O di lance e di scudi ospite amica, Arpa, che d'Ossian nelle sale appesa, L'esperta man risvegliatrice inviti; Scendine, arpa diletta, e fa' ch'io senta
La tua voce gentil. Figlio d'Alpino, Tu percoti le corde; a te s'aspetta Ravvivar l'alma del cantor languente. La romorosa corrente del Lora
Sgombrò la storia dal mio spirto: io seggo Nella nube degli anni; e pochi, amico, Sono i spiragli, ove s'affacci e guati Lo spirto mio ver le passate etadi;
E vision, se viene, è fosca e tronca. Ti sento, o graziosa arpa di Cona, Ti sento; e già le immagini vivaci Tornano all'alma mia, come ritorna
Il grembo a ravvivar d'arida valle, Dianzi da nebbia neghittosa ingombra, Dietro l'orme del Sol, cortese auretta. Luba splendemi innanzi: in su i lor colli
Da un lato e l'altro le nemiche squadre Stansi attendendo dei lor duci il cenno, Rispettose così, come dei padri Mirasser l'ombre. Alle sue genti in mezzo
S'ergean dei Re le grandeggianti forme, Maestose a veder, quasi due rupi Scabre il dorso di pini: entro il deserto Le vedi alzarsi, e soverchiar la nebbia
Torpido-veleggiante; in giù pei fianchi Scorrono i rivi e gorgogliando ai nembi Spruzzan le penne di canuta spuma. Del suo signore alla possente voce,
Erina rapidissima discende, Simile a fiamma che si sparge e stride; Sotto i lor piè Luba s'asconde. A tutti Vola inanzi Foldan: ma d'Ata il duce
Si ritrasse al suo poggio, indi solleva La lancia sua, face di guerra, e stella Allumatrice d'onorata fiamma. Stassi non lungi di Gomor la figlia
Dolce-languente: di battaglie e stragi Non è vago quel core, e non allegra Vista di sangue il mansueto sguardo. Dietro la rupe una romita valle
Stendesi; intorno tre ruscelli azzurri Dissetan l'erbe; la risguarda il Sole Con grazioso raggio; in giù dal monte Scendono in frotta cavrioli e damme:
In lor s'affisa la donzella, e pasce Le vaghe luci d'innocente obietto. Vide Fingal di Borbarduto il figlio, E 'l minaccioso strepitar d'Erina
Sull'oscurata piaggia: egli percosse Il cerchio del brocchier, che manda i duci Al campo della fama. Alzarsi al Sole L'aste, i scudi echeggiar: già non vedresti
Timor per mezzo all'oste andar vagando, Quasi infetto vapor, che a loro appresso Stava quel Re, ch'è lor fidanza e possa. L'eroe di gioia sfolgorò nel volto
In mirar le sue genti: oh quanto, ei disse, Di Morven mia m'è grato il suon: somiglia Vento di boschi crollatore, o fiume Rapido rotator d'argini e sponde;
Quindi è chiaro Fingallo, e in altre terre Vola il suo nome: una sfuggevol luce Nei perigli ei non fu, perché alle spalle Sempre gli fur de' suoi guerrieri i passi.
Ma neppur io dinanzi unqua v'apparvi, Qual terribile spettro, intenebrato Di furor, di vendetta; ai vostri orecchi Non fu tuon la mia voce, e gli occhi miei
Non lanciar contro voi vampe di morte. Solo il mio sguardo i contumaci e alteri Di mirar non degnava; il mio convito Non s'imbandia per loro; e al mio cospetto,
Svanian qual nebbia all'apparir del Sole. Or io di gloria v'appresento innanzi Un giovinetto raggio: ancora in guerra Poche son l'orme sue, ma tosto io spero,
Alte le stamperà: quella dei padri La sua forma pareggia; ed il suo spirto È una facella dell'avita fiamma. Miei fidi, il v'accomando; ah custodite
Di Clato il figlio dalla bruna chioma, Difendetelo, o prodi, e lui con gioia Riconducete al padre; egli star solo Quinci innanzi potrà. Stirpe di Morni,
Movi dietro i suoi passi, e sprone e scorta Siagli la voce tua: l'onore rammenta; Hai chi t'osserva, o frangitor di scudi. Disse; e di Cormo ver l'eccelsa vetta
Ei s'avviò; lento io seguialo; accorse Gaulo; lo scudo rallentato pendegli Dalla cintura: Ossian t'arresta ei grida, Legami al fianco questo scudo, il lega;
Vedrallo Alnecma, e crederà che ancora Io rizzi l'asta: se cader m'è forza, Celisi la mia tomba; io senza fama Deggio cader: ed Evircoma ascosa
Sia la mia morte; ella n'aria vergogna. Fillan, sta sopra noi l'occhio del forte; Ogni possa s'adopri: ah non si soffra Che giù dal colle, per recar soccorso
Al nostro rotto e fuggitivo campo, Scenda Fingallo: e sì dicendo ei vola. La mia voce il seguì: sangue di Morni, Tu morir senza fama? ah non temerlo.
Ma così va; le lor passate imprese Sono all'alme de' forti un sogno, un'ombra; E van pel campo della fama in traccia Di novelli trofei, né da i lor labbri
Escon mai voci di baldanza e vanto. Io m'allegrai nel rimirarlo; il giogo Salii di Cormo, e al Re posimi a fianco. Ecco gli opposti eserciti piegarsi
L'un contro l'altro in due ristrette file In ripa al Luba: ivi Foldan torreggia, Nembo d'oscuritade; indi sfavilla La giovinezza di Fillan: ciascuno
Manda suono guerrier: Gaulo di Selma Batte lo scudo: all'arme, al sangue: acciaro Sopra l'acciar sgorga i suoi raggi: il campo Mette un chiaror, qual di cadenti rivi,
Qualor da opposte irto-cigliute rupi Escon mescendo le stridenti spume Con fragor rovinoso. Eccolo, ei viene Il figlio della fama: osserva, osserva,
Quant'oste atterra! o mio Fillan, d'ancisi Tu semini i sentier; per te già i nembi Traboccan d'ombre; ogni tuo passo è morte. Fra due spaccati massi, a cui fean ombra
Querce intralciate co' fronzuti rami, Stava Rotmar, scudo d'Erina. Ei rota Sopra Fillano l'oscurato sguardo, E a' suoi sponda si fa. L'aspro conflitto
Vide Fingallo avvicinarsi, e tutta L'anima gli balzò: ma quale appunto Il gran sasso di Loda, a cader fora, Di Drumanardo dal ciglion petroso
Diradicato, allor che mille a prova Imperversando tenebrosi spirti Squassan la terra in lor furor, con tanta Mole, con tal rimbombo il terren presse
Rotmar feroce dal ceruleo scudo. Non lungi era Culmin: proruppe in pianto Il giovinetto di cordoglio e d'ira: Ei con Rotmar la prima volta avea
Curvato l'arco al natio fonte in riva, E de' cervetti sul matin con esso Seguia le traccie, e discopriane il letto. Scontrarsi agogna con Fillano, e a colpi
Colpi mischiar: vampo menando inalza L'acciaro, e l'aer fende, e fere il vento Pria che Fillan: ma già l'assal. Che fai, Figlio di Colallina? a che ti scagli
Su quel raggio di luce? un foco è questo, Foco distruggitor: garzon di Struta, Mal accorto, t'arretra; i vostri padri Non fur nel campo e nella zuffa uguali.
Misera madre! in la romita sala Siede, e col guardo sul ceruleo Struta Pende inquieta: ecco repente insorgono Sopra il torrente tortuosi turbini,
E mentre sibilando si travoltolano, Nel vorticoso sen pallida pallida Portano un'ombra: la ravvisa ed ulula Lo stuol de' veltri; sanguinose gocciole
Tingon lo scudo: ah tu cadesti o figlio! Misera madre! o cruda Erina! oh guerra! Qual cavriolo a cui furtiva freccia Il molle fianco trapassò, si scorge
Del rio sul margo palpitar prosteso: Il cacciator che lo ferì s'arresta, Né senza senso di pietà rimembra Del piè di vento il saltellar vistoso;
Così giacea di Colallina il figlio Su gli occhi di Fillan; l'onda corrente Immolla e svolve le polite anella Del biondo crine; e riga atra di sangue
Striscia lo scudo: ancor la man sostenta L'acciaro; infido acciar! che al maggior uopo Mai lo soccorse. Il buon Fillan lo sguarda Pietosamente, e sventurato, ei grida,
Caduto se' pria che si udisse intorno Risuonar la tua fama! il padre tuo Mandotti al campo, e d'ascoltar s'attende Tue chiare imprese: egli or canuto e fiacco
Forse ti chiama, e ver Moilena ha 'l guardo. Invan! che tu non torni a consolarlo, Carco di spoglie di nemici ancisi. Disse; e fuga, terror, scompiglio, e morte
Segue a sgorgar sulla smarrita Erina. Ma d'altra parte rovesciato e infranto Cade uom sopr'uom dall'infocata rabbia Del feroce Foldan, ch'oltre sul campo
Delle sue squadre sospingea la piena, Forte rugghiando: ad arrestarne il corso Mosse Dermino, e a lui strinsersi intorno Di Cona i figli: ma spezzò Foldano
Lo scudo al duce, e i suoi guerrier n'andaro O spenti o spersi. Allor gridò quel fero Nell'odiosa sua burbanza: ho vinto, Morven fuggì; va la mia fama al cielo.
Vattene, o Malto, ed a Catmor comanda: Guardi il sentier che all'ocean conduce, Perché Fingallo dal mio brando invitto Non si sottragga; a terra ei debbe, a terra
Cader per esso: appo un cannoso stagno Abbia la tomba; ma di lode e canto Perda la speme; inonorato ei mora, Ed il suo spirto per la pigra nebbia
Ravviluppato si dibatta invano. Malto l'udì senza far motto, e solo Sorgeagli in volto a quel superbo vanto Disdegnosa dubbianza: alza lo sguardo
Verso Fingallo, indi a Foldan lo torce Bieco; sorride amaramente, e muto Volgesi, e immerge entro la zuffa il brando Di Clono intanto nell'angusta valle,
Ove due querce sul ruscel son chine, Di Dutno il figlio taciturno e fosco Stava nel suo dolor: spicciava il sangue Dalla trafitta coscia, appiè spezzato
Giace lo scudo, inoperosa a un masso Posa la lancia; a che, Dermin, sì mesto? Odo il rugghiar della battaglia: e sole Son le mie schiere: vacillanti a stento
Traggo i miei passi e non ho scudo: ah dunque Fia che vinca costui? no, se pria basso Non è Dermin, non vincerà: Foldano Ti sfiderò, t'affronterò. La lancia,
Isfavillando di terribil gioia, Prende; ma Gaulo ecco già vien. T'arresta Figlia di Dutno, onde tal fretta? il sangue Segna i tuoi passi: ov'è lo scudo? inerme
Dei tu cader? Signor di Strumo, ei disse, Dammi lo scudo tuo: spesso ei travolse Piena di guerra, nel suo corso al fero Farommi incontro. Alto campion, non vedi
Quella pietra colà, che il grigio capo Sporge tra l'erba? ivi riposa un duce Del ceppo di Dermin: colà già spento Ponmi a dormir nella perpetua notte.
Sale ei sul poggio lentamente, e mira Lo scompigliato campo: erran qua, la Le della zuffa scintillanti file Diradate, spezzate. In notte oscura
Qual è a mirar su piaggia erma lontano Foco che al variar d'instabil vento Varia d'aspetto: or tu lo credi assorto Fra globi atri di fumo, ora lo scorgi
Rigurgitar con tortuosi slanci La rossa rapidissima corrente; Tale affacciossi di Dermino al guardo La variata mischia. All'oste in mezzo
Campeggia il passo di Foldan, qual vasta Mole di nave, che in orribil verno Di mezzo a due scogliose isole opposte Spuntarsi scorge, e balzellon sull'onde
Va il mar sopposto a soverchiar. Dermino Furibondo l'adocchia, e già si scaglia Entro la zuffa, ahi! ma vacilla; e grossa Cade dall'occhio del guerrier dolente
Lagrima di dispetto. Allora il corno Suonò del padre, ed il cerchiato scudo Ben tre volte colpì, tre volte a nome Chiamò Foldan ferocemente. Udillo
Foldan con gioia, e sollevò la lancia Sanguinosa, feral: qual masso alpestre Mostra in tempesta i rugginosi fianchi Segnati a strisce di correnti rivi;
Cotal movea contro Dermino audace, Tutta strisciata di grondante sangue La forma spaventevole di Moma. Da un lato e l'altro si ritrasse l'oste
Dal conflitto dei duci: alzansi a un punto Le scintillanti spade, e già... ma tosto Fillano si precipita, ed accorre Alla zuffa inegual; tre passi a retro
Balzò Foldan che abbarbagliollo il vivo Raggio, che qual da nube uscio repente L'eroe ferito a ricattar: dell'atto Ebbe onta il truce, e di rabbioso orgoglio
Ebro avanzossi, e chiamò fuora all'opra Quanto avea possa nell'esperto acciaro. Qual due talor di spaziose penne Aquile alto-volanti a giostrar vanno
Per le piagge dei venti, onde del cielo La vasta solitudine rimbomba; Tai s'avventar l'un contro l'altro i duci Sopra Moilena. In sulle opposte rupi,
Dei due gran Re che si sedeano a fronte Involontari a cotal vista i passi Quinci e quindi avanzarsi, allora appunto La buia zuffa, allor parea che stesse
Già per calar sulle taglienti spade. Segreta gioia ricercar le vene Sentì Catmor, gioia d'eroi, qualora Sorge periglio a lor grand'alme eguale.
Sul Luba no, ma ben sul Mora ha fitto L'avido sguardo, che di là s'ergea Maestoso e terribile a mirarsi Del re di Selma il signoril sembiante.
Ecco riverso sul ceruleo scudo Foldano stramazzò. Fillan coll'asta Passagli il sen, né a risguardar si volge Sopra l'estinto; oltre si spinge, e rota
Onda di guerra. Sorgono le cento Voci di morte. Il frettoloso passo, Figlio di Clato, arresta; ohimè! non vedi Isfavillar quella terribil forma,
Fosco segno di morte? ma il re d'Alnecma Non destar in tuo danno; assai facesti, Prode garzon, fa' che ti basti; arresta. Vide Foldan giacente, e fosco appresso
Stettegli Malto; ira e rancor dall'alma Gli s'era sgombro: ei somigliava a rupe Là nel deserto, in sul cui negro fianco Sta l'umidor di non rasciutte stille,
Poiché la basso-veleggiante nebbia Lasciolla scarca, e gli alberi riarsi Restaro al vento. Con pietosi accenti Al moribondo eroe tenne parole
Dell'oscura magion. Dì, la tua grigia Pietra alzerassi nella verde Ullina, Oppur di Moma in la selvosa terra, Ove risguarda di soppiatto il Sole
Sul ceruleo Dalruto? ivi s'aggira, Mentre a te pensa, il solitario passo Di Dardulena tua. La mi rimembri, Disse Foldan, perché di figli privo
Garzon non lascio, che l'acciaro impugni Per vendicar l'ombra paterna? Malto Già vendicato io son: pacata in campo Non fu, tu 'l sai la destra mia: d'intorno
Al mio angusto abituro alza le tombe Di quei ch'io spensi: ecco le mie vendette. Io dal mio nembo scenderò sovente Per visitarle, e mi fia vanto e gioia
Vederle a cerchio coi muscosi capi Far corona al mio sasso, e la folt'erba Crescervi sopra e sibilar sul vento. Disse, e 'l suo spirto rapido si spinse
Alle valli di Moma, e venne ai sogni Della diletta Dardulena. Appunto Tornata allor dalle cacciate damme Lungo la ripa di Dalruto erbosa
Dormia la bella; rallentato l'arco Stavale accanto, e il candidetto seno Co' bei flagelli della lunga chioma Leve leve battea scherzosa auretta.
In cotal atto rivestita e sparsa Di sua fiorita giovenil beltade Giacea la verginella, amor d'eroi. Venne dal bosco, e verso lei curvossi
Torbido il padre: ampia ferita ha in petto; Si mostrava talor, talora avvolto Fra la nebbia svania, scoppianti lagrime Rupperle il sonno; ella s'alzò, conobbe
Ch'era basso il guerrier; poscia a colpirla Venne un baleno dal paterno spirto, Che sovra i nembi suoi correa sublime, E ferilla una voce: ultima adesso,
O Dardulena dall'azzurro sguardo, Dell'altera tua schiatta ultima sei. Già fugge Bolga; e di confuse grida Già Luba echeggia: a scompigliar le squadre
Su i loro passi rapido anelante Pende Fillan; sparso di morti è il suolo. Sulle prodezze dell'amato figlio Gioia Fingallo: alfin Catmorre alzossi,
Il possente Catmor. Figlio d'Alpino, Qua qua, recami l'arpa, al vento spargi La gloria di Fillano, alto solleva Il nome suo finché sfavilla ancora.
Esci fuor vezzosa Clato; Vieni al prato Col bel guardo cilestrin. Ver Moilena gira il ciglio,
Guarda il figlio, Quasi raggio mattutin. Raggio che splende, Ma fere e incende:
Luce nemica al suo chiaror non dura; Miralo a balenar; Ohimè! più nol mirar - ch'egli s'oscura. Al suon piacevole
D'arpe tremanti, Mescete o vergini, Mescete i canti: Fillan gli chiede,
Del suo valor mercede. Ei non va cercando il letto O di damma o di cervetto, Del mattin sul primo albor.
Né sul rio negletto e lento Piega l'arco, e scocca al vento, Sconosciuto cacciator. Contro il suo fianco la guerra si volve,
Egli qual turbo le schiere travolve, Rugge la mischia, la piena ingrossa, Egli rotasi, e 'l campo arrossa: La man forte
Piove morte; Alto il piede nel sangue passeggia, L'occhio folgora, e morte lampeggia. Dillo un irato spirito del cielo,
Che del nembo Scuote il lembo, E scende con furor: scosso l'oceano Sente in sé l'orma profonda;
Mentr'ei move d'onda in onda Il suo dorso a calpestar. Vampa feral n'arde i vestigi; e l'isole Con forte tremito,
I capi crollano Sul trabalzato mar.
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