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1730–1808

CANTO VIII

Melchiorre Cesarotti

Come allor che di verno orrido vento L'onde del lago della rupe afferra Tenacemente in tempestosa notte, E le inceppa di ghiaccio, al guardo incerto

Del mattutino cacciator da lungi I biancheggianti cavalloni ondosi Sembrano ancora diguazzarsi; ei tende L'orecchio al suon dei disuguali solchi;

Ciascuno è cheto, luccicante, e sparso Di rami e sterpi e di cespugli e d'erbe, Squassanti il capo, e zufolanti al vento Su i lor grigi di brina aspri sedili;

Così mute al mattin splendean le file Delle morvenie squadre. Ogni guerriero Fuor dell'elmetto traguardava al colle, Ove Fingallo fra la nebbia avvolto

Si mostra e cela. Ad or ad or l'eroe Scorgesi in maestosa oscuritade D'arme sonando passeggiar; battaglia Di pensier in pensier fosca si volve

Lungo la poderosa anima audace. Miralo, ei scende, ei vien: primo comparve L'acciar di Luno: da una nube a mezzo Spuntava l'asta, foscheggiava ancora

Fra la nebbia il brocchier, ma quando il Duce Tutto quant'era in suo regal sembiante Chiaramente visibile avanzossi, Crollando i grigi rugiadosi crini,

Allor le voci clamorosi alzarsi Dell'oste sua che gli si strinse intorno: Terribil gruppo; e un echeggiar di scudi L'aer di lungo mormorio percosse.

Tal si scuotono, s'alzano, rimbombano I flutti intorno ad un aereo spirto, Che per la via scorrevole del vento Cala sul mare: il peregrin sul balzo

Ode l'alto fragor, declina il guardo Sopra il turbato golfo, e vede, o pargli Veder la fosca formidabil forma: Torreggian l'onde imbizzarrite, e fanno

Dell'inquiete terga archi spumosi. Di Dutno il figlio, il battaglier di Strumo, E di Cona il cantor stavan prostesi Sotto l'albero suo; ciascun da lungi

Stava; ciascuno vergognoso il guardo Sfuggia del Re; che i nostri passi in campo Non seguì la vittoria. Un picciol rio Scorreami innanzi; io nella lucid'onda

Gìa diguazzando la punta dell'asta Sbadatamente che colà non era D'Ossian lo spirto; ei s'avvolgea confuso Tra varie cure, e ne' mettea sospiri.

Figlio di Morni, il Re parlò, Dermino Di damme cacciator, perché vi state Sì lagrimosi, taciturni, immoti? Con voi Fingal non ha rancor; voi sete

Mia forza in guerra, e mia letizia in pace. Ben vi sovvien, che una piacevol aura Fu la mia voce al vostro orecchio, allora Che per la caccia ripuliva i dardi

Il mio Fillan; ma il mio Fillano adesso Ah non è qui... né qui la caccia! Or via, Perché vi state sì lontani e foschi, Spezzatori di scudi? Ambo avviarsi;

Miraro il Re, che avea volta la faccia Verso il vento di Mora: onda di pianto Scappava all'occhio per l'amato figlio; Che nell'antro dormia; pur si rivolse,

E sedato parlò: Cromala alpestre, Campo di venti, a cui corona intorno Fanno boscose balze, e nebbia eterna, L'ondoso rugghio del ceruleo Luba

Sgorga alla vista; dietro a lui serpeggia Il chiaro Lava per la cheta valle. S'apre nel fianco della rupe un antro Profondo e cupo: sopra quello un nido

Aquile altere di robuste penne Fanvi e dinanzi spaziose querce S'odono al vento strepitar di Cluna. Qui colla bionda giovenil ricciaia

Sta Feradarto, l'occhi-azzurro figlio Del buon Cairba regnator d'Ullina. Ei qui la voce di Condano ascolta, Mentre canuto a quella fioca luce

Curvasi e canta; il giovine in un antro Ne ascolta il canto, ché Temora è fatta Stanza de' suoi nemici. Egli talvolta Esce a ferir le saltellanti damme,

Quando la densa nebbia il campo adombra. Ma come spunta il Sol, più non si scorge Lungo il rio, presso il balzo; egli la stirpe Fugge di Bolga che locossi altera

Nel seggio de' suoi padri. Or voi n'andate, Fidi miei duci, e gli recate annunzio, Che, i di lui dritti a sostener, la lancia Fingallo impugno; e che i nemici suoi

Dell'usurpato suo regal retaggio Non andran forse trionfanti e lieti. Alza lo scudo poderoso, o Gaulo, E proteggi il garzon; tu di Temora

Rizza l'asta, o Dermin; dentro il suo orecchio Tu la dolce armonia, Carilo infondi; E le gesta de' padri a lui rammenta. Siagli tu scorta ver Moilena erbosa,

Campo dell'ombre ch'io di là mi spingo Fra la torbida mischia: anzi che scenda La buia notte, di Dumora il giogo Fa' di salir, indi rivolgi il guardo

Verso l'irriguo Lena: il mio vessillo Se qui vedi ondeggiar spiegato al vento Sopra il lucido Luba, esso diratti, Che di Fingal l'ultimo campo ai tanti

Della sua scorsa etade onta non reca. Tacque; e a' suoi detti s'avviaro i duci Lenti, accigliati, taciturni: obliquo Volgeano il guardo sull'armata Erina,

Foschi per doglia, che non mai dal fianco Si spiccaron del Re, qualor di guerra Ruggia tempesta: dietro lor movea Grigio-crinito Carilo, sovente

L'arpa toccando; ei prevedea l'alterna Strage, e suono mettea flebile e basso, Quasi d'auretta querula, che a scosse Vien dal cannoso Lego, allor che il sonno

Pian pian sul ciglio al cacciator discende. Ma di Cona il cantor perché sta chino Lì su quel rio? disse Fingallo: è questo, Padre d'Oscar, tempo di lutto? in pace

Si rimembrin gli eroi, dacché 'l rimbombo Degli scudi cessò: curvati allora Nella tua doglia, e coi sospiri accresci L'aure della montagna; allora in folla

Schierinsi innanzi al tuo angoscioso spirto Gli abitatori della tomba amati. Or vedi Erina minacciosa e fosca Che sul campo precipita; mio figlio

Alza il tuo scudo; ah figlio mio son solo. Qual talor subitana aura di vento D'Inisuna sul mar fere una lenta Nave, che torpe in odiosa calma,

E la sospinge a cavalcar sull'onde; Così la voce di Fingal riscosse Dal torpor di tristezza Ossian, e al campo Riconfortato lo sospinse. Alzai

Lo scudo mio, che già spargendo intorno Nel buio della zuffa omai vicina Torbida luce, qual di smorta Luna Nei lembi d'una nube, anzi che sorga

Tenebrosa tempesta. Ecco dal Mora L'aspra guerra precipita: Fingallo Guida i suoi prodi, il gran Fingal: sull'alto Veggonsi sventolar l'altere penne

Dell'aquila temuta: i grigi crini Scendon sull'ampie spalle: avanza il passo Come tuon fragoroso; egli a' suoi duci Spesse mettenti dall'acciar scintille,

E dal monte scagliantisi sovente Lo sguardo animator volge, e s'arresta Fermo e grande a veder: rupe il diresti, Che sotto il ghiaccio incanutisce e il vento

Frange coi boschi; dall'irsuta fronte Spiccian lucidi rivi, e infranti al balzo, Spruzzano i nembi con l'occhiuta spuma. Giunse all'antro di Luba, ove giacea

Muto Fillan: su lo spezzato scudo Stavasi Brano cheto cheto; al vento Sparse dell'elmo erravano le penne, E colla punta luccicante uscia

Fuor delle foglie d'arida ginestra La lancia del garzon. Dolor sconvolse L'alma del re, qual improvviso turbo Sulla faccia del lago; altrove il passo

Rivolse in fretta, e si curvò sull'asta. Ma saltellando al calpestio ben noto Del passo di Fingal, festoso accorse Brano dal bianco petto; il fido veltro

Accorre, e accenna, e guaiola, e risguarda Pur alla grotta, ove giacea prosteso L'amato cacciator, ch'egli solea Spesso guidarlo all'albeggiar del giorno

De' cervetti al covil: Fingallo il pianto Più non ritenne; tenebria di doglia Gli adombrò tutta l'anima: ma come Forte vento talor spazza repente

Le tempestose nubi, e al Sole aperti Lascia i lucidi rivi e i colli erbosi; Tal la possente immagine di guerra Rischiarò l'alma annuvolata: il Luba

Fermo sull'asta sua varca d'un salto, Batte lo scudo; a quel rimbombo l'oste Pinsesi in fuor col minacciante acciaro. Né paurosa di battaglia il segno

Erina intese; ella s'avanza: oscuro Malto traguarda dal velluto ciglio; Presso gli è Idalla, amabil raggio; il torvo- Guardante Maronnan seguelo; inalza

L'acuta asta Clonar; Cormiro al vento Scuote la chioma cespugliosa; avanza Dietro la rupe maestoso e lento D'Ata l'eccelso eroe; prime spuntaro

Le due lance del Duce, indi comparve La metà del brocchier, meteora in notte Su la valle dell'ombre; intero alfine Rifulse e grandeggiò; l'un oste e l'altra

Scagliasi allora nella zuffa, e l'arme Già già pria di ferir pugnan coi lampi. Quasi con tutta di lor poderose onde La formidabil massa a scontrar vansi

Due procellosi mari allor che intorno Lo scoglioso Lumon, rombar le penne Odon dei venti; sfilano sul balzo L'ombre combattitrici: sul profondo

Precipitosi piombano spezzati Diradicati boschi, e fansi inciampo Delle sconce balene ai passi ondosi; Tai si mischian le armate: ora Fingallo,

Or s'avanza Catmor; morti su morti Tombano in folla: degli eroi su i passi Sgorgano scintillanti onde d'acciaro; E quindi e quinci ai lor fendenti a terra

Va un monte d'elmi, ed un filar di scudi. Ecco per mano di Fingal percosso Stramazza Maronnano, e col suo corpo Attraversa il ruscel: s'ammassan l'onde

Sotto il suo fianco, e gorgogliando balzano Sul cerchiato brocchiero: è là trafitto Da Catmorre Clonar, né però il duce Preme il terreno; una ramosa quercia

nel suo cader gli afferra il crine: al suolo Rotola l'elmo, abbandonato pende Dalla ciarpa lo scudo, e vi serpeggia Il nero sangue in grossi gorghi: ahi lassa!

Tu piangerai bella Tlamina, e spesso Farà la chiusa mano oltraggio al petto. Né l'asta Ossian scordò; con essa il campo Sparge di morte: il giovinetto Idalla,

Leggiadra voce dell'ondoso Clora, S'avanza: ohimè, perché la lancia arresti, Mal accorto, perché? scontrato innanzi T'avessi altrove alla tenzon del canto!

Malto basso lo vede, egli s'offusca, E mi sguarda, e s'avventa: ambi curviamci, Ambi la lancia... Ecco repente il cielo Rabbuiasi, raggruppasi; rovesciasi

Stemprato in pioggia procellosa: intorno Alle voci ululabili dei venti Rimugge il bosco: or quel colle, or questo Vestono falde d'abbagliante foco,

E in tempestosi vortici di nebbia Rotola il carro assordator del tuono. Fra lo scompiglio e fra l'orror tremanti Rannicchiarsi i nemici, e sbalordita

Di Morven l'oste si ristette: io fermo Mi tenni pur sopra il ruscel, lasciando In preda ai venti il crin fischiante. Io sento La voce di Fingal, sento le grida

Del fuggente nemico: accorro, il padre Cerco, ma scappa al guardo; un incessante Alternar di baleni e di tenebre Lo mostra a mezzo, e tosto il cela; or l'elmo

Traspare or l'asta: e ben; sia buio o luce, Pugniam; batto lo scudo, incalzo i passi D'Alnecma: innanzi a me rotte e disperse Sfuman le schiere. Alfin risguarda il Sole

Fuor d'una nube; di Moilena i cento Rivi disfavillar; ma presso al monte Vedi di nebbia spaziar colonne Lente, dense, atre: ov'è Fingallo? il prode

Catmorre ov'è? sul rio, sul balzo, al bosco? Non già; che fia? sento un colpir d'acciari: Colà, colà di quella nebbia in seno È la zuffa dei Re. Così talvolta

Pugnan due spirti entro notturna nube Pel governo dell'onde o 'l fren dei venti. Precipitai: si sollevò, si sperse La grigia nebbia: scintillanti i Duci

Sul Luba grandeggiavano. Catmorre Posava al balzo: penzola lo scudo Dal braccio illanguidito; e il rio che spiccia Fuor dal masso vicin lo batte e inonda.

Gli sta presso Fingallo: ei vide il sangue Del campion d'Ata: a quella vista al fianco Lentamente discendegli la spada, Ed in voci pacifiche e pietose

Parla con gioia tristeggiante e fosca. Cede l'eroe d'Alnecma? o vuol pur anco La lancia sollevar? chiara abbastanza È la tua fama in Ata. Ata soggiorno

Per te d'ogni stranier; spesso il tuo nome, Qual aura del deserto, a colpir venne L'orecchio di Fingal. Vieni al mio poggio, Vieni alla festa mia, cedi; i possenti

Ceder ponno senz'onta: io non ho sdegno Col dimesso nemico, e non m'allegro Al cader d'un eroe: mio studio e cura È saldar piaghe di guerrier ferito.

Note mi son l'erbe dei colli, e spesso Amo di corne le salubri cime, Mentre del rivo ondeggiano sul margo: Teco godrò dell'arte mia far prove.

Vientene, e che? tu stai pur fosco e muto Prence d'Ata ospital? Sull'Ata, ei disse, S'alza una rupe; ondeggianvi di sopra Ramose piante; ad essa ampia nel mezzo

S'apre una grotta a cui ruscel non manca. Colà prosteso, il calpestio più volte Sentii del peregrin, che di mie conche Giva alla sala; in sul mio spirto ardea

Vampa di gioia, e benedissi il balzo, Che de lor passi rispondeva al suono. Qui fia nel buio il mio soggiorno; io quindi Salirò spinto da piacevol canto

Sopra l'auretta che sparpaglia i velli Del cardo de' miei poggi: e in giù dall'alto Traguarderò fuor dell'azzurra nebbia Sul caro balzo e sul diletto speco:

La mia tomba sia questa. - Ohimè! di tomba Perché parla il guerriero? Ossian, t'accosta, Miralo, egli spirò. Gioia ti scontri Quasi ruscel, gioia t'inondi e bei,

Alma leggiadra e dei stranieri amica. Mancò il possente: ah figliuol mio, sia questo L'ultimo de' miei fatti; è tempo omai Ch'io cessi dalle pugne: odo qui presso

La chiamata degli anni, essi passando Della lancia m'afferrano la punta, E sembran dir: perché Fingal non posa Nelle sue sale? Alma d'acciaro, il sangue

Così dunque t'alletta? - Anni scortesi, No che nel sangue io non m'allegro; il pianto Di vedove e di figli è a me torrente Vernal che scende a desolarmi il core.

Ma che? quand'io pacifico e tranquillo Giaccio su i colli miei, sorge la voce Poderosa di guerra, e sì mi desta Dal mio riposo, e la mia spada appella.

L'appelli; omai fia vano. Ossian, tu prendi La lancia di Fingal; per lui la inalza Quando sorge il superbo. I miei grand'avi Sempre i vestigi miei segnar dall'alto;

Grate fur loro le mie gesta: ovunque Mossi a guerre, o perigli, ognora io vidi Le nebulose lor colonne azzurre Farmisi scorta di vittoria in pegno.

Ossian, sai tu perché? sempre il mio braccio Gli oppressi ricattò; contro il superbo, Contro l'alma feroce arse soltanto Lo sdegno mio, né s'allegrò il mio sguardo

Sulle sciagure altrui, sull'altrui morte. Per questo al mio passar le avite forme Verran tutte festose in su la soglia Dell'aeree lor sale ad incontrarmi

In graziosa maestà, con veste Di luce candidissima, e con occhi Placidamente in dolce foco accesi: Ove al superbo ed al crudel son esse

Lune pregne d'orror, che a spaventarlo Mandan vampa feral nunzia di sdegno. Abitator di vorticosi venti, Tremmor padre d'eroi, mirami, io porgo

La lancia ad Ossian mio: quest'atto inviti, E allegri i sguardi tuoi. Spesso io ti vidi Fuor d'una nube balenarmi al volto; Tal ti mostra a mio figlio, allor ch'ei l'asta

Rizza nelle battaglie; egli in mirarti Membrerà il tuo valor, Tremmorre invitto, Già signor dei mortali, ora dei nembi. La lancia ci porse alla mia mano; e a un tempo

Erse una pietra, onde col grigio capo Narrasse il fatto all'altre età; sott'essa Pose una spada, e colla spada un cerchio Del rinomato scudo; oscuro intanto

Volgeasi e muto in fra pensieri; alfine Sciolse la voce in cotai detti: O pietra, O pietra, allor che le remote etadi Ti faran polve, e che sarai già spersa

Per entro il musco roditor degli anni, Verrà quì forse peregrin non degno, E passerà fischiando: alma codarda! Ah tu non sai quanto di fama un giorno

Sfavillasse in Moilena! è qui, che l'asta Fingallo al figlio nella man depose, E coronò col memorabil atto L'ultimo de' suoi campi. Or via, ti scosta

Ombra, non uom; gloria t'ignora; il margo D'un rio t'arresta in ozio vile; ancora Poch'anni, e poi se' nulla; oblio t'attende Per ingoiarti, abitator palustre

Di grossa nebbia, sconosciuto al canto. Tal non sarà Fingal, fama qual manto Fia che 'l rivesta, ed il suo nome altero Irraggerà di nobili faville

Le tarde età, perché il suo forte acciaro Schermo fu sempre all'infelice oppresso. Disse; e alla quercia s'avviò che curva Pendea sul Luba: una pianura angusta

Sotto vi giace, e vi discorre il fonte Che spiccia dalla rupe: ivi di Selma Lo spiegato vessillo ondeggia al vento, E 'l suo cammino a Feradarto addita;

A Feradarto che in ascosta valle Sta palpitante e di sua sorte incerto: Lucido il Sole d'occidente intanto Fende le nubi; il gran Fingal ravvisa

Morven sua trionfante, ode le voci Romorose, confuse; osserva i moti D'inquieta esultanza, e se n'allegra; Qual cacciator che dopo aspra tempesta

Mira splendere al sol le cime e i fianchi Del natio colle; il già dimesso capo Rizza lo spino, e i cavrioli in frotta Fanno sull'alto, scorribande e tresche.

Ma d'altra parte entro muscoso speco Stavasi il grigio Clomalo; già spente N'eran le luci, ed un baston sostegno Faceasi all'arco delle annose terga.

Pendea dinanzi dal suo labbro intenta Sulmalla ad ascoltar le grate istorie Dei prenci d'Ata. Del cantor cessato Già nell'orecchio era il fragor lontano

Del conflitto crudel; s'arresta a un tratto; E gli scappa un sospiro: a lui sovente Sull'alma balenavano gli spirti Dei duci estinti; ei ravvisò Catmorre

Sanguinoso, prosteso. A che sì fosco? Disse la bella; omai cessò nel campo La fera zuffa; vincitor tra poco Verrà 'l mio duce; d'occidente il Sole

Tocca le grotte, già l'ingrata nebbia Sorge dal lago, e quel poggetto adombra, Giuncoso seggio delle damme; e in breve Ei spunterà, vedrollo... il veggo; ah vieni

Solo diletto mio, vientene. - Er'egli Lo spirto di Catmor, lenta, alta, altera Movea la forma: rannicchiossi a un punto Dietro al fremente rio. - Travidi, è questo

Un cacciator che a lenti passi il letto Cerca del cavriol; guerra ei non cura, La sua sposa l'attende; egli fischiando Carco di spoglie di cervetti bruni

Tornerà alle sue braccia. - Ella pur gli occhi Tien volti al colle: ecco di nuovo appare La maestosa forma. - Or sì ch'è desso. - Corre a quello festosa; egli s'arretra,

Si rannebbia, digradano, svaniscono Le sue membra fumose, e sfansi in vento. Conobbe allor ch'ei più non era. - Ahi lassa! Amor mio, tu cadesti!... Ossian, ah scorda

Scorda il suo lutto, egli a quest'alma è morte Notte scese in Moilena; alto la voce Risuonò di Fingallo, alzossi intorno La fiamma della quercia; il popol tutto

Con gioia s'adunò, ma in quella gioia Serpea qualch'ombra; che drizzando il guardo Di fianco al Re, gli si scorgeva in volto Non compiuta letizia e pensier gravi.

Piacevolmente dal deserto intanto Venia voce di musica; dapprima Parea fiochetto mormorio di fonte Sopra lontana rupe; ella accostossi,

E lenta rotolavasi sul balzo, Qual ala crespa di leggera auretta, Che pel silenzio di tranquilla notte Pian pian ferisce le vellute barbe.

Era cotesta di Condan la voce Mista all'arpa di Carilo: venieno Essi con Feradarto, il sir gentile, A Fingallo sul Mora. Ad incontrargli

Mossero pur del Lena i vati, a' canti, Canti mescendo, e d'esultanza in segno Alzossi un plauso universal di scudi. Piena e splendida allor gioia s'aperse

Sulla faccia del Re, come talvolta Raggio improvviso in nubiloso giorno. Trasse ei dal cerchio del brocchiero un suono De' suoi cenni forier: cessaro a un punto

Le grida, i canti; e 'l popolo sull'aste Curvossi ad ascoltar la voce amata. Morvenie schiere, è già di sparger tempo Il mio convito, fra concenti e feste

Scorra la notte: sfavillaste, o prodi, Assai nel buio, or la tempesta è sgombra. E rupe il popol mio; su questa io fermo Spiccai più volte un aquilino volo

Verso la fama, e l'afferrai sul campo. Or sia fine a' miei fatti. Ossian, tu l'asta Hai di Fingallo; ella non è, tu 'l sai, Verghetta di fanciul che i cardi atterra;

Questa è l'asta dei grandi; essi di quella Spesso armata la man prestaro a morte. Pensa a' tuoi padri, o figliuol mio, son essi Dopo tant'anni, venerati raggi

D'intemerata fama, a lor t'agguaglia. Fa' che al nuovo mattin da te sia scorto Feradarto in Temora, e lui nel seggio Loca degli avi suoi; fa' ch'ei rammenti

D'Erina i regi, ed il morvenio sangue Che in sen gli serpe, e il tralignarne aborra. Non si scordin gli estinti; a lor dovute Son grate laudi: Carilo, tu sgorga

La voce tua, che gli rallegri in mezzo Della lor nebbia, e sia compenso a morte. Compiuta è ogn'opra; io col mattin tranquillo Spiegherò le mie vele inver l'ombrose

Mura di Selma, ove Dutula ondoso L'erboso letto ai cavrioli irriga.

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