Precipitaro i nugoli notturni, E si posar su la pendice irsuta Del cupo Cromla. Sorgono le stelle Sopra l'onde d'Ullina, e i glauchi lumi
Mostrano fuor per la volante nebbia. Mugge il vento lontano: è muta e fosca La pianura di morte. Ancor gli orecchi Dolce fiedea l'armoniosa voce
Del buon cantore. Ei celebrò i compagni Di nostra gioventude, allor che prima Noi c'incontrammo in sull'erboso Lego, E la conca ospital girava intorno.
Tutte del Cromla le nebbiose cime Risposero al suo canto, e l'ombre antiche De' celebrati eroi venner sull'ale Ratte dei nembi, e con desio fur viste
Piegarsi al suon delle gradite lodi. Benedetto il tuo spirto in mezzo ai venti, Carilo antico! Oh venistù sovente La notte a me, quando soletto io poso!
E tu ci vieni, amico: odo talvolta La tua maestra man, ch'agile e leve Scorre per l'arpa alla parete appesa. Ma perché non favelli alla mia doglia?
Perché non mi conforti? i cari miei, Quando mi fia di riveder concesso? Tu taci e parti; e 'l vento che t'è scorta Fischiami in mezzo alla canuta chioma.
Ma dal lato di Mora intanto i duci S'adunano al convito. Ardon nell'aria Cento querce ramose, e gira intorno Il vigor delle conche. I duci in volto
Splendon di gioia: sol pensoso e muto Stassi il re di Loclin; siedongli insieme Ira e dolor sull'orgogliosa fronte. Guata il Lena, e sospira: ha ferma in mente
La sua caduta. Sul paterno scudo Stava chino Fingallo: egli la doglia Osservò di Svarano, e così disse Al primo de' cantori: Ullino, inalza
Il canto della pace, e raddolcisci I bellicosi spirti, onde l'orecchio Ponga in oblio lo strepito dell'armi. Sien cento arpe dappresso, e infondan gioia
Nel petto di Svaran. Tranquillo io voglio Che da me parta: alcun non fu per anco Che da Fingal mesto partisse. Oscarre, Contro gli audaci e valorosi in guerra
Balena il brando mio: se cedon questi, Pacatamente mi riposa al fianco. Visse Tremmorre, incominciò dei canti La dolce bocca, e per le nordiche onde
Di tempeste e di venti errò compagno. La scoscesa Loclin coi mormoranti Suoi boschi apparve al peregrino eroe Tra le sue nebbie: egli abbassò le vele,
Balzò sul lido, ed inseguì la belva, Che per le selve di Gormal ruggia. Molti eroi già fugò, molti ne spense Quella; ma l'asta di Tremmor l'uccise.
Eran tre duci di Loclin presenti All'alta impresa, e raccontar la possa Dello straniero eroe: disser ch'ei stava Qual colonna di foco, e d'arme chiuso,
Raggi spandea d'insuperabil forza. Festoso il Re largo convito appresta, Ed invita Tremmorre. Il giovinetto Tre giorni festeggiò nelle ventose
Loclinie torri; e a lui diessi la scelta Dell'arringo d'onor. Loclin non ebbe Sì forte eroe, che gli durasse a fronte. N'andò la gioia della conca in giro:
Canti, arpe, applausi: alto sonava il nome Del giovine regal, che dal mar venne, Delle selve terror, primo dei forti. Sorge il quarto mattin. Tremmor nell'onde
Lanciò la nave, e a passeggiar si pose Lungo la spiaggia in aspettando il vento, Che da lungi s'udia fremer nel bosco. Quand'ecco un figlio di Gormal selvoso
Folgorante d'acciar, che a lui s'avanza. Gota vermiglia avea, morbida chioma, Mano di neve; e sotto brevi ciglia Placido sorridea ceruleo sguardo:
E sì prese a parlargli: Olà t'arresta, Arrestati Tremmor: tutti vincesti, Ma non hai vinto di Lonvallo il figlio. La spada mia de' valorosi il brando
Spesso incontrò: dal mio infallibil arco S'arretraro i più saggi. O giovinetto Di bella chioma, ripigliò Tremmorre, Teco non pugnerò. Molle è 'l tuo braccio
Troppo vago sei tu, troppo gentile: Torna ai cervetti tuoi. - Tornar non voglio Se non col brando di Tremmor, tra 'l suono Della mia fama: giovinette a schiere
Circonderan con teneri sorrisi Lui che vinse Tremmor; trarran del petto Sospiretti d'amore, e la lunghezza Della tua lancia misurando andranno,
Mentr'io pomposo mostrerolla, e al sole Ne inalzerò la sfavillante cima. Tu la mia lancia? disdegnoso allora Soggiunse il Re: la madre tua piuttosto
Ritroveratti pallido sul lido Del sonante Gormallo, e risguardando Verso l'oscuro mar, vedrà le vele Di chi le uccise il temerario figlio.
E ben, disse il garzon, molle dagli anni È il braccio mio; contro di te non posso L'asta inalzar, ma ben col dardo appresi A passar petto di lontan nemico.
Spoglia, o guerrier, quel tuo pesante arnese; Tu sei tutto d'acciaro: io primo a terra Getto l'usbergo, il vedi; or via, Tremmorre, Scaglia il tuo dardo. Ondoleggiante ei mira
Un ricolmetto seno. Era costei La sorella del Re. Vide ella il duce Nelle fraterne sale, ed invaghissi Del viso giovenil. Cadde la lancia
Dalla man di Tremmorre: abbassa a terra Focoso il volto: l'improvvisa vista Sino al cor lo colpì, siccome un vivo Raggio di luce che diritto incontra
I figli della grotta, allor che al sole Escon dal buio, e al luminoso strale Chinano i sguardi abbarbagliati e punti. O re di Morven, cominciò la bella
Dalle braccia di neve, ah lascia ch'io Nella tua nave mi riposi, e trovi Contro l'amor di Corlo asilo e schermo. Terribile è costui per Inibaca,
Quanto il tuon del deserto: amami il fero, Ma dentro il buio d'un atroce orgoglio; E diecimila lance all'aria scuote Per ottenermi. E ben, riposa in pace,
Disse l'alto Tremmor, dietro lo scudo De' padri miei; poi diecimila lance Scuota Corlo a suo senno, io non pavento: Venga, l'attendo. Ad aspettar si stette
Tre dì sul lido: alto squillava il corno. Da tutti i monti suoi, da tutti i scogli Corlo sfidò, ma non apparve il fero. Scese il re di Loclin: rinnovellarsi
I conviti, e le feste in riva al mare, E la donzella al gran Tremmor fu sposa. Svaran, disse Fingal, nelle mie vene Scorre il tuo sangue: le famiglie nostre
Sitibonde d'onor, vaghe di pugna Più volte s'affrontar, ma più volte anco Festeggiarono insieme, e l'una all'altra Fer di conca ospital cortese dono.
Ti rasserena adunque, e nel tuo volto Splenda letizia, e alla piacevol arpa Apri l'orecchio e 'l cor. Terribil fosti, Qual tempesta, o guerrier, de' flutti tuoi;
Tu sgorgasti valor: l'alta tua voce Quella valea di mille duci e mille. Sciogli doman le biancheggianti vele, Fratel d'Aganadeca: ella sovente
Viene dall'anima mia per lei dogliosa, Qual sole in sul meriggio: io mi rammento Quelle lagrime tue; vidi il tuo pianto Nelle sale di Starno, e la mia spada
Ti rispettò mentr'io volgeala a tondo Rosseggiante di sangue, e colmi avea Gli occhi di pianto, e 'l cor ruggia di sdegno. Che se pago non sei, scegli, e combatti.
Quell'arringo d'onor, che i padri tuoi Diero a Tremmor, l'avrai da me: gioioso Vo' che tu parta, e rinomato e chiaro Siccome sol che al tramontar sfavilla. -
Invitto re della Morvenia stirpe, Primo tra mille eroi, non fia che teco Più mai pugni Svaran: ti vidi in pria Nella reggia paterna, e i tuoi freschi anni
Di poco spazio precedeano i miei. E quando, io dissi a me medesmo, e quando La lancia inalzerò, come l'inalza Il nobile Fingal? Pugnammo poi
Sul fianco di Malmor, quando i miei flutti Spinto m'aveano alle tue sale, e sparse Risonavan le conche: altera zuffa Certo fu quella e memoranda: or basta;
Lascia che il bon cantore esalti il nome Del prode vincitor. Fingallo ascolta: Più d'una nave di Loclin poc'anzi Restò per te de' suoi guerrieri ignuda:
Abbiti queste, o duce, e sii tu sempre L'amico di Svaran. Quando i tuoi figli All'alte torri di Gormal verranno, S'appresteran conviti, e lor la scelta
Della tenzon s'offerirà. Né nave, Rispose il Re, né popolosa terra Non accetta Fingal: pago abbastanza Son de' miei monti, e dei cervetti miei.
Conserva i doni tuoi, nobile amico D'Aganadeca: al raggio d'oriente Spiega le bianche vele, e lieto riedi Al nativo Gormallo. O benedetto
Lo spirto tuo, Re delle conche eccelso, Gridò Svaran, di maraviglia pieno; Tu sei turbine in guerra, auretta in pace. Prendi la destra d'amistade in pegno,
Generoso Fingallo. I tuoi cantori Piangano sugli estinti, e fa' ch'Erina I duci di Loclin ponga sotterra, E della lor memoria erga le pietre:
Onde i figli del Nord possano un giorno Mirare il luogo, ove pugnar da forti I loro padri, e 'l cacciatore esclami, Mentre s'appoggia a una muscosa pietra:
Qui Fingallo, e Svaran lottaro insieme, Que' prischi eroi: così diranno, e verde La nostra fama ognor vivrà. Svarano, Fingal riprese, oggi la gloria nostra
Della grandezza sua giunse alla cima. Noi passerem qual sogno: in alcun campo Più non s'udrà delle nostr'arme il suono: Ne svaniran le tombe, e 'l cacciatore
In van sul prato del riposo nostro L'albergo cercherà: vivranno i nomi, Ma fia spento il valor. Carilo, Ullino, Ossian, cantori, a voi son noti i duci
Che più non sono. Or via sciogliete i canti De' tempi antichi, onde la notte scorra Tra dolci suoni, ed il mattin risorga Nella letizia. Ad allegrare i regi
Sciogliemmo il canto, e cento arpe soavi La nostra voce accompagnar. Svarano Rasserenossi, e risplendè, qual suole Colma luna talor, quando le nubi
Sgombran dalla sua faccia, e lascian quella Ampia, tersa, lucente in mezzo al cielo. Allor Fingallo a Carilo si volse, E prese a dirgli: ov'è di Semo il figlio?
Ov'è il re di Dunscaglia? a che non viene? Come basso vapor forse s'ascose Nella grotta di Tura? Ascoso appunto, Rispose il buon cantor, sta Cucullino
Nella grotta di Tura: in su la spada Egli ha la destra, e nella pugna il core, Nella perduta pugna. È cupo e mesto Il re dell'aste, che più volte in campo
Già vincitor si vide. Egli t'invia La spada di Cabarre, e vuol che posi Sul fianco di Fingal, perché qual nembo I poderosi suoi nemici hai spersi.
Prendi, o Fingal, questa famosa spada, Che già la fama sua svanì qual nebbia Scossa dal vento. Ah non fia ver, rispose L'alto Fingal, ch'io la sua spada accetti;
Possente è 'l braccio suo: vattene, e digli Che si conforti; già sicura e ferma È la sua fama, e di svanir non teme. Molti prodi fur vinti, e poi di nuovo
Scintillaron di gloria. E tu pur anche, Re dei boschi sonanti, il tuo cordoglio Scorda per sempre: i valorosi, amico, Benché vinti, son chiari: il sol tra i nembi
Cela il capo talor, ma poi ridente Torna a guardar su le colline erbose. Viemmi Gruma alla mente. Era già Gruma Un sir di Cona: egli spargea battaglia
Per tutti i lidi; gli gioia l'orecchio Nel rimbombo dell'armi, e 'l cor nel sangue. Ei spinse un giorno i suoi guerrier possenti Sull'echeggiante Craca; e il re di Craca
Dal suo boschetto l'incontrò, che appunto Tornava allor dal circolo di Bruno, Ove alla pietra del poter poc'anzi Parlato avea. Fu perigliosa e fera
La zuffa degli eroi per la donzella Dal bel petto di neve. Avea la fama Lungo il Cona natio portato a Gruma La peregrina amabile beltade
Della figlia di Craca, ed egli avea Giurato d'ottenerla, o di morire. Pugnaro essi tre dì: Gruma nel quarto Annodato restò. Senza soccorso
Lungi da' suoi, l'immersero nel fondo Dell'orribile circolo di Bruno, Ove spesso ulular l'ombre di morte Diceansi intorno alla terribil pietra
Del lor timor. Ma che? da quell'abisso Uscì Gruma e rifulse. I suoi nemici Cadder per la sua destra; egli riebbe L'antica fama. O voi cantor, tessete
Inni agli eroi, che dalla lor caduta Sorser più grandi, onde il mio spirto esulti Nella giusta lor lode, ed a Svarano Il cordoglio primier tornisi in gioia.
Allor di Mora su la piaggia erbosa Si posero a giacer. Fischiano i venti Tra le chiome agli eroi. S'odono a un tempo Cento voci, cento arpe: i duci antichi
Si rimembrar, si celebraro. - E quando Udrò adesso il cantor? quando quest'alma S'allegrerà nelle paterne imprese? L'arpa in Morven già tace, e più sul Cona
Voce non s'ode armoniosa: è spento Col possente il cantor; non v'è più fama. Va tremolando il mattutino raggio Su le cime di Cromla, e d'una fioca
Luce le tinge. Ecco squillar sul Lena Il corno di Svaran: dell'onde i figli Si raccolgon d'intorno, e muti e mesti Salgon le navi: vien d'Ullina il vento
Forte soffiando a rigonfiar le vele Candido-galleggianti, e via gli porta. Olà, disse Fingal, chiaminsi i veltri, Rapidi figli della caccia, il fido
Brano dal bianco petto, e la ringhiante Forza arcigna di Lua. Quà qua, Fillano, Rino... ma non è qui: riposa il figlio Sopra il letto feral. Fillan, Fergusto,
Rintroni il corno mio, spargasi intorno La gioia della caccia: impauriti L'odan del Cromla i cavrioli e i cervi, E balzino dal lago. Errò pel bosco
L'acuto suon: dello scoglioso Cromla S'alzano i cacciator; volano a slanci Chi qua, chi là mille anelanti veltri Sulla lor preda ad avventarsi. Un cervo
Cade per ogni can: ma tre ne afferra Brano, e gli addenta, e di Fingallo al piede Palpitanti gli arreca. Egli a tal vista Gongola di piacer. Ma un cervo cadde
Sulla tomba di Rino, e risvegliossi Il cordoglio del padre. Ei vide cheta Starsi la pietra di colui, che 'l primo Era dianzi alla caccia. - Ah figlio mio,
Tu non risorgi più! tu della festa A parte non verrai; già la tua tomba S'asconderà; già l'erba inaridita La coprirà: con temerario piede
Calpesteralla un dì la schiatta imbelle, Senza saper ch'ivi riposa il prode. Figli della mia forza, Ossian, Fillano, Gaulo re degli acciar, poggiam sul colle
Ver la grotta di Tura, andiam, veggiamo D'Erina il condottiero. Oimè, son queste Le muraglie di Tura? ignude e vuote Son d'abitanti, e le ricopre il musco.
Mesto è 'l re delle conche, e desolato Sta l'albergo regal: venite, amici, Al sir dei brandi, e trasfondiamgli in petto Tutto il nostro piacer. Ma che? m'inganno?
Fillano, è questi Cucullino? oppure È colonna di fumo? emmi sugli occhi Di Cromla il nembo, e ravvisar non posso L'amico mio. Sì, Cucullino è questo,
Gli rispose il garzon. Vedilo, è muto E tenebroso, ed ha la man sul brando. Salute al figlio di battaglia: addio Spezzator degli scudi. A te salute,
Rispose Cucullin, salute a tutta L'alta schiatta di Selma. O mio Fingallo; Grato è l'aspetto tuo: somiglia al sole, Cui lungo tempo sospirò lontano
Il cacciatore, e lo ravvisa alfine Spuntar da un nembo. I figli tuoi son vive Stelle ridenti, onde la notte ha luce. O Fingallo, o Fingal, non tale un giorno
Già mi vedesti tu, quando tornammo Dalle battaglie del deserto, e vinti Fuggian dalle nostr'arme i re del mondo, E tornava letizia ai patri colli.
Gagliardo a detti, l'interruppe allora Conan di bassa fama, assai gagliardo Se' tu per certo, Cucullin: son molti I vanti tuoi; ma dove son l'imprese?
Or non siam noi per l'ocean qua giunti, Per dar soccorso alla tua fiacca spada? Tu fuggi all'antro tuo: Conanno intanto Le tue pugne combatte. A me quell'arme,
Cedile a me; che mal ti stanno. Eroe Alcun non fu che ricercare osasse L'arme di Cucullin, rispose il duce Alteramente; quando mille eroi
Le cercassero ancor, sarebbe indarno, Tenebroso guerriero: alla mia grotta Non mi ritrassi io già, finché d'Erina Vissero i duci. Olà, gridò Fingallo,
Conan malnato, dall'ignobil braccio, Taci, non parlar più. Famoso in guerra È Cucullino, e ne grandeggia il nome. Spesso udii la tua fama, e spesso io fui
Testimon de' tuoi fatti, o tempestoso Sir d'Inisfela. Or ti conforta, e sciogli Le tue candide vele in ver l'azzurra Nebbiosa isola tua. Vedi Bragela
Che pende dalla rupe; osserva l'occhio Che d'amore e di lagrime trabocca. I lunghi crini le solleva il vento Dal palpitante seno. Ella l'orecchio
Tende all'aura noturna, e pure aspetta Il fragor de' tuoi remi, e 'l canto usato De' remiganti, e 'l tremolio dell'arpa Che da lungi s'avanza. - E lungo tempo
Starà Bragela ad aspettarlo invano. No più non tornerò: come potrei Comparir vinto alla mia sposa innanzi, E mirarla dolente? Il sai, Fingallo,
Io vincitor fui sempre. E vincitore Quinci innanzi sarai, qual pria tu fosti, Disse Fingal: di Cucullin la fama Rinverdirà come ramosa pianta.
Molta gloria t'avanza, e molte pugne T'attendono, o guerriero, e molte morti Usciran dal tuo braccio. Oscarre, i cervi Reca, e le conche, e 'l mio convito appresta.
I travagliati spirti abbian riposo Dopo lunghi perigli: e i fidi amici Si ravvivin di gioia al nostro aspetto. Festeggiammo, cantammo. Alfin lo spirto
Di Cucullin rasserenossi: al braccio Tornò la gagliardia, la gioia al volto. Ivano Ullino e Carilo alternando I dolci canti: io mescolai più volte
Alla lor la mia voce, e delle lance Cantai gli scontri, ove ho pugnato, e vinto. Misero! ed or non più: cessò la fama Di mie passate imprese, e abbandonato
Seggomi al sasso de' miei cari estinti. Così scorse la notte, infin che 'l giorno Sorse raggiante. Dall'erbosa piaggia Alzossi il Re, scosse la lancia, e primo
Lungo il Lena movea: noi lo seguimmo Come strisce di foco. Al mare, al mare, Spieghiam le vele, ed accogliamo i venti Che sgorgano dal Lena. Egli sì disse
Noi salimmo le navi, e ci spingemmo Tra canti di vittoria e liete grida Dell'ocean per la sonante spuma.
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