Skip to content
1730–1808

CANTO VII

Melchiorre Cesarotti

Dalle bosco-cerchiate onde del Lego S'alza, e nell'aere in tortuosi gorghi Poggia lurida nebbia, allor che chiuse Son d'occidente le cerulee porte

Rincontro all'aquilino occhio del Sole. Ampio si spande sul ruscel di Lara L'atro e denso vapor; nuotavi a stento La Luna in mezzo, qual ferrigno scudo,

Ed or galleggia, or vi si tuffa e perde. Di cotal nebbia i subitani aspetti Veston gli antichi spirti, allor che vanno Da nembo a nembo per la buia notte.

Talor misti col vento han per costume Sopra la tomba di campion possente Rotolar quella nebbia, asilo e veste Delle ignude ombre, insin ch'indi le inalzi

A più puro soggiorno aura di canto. Venne un suono dal deserto: era Conarte Regnator d'Inisfela; ei la sua nebbia Sopra la tomba di Fillan riversa

Presso il ceruleo Luba: oscuro e mesto Entro il lurido suo solco fumoso Sedea lo spirto; ad or ad ora il nembo Levasi, e via nel soffia; egli ben tosto

Ritorna: ei torna con protesi sguardi, E serpeggianti nebulosi crini. È buio: posa l'oste: è spento il foco Sul poggio di Fingallo. Il Re giacea

Solingo e fosco sull'avito scudo: Socchiusi ha gli occhi in lieve sonno: a lui Venne la voce di Fillan. Di Clato Dorme lo sposo? può posar tranquillo

Il padre dell'estinto? Oblio ricopre L'infelice Fillano? ah padre! - Ah Figlio! D'uopo fors'è che a mescolar si venga La tua voce a' miei sogni? Ohimè! poss'io

Obliarti, o Fillan? poss'io scordarmi Colà nel campo il tuo sentier di foco? No, sì liev'orma di Fingallo in core Non sogliano stampar del prode i fatti,

E d'un prode ch'è figlio: essi non sono Fuggitivo balen: sì ti rammento, Fillan diletto il mio furor ben tosto Lo ti dirà, ch'ei già divampa. Afferra

La mortifera lancia, e ne percote Quel che d'alto pendea funesto scudo, Cupo-sonante, annunziator di guerra. D'ogni parte a quel suon volaro in frotta

Ombre, e fer massa e velo al ciel: tre volte Dalla ventosa valle uscir le cupe Voci dei morti, e dei cantor non tocche Mandaron l'arpe un suon lugubre e fioco.

Lo scudo ei ricolpì: battaglie alzarsi Nei sogni del suo popolo; sfavilla Su i loro spirti sanguinosa zuffa: Alteri re d'azzurri scudi al campo

Scendono, armate fuggono disperse Bieco-guardanti e gloriosi fatti Veggonsi trasparir confusamente Fra le raggianti dell'acciar scintille.

Ma quando alzossi il terzo suon, d'intorno Le nubi rintronar, balzaro i cervi Dalle concave rupi, e nel deserto S'udir le strida di smarriti augelli,

Che mal securi rintanar fra i nembi. Tutti ad un punto, al poderoso suono Di Fingallo, i guerrier scossersi, all'asta Corron le destre: or che sarà? silenzio

Riede ben tosto: ognun conobbe il picchio Del regio scudo: a poco a poco il sonno Torna ai lor occhi; è cheto il campo e fosco. Ma non scende sopor sopra il tuo ciglio,

O figlia di Gomorre. Udì Sulmalla Il terribil fragor; s'alza, rivolge Verso il re d'Ata il piè: potria il periglio Scuoter l'anima audace? in dubbio stassi,

E l'occhio tende per mirarlo. Il cielo Ardea di tutte stelle: ecco di nuovo Suona lo scudo: e che sarà? si scaglia, S'arresta; or vanne, or vien; voce tremante

L'esce a metà, l'altra s'affoga e manca. Gli si fa presso, ed il campion rimira In mezzo all'arme, che del cielo ai fochi, Mettevan raggi; per le spalle il vento

Facea del lungo crin flagelli al petto. Miralo, e incerta e timorosa il passo Rivolge addietro. - Il condottier d'Erina Ch'io svegli? a che? de' suoi riposi il sogno,

Vergine d'Inisuna, ah! tu non sei. Cresce il fragor, cresce il terror: un tremito Prendela, l'elmo appiè cadele: ed alto, Mentr'ei giù scende rotolon, del Luba

La balza n'eccheggiò. Catmorre in quella Scosso dai sogni, un cotal poco alzossi Sotto l'albero suo, videsi innanzi La bella forma: una rossiccia stella

Godea di scintillar tra ciocca e ciocca Dell'ondeggiante chioma. A che ten vieni, De' sogni miei nella stagion tranquilla? Disse Catmor; chi sei? m'arrechi forse

Qualche nuova di guerra? o stammi innanzi Forma d'antiche etadi, e voce ascolto, Ch'esce fuor d'una nube ad annunziarmi Il periglio d'Erina? - A te non vegno

Notturno esplorator; né voce io sono Ch'esca da nube: un tuo fedel son io, Che pur ti avverte del periglio estremo Che ad Erina sovrasta. O duce d'Ata,

Odi tu questo suono? il fiacco al certo Questi non è, che sparge alto sul vento I suoi segni di guerra. - E i segni suoi Sparga a sua posta, essi a Catmor son arpe.

Grande è la gioia mia, grande, e divampa Su tutti i miei pensieri; è questa appunto La musica dei regi, essa n'accende Gli audaci spirti a gloriose imprese.

Solo il codardo nella valle erbosa Dell'auretta soggiorna, ove le nebbie Al serpeggiante rio di sé fan velo: Là ricovra, se vuoi. - Codardi e fiacchi,

Re de' mortali, già non furo i padri Della mia stirpe; essi tra guerre avvolti Vissero ognor nelle lontane terre: Pur non s'allegra l'alma mia nei tetri

Segni di morte. Esce colui, m'intendi? Che mai non cede. Il tuo cantor di pace Manda, Catmorre. Inumidissi il ciglio Del guerriero a quel suon; stette qual roccia

Stillante, immota; quell'amabil voce, Quasi auretta sull'anima gli corse, E risvegliò la cara rimembranza Delle contrade ov'ella avea soggiorno

Lungo i pacati suoi ruscelli, innanzi Ch'ei gisse al campo con Gomorre. O figlia Dei stranieri, diss'egli (ella tremante Fessi addietro a tai detti) è molto tempo

Ch'io t'adocchiai sotto il mentito acciaro, Giovine pianta d'Inisuna e bella. Ma che? meco diss'io, fera tempesta M'accerchia l'alma, a che degg'io fissarmi

A vagheggiar quel grazioso raggio, Pria che rieda il seren? Ma tu donzella, Cessa di paventar: pallor mi tinse Forse la faccia di Fingallo al suono?

La stagion del periglio è dessa appunto La stagion del mio cor; gonfiasi allora Qual torrente spumoso, e mi sospinge A rovesciar la poderosa piena

Sopra i nemici. Or tu m'ascolta: sotto L'erma balza di Lona appresso un rivo Nei grigi crini dell'età soggiorna Clomalo re dell'arpe; a lui sul capo

Fischia una quercia, e i cavrioli intorno Van saltellando in graziose tresche. Della zuffa il fragor fere non lungi L'orecchio suo, mentr'ei curvo si volve

Nei pensieri degli anni: il tuo riposo Sia qui Sulmalla, infin che cessa il rugghio Della battaglia, infin ch'io spunto, o bella, Nelle vittoriose arme sonanti

Fuor della nebbia che circonda il seggio Del diletto amor mio. Subita luce Balenò della vergine sull'alma: S'alza accesa, il risguarda; ah! grida, innanzi

Fia ch'aquila del ciel s'arretri e lasci Quella che l'asseconda aura corrente, Allor che, grata tenerella preda, Sotto gli occhi le stan cervetti e damme,

Di quel che il gran Catmorre unqua sia svolto Dalla zuffa di gloria: ah possa almeno Tosto vederti, o mio guerrier diletto, Dolce spuntar sul nebuloso Lona,

Bramata luce. Insin che ancor sei lungi, Batti, Catmor, batti lo scudo, ond'io Mi riconforti, e rassereni il core Tenebroso per te. Ma se tu cadi...

Io sono in terra di stranieri, io resto Desolata, perduta; ah manda, o caro, Fuor d'una nube la tua voce amata A Sulmalla che langue, e a te la chiama.

O ramicello di Lumon gentile, A che ti scuoti per terrore, e chini, Quasi ad irreparabile tempesta, Le verdi cime? ah non temer, Catmorre

Più d'una volta dall'oscuro campo Tornò famoso; a me di morte i dardi Son grandine, non altro; e dal mio scudo Spuntati al suolo rimbalzar sovente.

Spesso da buia guerra uscir fui visto Quasi meteora, che vermiglia appare Fuor d'una nube a scolorarla intesa. Statti tranquilla, e non uscir dall'antro

Del tuo riposo, quando ingrossa e freme Il rugghio della mischia: allor potrebbe Il nemico scappar, come altre volte Accadde al tempo de' miei padri. Acerbo

Giunse nunzio a Sommor che 'l pro' Clunarte Fu spento in guerra da Corman: tre giorni Stettesi fosco sul fratello anciso. Videlo muto la sua sposa, e tosto

Presagì la battaglia: occultamente L'arco assettò per seguitar l'eroe. Non era Ata per lei che orrore e lutto, S'era lungi Sommor. Di notte alfine

Dai lor cento ruscei sboccaro a torme D'Alnecma i figli: il bellicoso segno Colpiti aveagli, e bellicosa rabbia In lor si accese: s'avviar fremendo

Ver la boscosa Ullina. Il Re sovente Ad animargli percotea lo scudo Di guerra condottier: moveagli addietro Sulallina gentil su i colli ondosi,

E lì d'alto parea vivida stella Allumatrice dei notturni passi Del popol suo per la soggetta valle. Non s'attentava d'appressarsi al Duce,

Che in Ata la credea: ma quando il rugghio Crebbe della battaglia, oste sopr'oste Ravviluppata rotolava, ardea Sommor qual foco incenditor del cielo.

La crinisparsa Sulallina accorse, Che pel suo re tremava: ei della zuffa Rattenne il corso, onde salvar la bella, Vaghezza degli eroi. Di notte intanto

Il nemico fuggio; Clunarte inulto Dormì senza il suo sangue, il sangue ostile Che sulla tomba del guerrier dovea Sgorgarsi a dissetar l'ombra dolente.

Non si crucciò Sommor; ma foschi e tristi Furo i suoi giorni; Sulallina errava Sul natio rivo, lagrimosa il ciglio, Sogguardava il guerrier quand'era avvolto

Fra' pensier suoi, ma timida ben tosto S'ascondea dal suo sguardo, e ad altra parte Volgeva i lenti solitari passi. Sorse alfin la battaglia, e via qual nembo

Sgombrò la nebbia dal suo spirto; il Duce Caramente sorrise, in rimirando L'amata faccia, e della mano il dolce Tra corda e corda biancheggiar vezzoso.

Tacque, ciò detto, il correttor d'Erina; E avviossi colà, dove il suo scudo Pendea dal ramo d'un muscoso tronco Sopra l'ondoso strepitar del Luba.

Sette cerchi sorgean gradatamente Sopra il brocchiero, e quinci uscian le sette Voci del Re, che de' suoi vari cenni Annunziatrici si spargean al vento,

Dai duci accolte e tra i guerrier diffuse. Sopra ciascun de' cerchi una notturna Stella è scolpita: Camato vi splende, La ben-chiomata; da una nube spunta

Colderna; Uloico di nebbiosa vesta Velata appare; di Catlin sul balzo Vedi i bei raggi scintillar; Reldura Mezzo con dolce tremolio sorride

Sopra l'onda cerulea, e mezzo in essa Tinge la vaga occidental sua luce. Rossiccio l'occhio di Bertin risguarda Tra fronda e fronda al cacciator che lieto

Di notte alla magion torna, e le spoglie Di snello cavriol porta sul dorso. Ma sfavillante di sereno lume Brilla in mezzo Tontena, astro cortese,

Che per la notte si fè lampa e scorta A Larto ondi-vagante, a Larto audace, Che tra i figli di Bolga osò primiero Con fermo cor peregrinar su i venti.

Sul mar profondo si spargean del Duce Le di candido sen vele volanti Ver l'ondosa Inisfela, oscura notte Tutto il cingea con tenebrose falde.

Sbuffava il vento disuguale, e d'onda Trabalzavalo in onda; allor mostrossi Tontena igni-crinita, e in due partendo La nube opposta, al buon guerrier sorrise;

Allegrossene Larto, e benedisse Quel che la via segnogli amico raggio. Sotto la lancia di Catmor s'intese Suonar la voce che i cantori invita.

Quegli accorser con l'arpe, e tutti a prova Già tentavan le corde. In ascoltarli Gioinne il Re, qual peregrin che ascolta In sul mattin romoreggiar da lungi

Grato concento di loquaci rivi. Ond'è, disse Fonar, che per la queta Stagion del suo riposo a sé ci appella D'Erina il correttor? L'avite forme

S'affacciaro a' suoi sogni? o forse assise In quella nube ad aspettar si stanno Il canto di Fonarre? Aman sovente Gli antichi padri visitar le piagge,

Ove i lor figli a sollevar son pronti L'asta di guerra: o scioglierem noi forse Canto di lode a quel terror dei forti, Al furibondo struggitor del campo,

Sir di Moma selvosa? Oblio non copre Disse Catmor, quel bellicoso nembo. Cantor d'antichi tempi, alto Moilena Sorger vedrà di quel campion la tomba,

Soggiorno della fama; ora il mio spirto Tu riconduci alla passata etade; L'età de' padri miei, quand'essi osaro Irritar l'onde d'Inisuna intatte.

Che non solo a Catmorre è dolce e cara La rimembranza di Lumon selvoso, Lumon di molti rivi, amato albergo Di verginelle dal bel sen di neve.

Lumon ricco di fonti, ecco tu sorgi Sull'alma di Fonarre; il Sole investe I fianchi tuoi d'ispide piante ombrosi: Per li tuoi folti ginestreti io scorgo

Balzare il cavriol; solleva il cervo La ramosa sua fronte, indi s'inselva Tremando, che spuntar vede da lungi Fra cespo e cespo l'inquiete nari

Del veltro indagator che lo persegue. A lenti passi per la valle intanto S'aggirano le vergini, le belle Figlie dell'arco dalle bianche braccia.

Per mezzo i rivi della lunga chioma Traguardan esse, e l'azzurrine luci Alzano al colle. Ah d'Inisuna il duce Cercate indarno, ei non è qui: di Cluba

L'accoglie il golfo sinuoso; ei l'onde Ama calcar nella scavata quercia, Quercia famosa che 'l gran Larto istesso Dagli alti gioghi di Lumon recise,

Per gir con essa a barcollar sul mare. Le donzellette palpitanti altrove Volgono il guardo, per timor che basso L'eroe non giaccia inabissato o infranto,

Che mai più visto non avean l'alato Mostro novel cavalcator dell'onde. Ma non teme quel prode: i venti appella, E insultar osa all'ocean. Sorgea

Dinanzi a lui fra 'l nebuloso fumo La verde Erina; tenebria notturna Piombò sul mare inopportuna, e al guardo Ne tolse i boschi; paventaro i figli

Di Bolga, ove drizzarsi? Ecco da un nembo Spuntar Tontena focosetta il crine, Che l'ondoso sentiero a Larto addita. Culbin cerchiato di sonanti boschi

La nave accoglie: uscia non lungi un rivo Dall'orrida di Dutuma spelonca, Spelonca ove talor gli spirti antichi Con le nebbiose mal compiute forme

Oscuramente luccicar fur visti. Sogni presaghi di futuri eventi Sceser sopra l'eroe; mirò sette ombre De' padri suoi, le mal distinte intese

Misteriose voci, e qual per nebbia, Travide i fatti di venture etadi. Vide i re d'Ata, i gloriosi figli Della sua stirpe; essi godeano in campo

Guidar le squadre, somiglianti in vista A sgorgheggiar di nebulose strisce Onde al soffio d'autunno Ata s'adombra. Larto fra dolci armonici concenti

Alzò di Samla le capaci sale, Che dovean risonar d'arpe e di conche. Spesso ei d'Erina ai cavrioli e ai cervi Turbò la natia calma, e guerra ignota

Portò ne' lor pacifici covili: Non però di Lumon verde la fronte Perdeo la rimembranza; egli più volte Valicò l'onde a riveder quei poggi,

Ove Flatilla dalla bianca mano Stava dall'alto risguardando il mare, L'invido mar che l'amor suo le invola. Salve altero Lumon, ricco di fonti,

Sull'alma di Fonar tu sorgi e brilli. Spunta il mattin; le nebulose vette Lievemente s'indorano; le valli Mostrano aperte l'azzurrino corso

De' lor garruli rivi: odon le schiere Lo scudo di Catmorre, alzansi a un tratto Come s'alzan talor le affollate onde, Quando col suo fischiar le scuote e desta

Rapida imperiosa ala di vento. Mesta Sulmalla si ritrasse e lenta Ver la grotta di Lona: il piè s'avanza, Ma rivolgesi il guardo, e glie l'offusca

Nebbia di duol che in lagrime distilla. Giunta alla rupe che la valle adombra, L'alma le scoppia in un sospir; s'arresta, Guarda l'amato Re, geme e si cela.

Su su percotansi Le corde tremule: Gioia non abita Nell'arpa amabile?

Sgorgala, sgorgala D'Ossian sull'anima, Figlio d'Alpin. Cantore, io odoti,

Ma scorda il vivido Suono piacevole: Dolcezza flebile Ad Ossian devesi,

Ad Ossian misero, Che siede in tenebre, Già presso al fin. O verde spina del colle dei spirti,

Che scuoti il capo all'agitar del vento; Perché fra i rami tuoi frondosi ed irti, Una fresc'aura mormorar non sento? Falda ventosa,

Non erra in te. Ombra nascosa, Dunque non v'è? Pur fra i nembi sovente

So che la smorta gente - alto sospira, Quando la colma Luna Torbida e bruna - per lo ciel s'aggira. Ullin, Carilo, e Rino,

Voci de' giorni antichi, ah voi mandate Il vostro suon che l'anima ristori. V'ascolto, ah sì v'ascolto, Figli del canto; or dite,

Qual nubiloso tetto A voi porge ricetto? Fuor d'invisibil arpa Spargete voi gli armoniosi lai,

Vestiti della nebbia mattutina, Quando giubato il sol d'orati rai Spunta dalla verdiccia onda marina?

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
CANTO VII · Melchiorre Cesarotti · Poetry Cove