: il campo è tutto

Ricoperto d'Eroi: frapposto colle Solo fu schermo alle fuggenti squadre. Vide Frotallo la lor fuga, e rabbia Sorse nel petto suo; torbido il guardo

Tien fitto al suol; chiama Tubar: - Tubarre, Il mio popol fuggì, cessò d'alzarsi la gloria mia, che più mi resta? io voglio Pugnar col Re; sento l'ardor dell'alma;

Manda cantor, che la battaglia chieda. Tu non opporti: ma, Tubarre, io amo Una donzella: ella soggiorna appresso L'acque di Tano, ella è d'Erman la figlia,

Uta dal bianco sen, dal dolce sguardo. Essa la figlia d'Inistor paventa, E al mio partir trasse dal petto il suo Delicato sospiro: or vanne, e dille

Che basso io son, ma che soltanto in lei Il mio tenero cor prendea diletto. Così parlò pronto a pugnar; ma lungi Non era il soavissimo sospiro

Della bell'Uta: ella in maschili spoglie Avea seguito il suo guerrier sul mare. Sotto lucido elmetto ella volgea Furtivamente l'amoroso sguardo

Al giovinetto: ma scorgendo adesso Avviarsi 'l cantor; tre volte l'asta Di man le cadde, il crin volava sciolto, Spessi spessi gonfiavanle i sospiri

Il candidetto seno; inalza gli occhi Dolce-languenti cerso il Re: volea Parlar, tre volte lo tentò, tre volte Morì sul labbro la tremante voce.

Fingallo ode il cantor, ratto sen venne Col suo possente acciar: le mortali aste Si riscontraro, ed i fendenti alzarsi Di loro spade: ma discese il brando

Impetuoso di Fingallo, e in due Spezzò lo scudo al giovinetto; esposto È 'l suo bel fianco; ei mezzo chino a terra Vede la morte: oscurità s'accolse

Sull'alma ad Uta; per le guance a rivi Discorrono le lagrime; ella corre Per ricoprirlo col suo scudo; un tronco Le s'attraversa, incespica, riversasi

Sul suo braccio di neve, elmetto e scudo Le cadono, discopresi il bel seno, La nera chioma sul terreno è sparsa. Vide il Re la donzella, e pietà n'ebbe,

Ferma il brando inalzator, a lor si china Umanamente, e nel parlar, sull'occhio Gli spuntava la lagrima pietosa. O re di Sora, di Fingallo il brando

Non paventar. Non lo macchiò giammai Sangue di vinto, e di guerrier caduto Petto mai non passò: sul Tora ondoso S'allegri il popol tuo, goda la bella

Vergine del tuo amor: perché mai devi Cader nel fresco giovenil tuo fiore? Frotallo udì del Re le voci, e a un punto Ei vide alzarsi la donzella amata.

Stettersi entrambi in lor bellezza muti, Come due verdi giovinette piante Sulla pianura, allor che il soffio avverso Cessò del vento, e su le foglie pende

Di primavera tepidetta pioggia. Figlia d'Erman, diss'ei, venisti adunque In tua bellezza dall'ondoso Tora, Per mirar abbattuto alla tua vista

Il tuo guerrier? ma l'abbattero i prodi, Donzelletta gentil, né ignobil braccio Vinse d'Anniro il figlio al carro nato. Terribile, terribile in battaglia,

Re di Morven, sei tu, ma poscia in pace Rassembri il Sol, che dopo pioggia appare: Dal verdeggiante stelo in faccia a lui I fiori alzano il capo, e i venticelli

Van dibattendo mormoranti piume. Oh fostù in Sora, o fosse sparsa intorno La festa mia! vedriano i re futuri L'arme tue nella sala, e della fama

S'allegrerien de' padri suoi, che l'alto Fingal possente di mirar fur degni. Della di Sora valorosa stirpe, Figlio d'Anniro, s'udirà la fama,

Disse Fingal: quando son forti i duci Nella battaglia, allor s'inalza il canto; Ma se discendon sopra imbelli capi Le loro spade, se de' vili il sangue

Tinge le lance, il buon cantor si scorda De' loro nomi, e son lor tombe ignote. Verrà sopra di quelle ad inalzarsi Casa o capanna il peregrino, e mentre

Ei sta scavando l'ammontata terra, Scoprirà logra e rugginosa spada, E in mirarla dirà: queste son l'arme D'antichi duci, che non son nel canto.

Tu Inistor vieni alla festa, e teco La verginella del tuo amor ne venga, E i nostri volti brilleran di gioia. Prese la lancia, e maestosamente

Di sua possanza s'avanzò nei passi. Di Carritura omai le porte schiudonsi, La festa della conca in giro spargesi; Alto intorno suonò voce di musica,

Gioia disfavillò pe' larghi portici, Udivasi d'Ullin la voce amabile, L'amabile di Selma arpa toccavasi. Uta allegrossi nel mirarlo, e chiese

La canzon del dolor: sull'umid'occhio La lagrima pendeale turgidetta, Quando comparve la dolce Crimora, Crimora figlia di Rinval, che stava

Là sull'ampio di Lota azzurro fiume. Lunghetta istoria, ma soave; in essa La vergine di Tora ebbe diletto. Chi vien dalla collina

Simile a nube tinta Dal raggio d'occidente? Che voce è questa mai sonora e piena Al par del vento,

Ma, qual di Carilo L'arpa, piacevole? Egli è il mio amore, è l'amor mio che scende, E nell'acciar risplende,

Ma tristo porta e nubiloso il ciglio. Vive la forte schiatta di Fingallo: Qual affligge disastro il mio Conallo? Essi son vivi, o cara,

Io ritornar poc'anzi Dalla caccia gli vidi, Qual torrente di luce: il Sol vibrava Su i loro scudi, essi scendean dal colle

Come lista di foco. O mia Crimora, Già la guerra è vicina, È della gioventude alta la voce. Dargo, Dargo feroce

Doman viene a far prova Della possanza della stirpe nostra. Egli a battaglia sfida La schiatta di Fingallo invitta e forte,

Schiatta delle battaglie e della morte. È ver, Conallo, io vidi Le vele sue, che qual nebbia stendevansi Sul flutto azzurro, e lente s'avanzavano

Verso la spiaggia. O mio Conallo, molti Son di Dargo i guerrier. Recami, o cara, Lo scudo di tuo padre,

Il forte di Rinval ferrato scudo, Che a colma Luna rassomiglia, quando Fosca infocata per lo ciel si move. Ecco, o Conal, lo scudo,

Ma questo non difese il padre mio; Cadd'ei dall'asta di Gormiro ucciso, Tu puoi cader. Posso cader, è vero,

Ma tu, Crimora, la mia tomba inalza. Le bigie pietre, e un cumulo di terra Faran ch'io viva ancor spento e sotterra. Tu a quella vista,

Molle di lagrime Volgi il leggiadro aspetto: E muta e trista Sopra il mio tumulo,

Picchia più volte il petto. Bella sei come luce, o mia diletta, Pur non poss'io restar. Più dolce se' che sopra il colle auretta,

Pur ti degg'io lasciar. S'egli avvien ch'io soccomba, Dolce Crimora, inalzami la tomba. E ben, dammi quell'arme,

Sì, quell'arme di luce; e quella spada, E quell'asta d'acciaro; io verrò teco, Teco farommi incontro Al fero Dargo e crudo,

E al mio dolce Conal mi farò scudo. O patri monti, O colli, o fonti, O voi cervetti, addio.

Io più non tornerò, Lungi lungi men vo, E nella tomba sto - con l'amor mio. Né mai più ritornaro? Uta richiese

Sospirosetta: cadde in campo il prode? Visse Crimora? era il suo spirto afflitto Pel suo Conallo, e solitari i passi? Non era ei grazioso, come raggio

Di Sol cadente? Vide Ullin sull'occhio La lagrima che usciva, e prese l'arpa Dolce-tremante: amabile, ma tristo, Era il suo canto, e fu silenzio intorno.

L'oscuro autunno adombra le montagne, L'azzurra nebbia sul colle si posa, Flagella il vento le mute campagne. Torbo il rio scorre per la piaggia erbosa,

Stassi un alber soletto, e fischia al vento, E addita il luogo, ove Conal riposa. E quando l'aura vi percote drento, La sparsa foglia, che d'intorno gira

Copre la tomba dell'eroe già spento. Quivi sovente il cacciator rimira L'ombre de' morti, allor che lento lento Erra sul mesto prato, e ne sospira.

Chi del tuo chiaro sangue Giunger potrebbe alla primiera fonte, Chi numerar, Conallo, i padri tuoi? Crebbe la stirpe tua qual quercia in monte,

Che con l'altera fronte Incontra il vento, e al ciel poggia sublime: Or dall'annose cime Al suol la rovesciò nembo di guerra;

Chi potrà 'l luogo tuo supplire in terra? Qui qui dell'armi il fier rimbombo intesesi, Quivi i fremiti, Quivi i gemiti

Dei moribondi: sanguinose orrende Le guerre di Fingallo: O Conallo, o Conallo, Qui fu dove cadesti: era il tuo braccio

Turbo, e folgore il brando; Dagli occhi uscia, qual da fornace, il foco, Era a veder l'altezza Rupe in pianura, a cui vento si spezza.

Romorosa qual roca tempesta La tua voce a' nemici funesta Nelle pugne s'udia rimbombar. Dal tuo brando gli eroi cadean non tardi,

Come cardi, Cui fanciullo Per trastullo Con la verga suol troncar.

Ecco Dargo s'avanza, Dargo terribil, come Nube di folgor grave: avea le ciglia Aggrottate ed oscure,

E gli occhi suoi nella ferrigna fronte Parean caverne in monte. Scendon rapidi i brandi, e orribilmente Alto sonar si sente

Il ripercosso acciaro; era dappresso La figlia di Rinvallo, La vezzosa Crimora, Che risplendea sotto guerriero arnese,

Ella seguito in guerra Avea l'amato giovinetto; sciolta Pendea la gialla chioma, in mano ha l'arco; Già l'incocca,

Già lo scocca Per ferir Dargo; ahi! ma la man sfallisce, E fere il suo Conallo: ei piomba a basso Qual quercia in piaggia, o qual da rupe un masso.

Misera vergine, E che farà? Il sangue spiccia; Conal sen va.

Stette tutta la notte e tutto il giorno, Sempre gridando intorno: O Conallo, o mia vita, o amor mio; Trista angosciosa piangendo morio.

Stretta e rinchiusa poca terra serba Coppia di cui più amabil non s'è vista; Cresce fra i sassi del sepolcro l'erba; Io siedo spesso alla nera ombra e trista.

Vi geme il vento, e la memoria acerba Sorgemi dentro, e l'anima m'attrista; Dormite in pace placidi e soletti, Dormite, o cari, nella tomba stretti.

Sì, dolce amabilissimo riposo Godete, o figli dell'ondoso Lota, Uta soggiunse; io ne terrò mai sempre Fresca la ricordanza; e quando il vento

Sta nei boschi di Tora, ed il torrente Romoreggia dappresso, allora a voi Sgorgheranno i miei pianti; alle vostr'ombre S'inalzerà la mia canzon segreta,

E voi verrete sul mio cor con tutta La dolce possa della doglia vostra. Tre giorni i Re stettersi in festa, il quarto Spiegar le vele: aura del nord sul legno

Porta Fingallo alle morvenie selve. Ma lo spirto di Loda assiso stava Nelle sue nubi, di Frotal le navi Seguendo, e in fuor si sospingea con tutti

Gli atri suoi nembi: né però si scorda Delle ferite di sua tetra forma, E dell'Eroe la destra anco paventa.

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