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1730–1808

CANTO V

Melchiorre Cesarotti

Al generoso reggitor del carro Conal si volse, e con soavi detti Preselo a confortar. Figlio di Semo, Perché ti lasci alla tristezza in preda?

Son nostri amici i forti, e rinomato Se' tu guerrier: molte le morti e molte Già fur del braccio tuo; spesso Bragela Con ceruleo-giranti occhi di gioia

Il suo sposo incontrò, mentr'ei tornava Cinto dai valorosi, in mezzo ai canti Dei festosi cantori, e rosseggiante Avea 'l brando di strage; e i suoi nemici

Giacean sul campo della tomba esangui. Datti conforto, e 'l re di Morven meco Statti lieto a mirar. Ve' com'ei passa, Qual colonna di foco, e tutto incende!

Qual vigor! qual furor! non par di Luba La correntia? non par di Cromla il vento Schiantator di ramose alte foreste? Avventurato popolo felice,

Fingallo, è 'l tuo: tu gli sei fregio e schermo. Tu primo in guerra, e tu nei dì di pace In consiglio il maggior: tu parli, e mille S'affrettano a ubbidir: ti mostri, e innanzi

Ti cadono gli eroi. Popol felice! Popolo di Fingal, d'invidia degno! Chi è, chi è, figlio di Semo osserva, Chi è costui sì tenebroso in vista

Che tonando ne vien? Questo è l'altero Figlio di Starno. Oh! con Fingal s'affronta: Stiamo a veder. Par d'ocean tempesta Mossa da due cozzanti aerei spirti,

Che van dell'onde a disputar l'impero: Trema dal colle il cacciator, che scorge Ergersi il fiotto, e torreggiargli a fronte. Sì Conallo parlò, quando a scontrarsi

In mezzo al lor popolo cadente Corsero i due campion. Questa è battaglia, Questo è fragor: qui ciascun urto è turbo, Ciascun colpo è tempesta: orrore e morte

Spirano i sguardi. Ecco spezzati scudi, Smagliati usberghi, e sminuzzati elmetti Balzan fischiando: ambi i guerrieri a terra Gettano l'armi, e con raccolta possa

Vannosi ad afferrar. Serransi intorno Le noderose nerborute braccia. Si stirano, si scrollano, s'intrecciano Sotto e sopra in più gruppi alternamente

Le muscolose membra: ai forti crolli, All'alta impronta dei tallon robusti Scoppian le pietre, e dalle nicchie alpestri Sferransi i duri massi, e van sossopra

Rovesciati cespugli. Alfin la possa A Svaran manca, egli è di nodi avvinto. Così sul Cona già vid'io (ma Cona Non veggo più), così vid'io due sconci

Petrosi scogli trabalzati e svelti Dall'orrid'urto di scoppiante piena; Volvonsi quei da un lato all'altro, e vanno Ad intralciarsi le lor querce antiche

Colle ramose cime; indi cozzando Piombano assieme, e si strascinan dietro Sterpi e cespi ammontati, e pietre e piante: Svolvonsi i rivi, e da lontan si scorge

Il vuoto abisso della gran rovina. Figli, gridò Fingal, tosto accorrete, Statevi a guardia di Svaran, che in forza Ben pareggia i suoi flutti; è la sua destra

Mastra di pugna; egli è verace germe Di schiatta antica. O tra' miei duci il primo Gaulo, e tu re dei canti Ossian possente, All'amico e fratel d'Aganadeca

Siate compagni, e gli cangiate in gioia Il suo dolor: ma voi Fillano, Oscarre, Rino, figli del corso, i pochi avanzi Di Loclin disperdete, onde nemica

Nave non sia che saltellare ardisca Sull'onde d'Inistor. Simili a lampo Volaron essi. Ei campeggiò sul Lena Posatamente, come nube estiva

Lento-tonante per lo ciel passeggia; Tace sott'essa la cocente piaggia. Vibra il raggiante suo brando, cui dietro Striscia spavento. Egli da lungi adocchia

Un guerrier di Loclin: ver lui s'avvia, E così parla: e chi vegg'io lì presso Alla pietra del rio? tenta ma indarno, Di varcarlo d'un salto: agli atti, al volto

Sembra eroe d'alto affar, pendegli a fianco Il curvo scudo, ed ha lung'asta in mano. Giovine eroe, di', chi se' tu, rispondi, Se' tu nemico di Fingallo? - Io sono

Un figlio di Loclin, di forte braccio. La sposa mia nella magion paterna Stassi piangendo, e mi richiama: invano; Orla non tornerà. Combatti, o cedi?

Disse l'alto Fingallo: i miei nemici Lieti non son; ma ben famosi e chiari Sono gli amici miei. Figlio dell'onda Seguimi alla mia festa: i miei cervetti

Vientene ad inseguir. No, no, rispose, Ai deboli io soccorro; è la mia destra Schermo de' fiacchi: paragon non ebbe Mai la mia spada. Il re di Morven ceda.

Garzon, Fingal non cede. Impugna il brando, E t'eleggi un nemico: i miei campioni Son molti e forti. E la tenzon ricusi? Gridò 'l guerriero: Orla è di Fingal degno;

E degno è Fingal d'Orla, e Fingal solo. Ma se cader degg'io, che pur un giorno Cade ogni prode, odimi o Re, la tomba Alzami in mezzo al campo, e fa' che sia

La maggior di tutt'altre: e giù per l'onda Manda il mio brando alla diletta sposa, Onde mesta il ricovri, e lagrimando Lo mostri al figlio, ed a pugnar l'infiammi.

Giovine sventurato, a che con questi Funesti detti a lagrimar m'invogli? Disse Fingallo: è ver pur troppo! il prode Deve un giorno cader, debbono i figli

Vederne l'armi inutili e sospese. Pur ti conforta: io t'alzerò la tomba, Orla, non dubitarne; e la tua sposa Avrà 'l tuo ferro, e 'l bagnerà di pianto.

Presero essi a pugnar, ma 'l braccio d'Orla Fiacco fu contro il Re: scese la spada Del gran Fingallo, e in due partì lo scudo. Cadde quegli rovescio; sopra l'onda

L'arme riverberar, come talvolta Sopra notturno rio riflessa luna. Re di Morven, diss'ei, solleva il brando, Passami il petto: qui ferito e stanco

Dalla battaglia i fuggitivi amici M'abbandonaro: giungerà ben tosto Lungo le sponde dell'acquoso Loda All'amor mio la lagrimosa istoria;

Mentre romita e muta erra nel bosco, E tra le foglie il venticel susurra. Orla, ch'io ti ferisca? ah non fia vero, Disse Fingal: lascia, guerrier, che in riva

Del patrio Loda dalle man di guerra Sfuggito e salvo, con piacer t'incontri L'affannoso amor tuo; lascia che 'l padre Canuto, e forse per l'età già cieco,

Senta da lungi il calpestio gradito De' piedi tuoi: lascia che lieto ei sorga, E brancolando con la man ricerchi Il figlio suo. - Nol rinverrà giammai:

Io vo' morir sul Lena; estrani vati Canteranno il mio nome: un'ampia fascia Copremi in petto una mortal ferita; Ecco io la squarcio, e la disperdo al vento.

Sgorgò dal fianco il nero sangue; ei manca, Ei more; e sopra lui pietosamente Fingal si curva; indi i suoi duci appella. Oscar, Fillan, miei figli, alzisi tosto

La tomba ad Orla: ei poserà sul Lena, Lungi dal grato mormorio del Loda, Lungi dalla sua sposa: un giorno i fiacchi vedranno l'arco alle sue sale appeso;

Ma non potran piegarlo: urlano i cani Sopra i suoi colli, esultano le belve, Ch'ei soleva inseguir: caduto è 'l braccio Della battaglia, il fior dei forti è basso.

Squilli il corno, miei figli, alzate il grido: Torniamcene a Svaran; tra feste e canti Passi la notte. O voi Fillano, Oscarre, Rino, volate: ove se' tu mio Rino,

Rino di fama giovinetto figlio? Pur giammai tu non fosti a correr tardo Al suon del padre tuo. Rino, rispose L'antico Ullin, de' padri suoi sta presso

Le venerande forme; egli passeggia Con Tratal re dei scudi, e con Tremmorre Dai forti fatti: il giovinetto è basso, Smorto ei giace sul Lena. E cadde adunque,

Gridò Fingal, cadde il mio Rino; il primo A piegar l'arco, il più veloce in corso? Misero! al padre i primi saggi appena Davi del tuo valor: perché cadesti

Sì giovinetto? Ah dolcemente almeno Posa sul Lena: in breve spazio, o figlio, Ti rivedrò: si spegnerà ben tosto La voce mia; de' passi miei sul campo

Svaniran l'orme: canteranno i vati Di me soltanto, e parleran le pietre. Ma tu, Rino gentil, basso per certo Basso se' tu: tu la tua fama ancora

Non ricevesti. Ullin ricerca l'arpa, Parla di Rino, e di' qual duce un giorno Fora stato il garzone. Addio, tu primo In ogni campo: il giovenil tuo dardo

Più non godrò di regolare. O Rino, O già sì bello, ah tu sparisti: addio. Scorgevasi la lagrima sospesa Sulle ciglia del Re: pensa del figlio

Al crescente valor; figlio di speme! Pareva un raggio di notturno foco, Che già spunta sul colle; al fischio, al corso Piegan le selve, il peregrin ne trema.

In quell'oscura verdeggiante tomba, Riprese il Re, chi mai sen giace? Io scorgo Quattro pietre muscose, indizio certo Della magion di morte: ivi riposi

Anche il mio Rino, e sia compagno al forte. Forse è colà qualche famoso duce, Che con mio figlio volerà su i nembi. Ullin rianda le memorie antiche,

Sciogli il tuo canto, e ci rammenta i fatti Degli abitanti della tomba oscuri. Se nel campo dei forti essi giammai Non fuggir dai perigli, il figlio mio,

Benché lungi da' suoi, sul Lena erboso Riposerà tranquillo ai prodi accanto. In questa tomba, incominciò la dolce Bocca del canto, il gran Landergo è muto,

E 'l fero Ullin. Chi è costei, che dolce Sorridendo da un nembo, a me fa mostra Del suo volto d'amor? Figlia di Tutla, O prima tra le vergini di Cromla,

Perché pallida sei? dormi tu forse Fra i due forti rivali in queste pietre? Bella Gelcossa, tu l'amor di mille Fosti vivendo; ma Landergo solo

Fu l'amor tuo: ver le muscose ei venne Torri di Selma; e 'l suo concavo scudo Picchiando, favellò. Dov'è Gelcossa, Dolce mia cura? io la lasciai pocanzi

Nella sala di Selma, allor che andai A battagliar contro l'oscuro Ulfadda. Riedi tosto, dis'ella, o mio Landergo, Ch'io resto nel dolore: ed umidetta

Avea la guancia, e sospiroso il labbro. Ma or non la riveggio: a che non viene Ad incontrarmi, e a raddolcirmi il core Dopo la pugna? tacito è l'albergo

Della mia gioia: in sull'amata soglia Brano non veggo, il fido can, che crolli Le sue catene, e mi festeggi intorno. Ov'è Gelcossa! ov'è 'l mio amor? Landergo,

Ferchio rispose, ella sarà sul Cromla, Ella con le sue vergini dell'arco I cervi inseguirà. Ferchio, riprese Di Cromla il sire, alcun romor non fiede

L'orecchio mio, taccion del Lena i boschi; Non è cervo che fugga: ah ch'io non veggo La mia Gelcossa, ella sparì; Gelcossa Bella qual luna che pian pian s'asconde

Dietro i gioghi di Cromla. O Ferchio, vanne A quel canuto figlio della rupe, Al venerabil Allado: ei soggiorna Nel cerchio delle pietre, ei di Gelcossa

Avrà novelle. Andò d'Adone il figlio, Ed all'orecchio dell'età si fece. Allado, abitator della spelonca, Tu che tremi così, di', che vedesti

Cogli antichi occhi tuoi? Vidi, rispose, Ullino il figlio di Cairba; ei venne Come nube dal Cromla, alto intonando Disdegnosa canzon, siccome il vento

Entro un bosco sfrondato. Ei nella sala Entrò di Selma: esci, gridò, Landergo, Terribile guerriero, escine; o cedi A me Gelcossa, o con Ullin combatti.

Landergo non è qui, rispose allora Gelcossa; ei pugna contro Ulfadda: o duce, Ei non è qui: ma che perciò? Landergo Non fia che ceda, egli non cesse ancora.

Combatterà. Se' pur vezzosa e bella, Disse l'atroce Ullin: figlia di Tutla, Io ti guido a Cairba, e del più forte Sarà Gelcossa: io resterò sul Cromla

Tre dì la pugna ad aspettar; se fugge Landergo, il quarto dì Gelcossa è mia. Allado or basta, ripigliò Landergo, Sia pace a' sonni tuoi. Suona il mio corno,

Ferchio, sì ch'oda Ullino: e sì dicendo, Salì sul colle in torbido sembiante Dalla parte di Selma: a cantar prese Bellicosa canzone, in tuon d'un rivo

D'alto cadente: alfin del monte in cima Egli si stette; volse intorno il guardo; Qual nube suol, che al variar del vento Varia d'aspetto: rotolò una pietra,

Segno di guerra. Il fero Ullin l'udio Dalla sala paterna, udì giulivo Il suo nemico, ed impugnò la spada De' padri suoi: mentr'ei la cinge al fianco

Illuminò quel tenebroso aspetto Un sorriso di gioia: il pugnal brilla Nella sua destra; ei s'avanzò fischiando. Vide Gelcossa il sir torbido e muto,

Che qual lista di nebbia iva poggiando Ferocemente: si percote il seno Candido palpitante, e lagrimosa Trema per l'amor suo. Cairba antico,

Disse la bella, a piegar l'arco io volo, Veggo i cervetti. Frettolosa il colle Salì, ma indarno; gl'infiammati duci Già tra lor combatteano. Al re di Morven

Io narrerò come pugnar sien usi Crucciati eroi? cadde il feroce Ullino. Venne Landergo pallido anelante Alla donzella della liscia chioma,

Alla figlia di Tutla: oimè! che sangue, Che sangue è quello, ella gridò, che scorre Sul fianco all'amor mio? Sangue d'Ullino, Disse Landergo, o più candida e fresca

Della neve di Cromla: o mia Gelcossa, Lascia ch'io mi riposi: ei siede e spira. Così cadi, o mio ben? Stette tre giorni Lagrimandogli appresso: i cacciatori

La trovar morta, e su i tre corpi estinti Ersero questa tomba. O Re, tuo figlio Può qui posar, che con eroi riposa. E qui riposerà: gli orecchi miei

Spesso ferì della lor fama il suono, Disse l'alto Fingal. Fillan, Fergusto, Orla qua mi s'arrechi, il valoroso Garzon del Loda; ei giacerà con Rino,

Coppia ben degna: sopra entrambi il pianto Voi donzelle di Selma, e voi di Lona Sciogliete, o figlie: ambi crescean a prova Come vivaci rigogliose piante;

E come piante or lì giaccion prostesi, Che sul ruscel riverse, al sole, al vento, Tutto il vitale umor lasciano in preda. Oscarre, onor di gioventù, tu vedi

Come cadder da forti. A par di questi Fa' tu d'esser famoso, e sii com'essi Subietto dei cantor: menavan vampo Essi in battaglia, ma nei dì di pace

Faccia avea Rino placida ridente, Simile al variato arco del cielo Dopo dirotta pioggia, allor che spunta Gaio sull'onde, e d'altra parte il sole

Puro tramonta, e la collina è cheta. Statti in pace o bel Rino, o di mia stirpe Rino il minor: ti seguiremo, o figlio; Che tosto o tardi han da cadere i prodi!

Tal fu la doglia tua, signor dei colli, Quando giacque il tuo Rino. E qual fia dunque D'Ossian la doglia, or che tu giaci, o padre? Ah ch'io non odo la tua voce in Cona,

Ah che più non ti veggo! Oscuro e mesto Talor m'assido alla tua tomba accanto, E vi brancolo sopra. Udir talvolta Parmi la voce tua, lasso, e m'inganna

Il vento del deserto. È lungo tempo Che dormi, o padre; e ti sospira il campo, Alto Fingal, correggitor di guerra. Lungo l'erboso Luba Ossian, e Gaulo

Sedean presso a Svarano. Io toccai l'arpa Per allegrare il cor del Re, ma tetro Era il suo ciglio; ad ogn'istante al Lena Girava il bieco rosseggiante sguardo;

Piangeva il popol suo. Gli occhi ver Cromla Anch'io rivolsi, e riconobbi il figlio Del generoso Semo. Ei tristo, e lento Si ritrasse dal colle, e volse i passi

Alla di Tura solitaria grotta. Vide Fingal vittorioso, e in mezzo Della sua doglia, involontaria gioia Venne a mischiarsi. Percuoteva il sole

Sull'armi sue; Conal tranquillo e cheto Lo venia seguitando: alfine entrambi Si celar dietro il colle, appunto come Doppia colonna di notturno foco,

Via via spinta dal vento. È la sua grotta Dietro un ruscel di mormorante spuma Entro una rupe; un albero la copre Con le tremanti foglie, e per li fianchi

Strepita il vento. ivi riposa il figlio Del nobil Semo; i suoi pensier son fisi Pur nella sua sconfitta; aride strisce Gli segnano la guancia: egli sospira

La fama sua, che già svanita ei crede Come nebbia del Cona. O sposa amata, O Bragela gentil, perché sì lungi Se' tu da lui, che serenar potresti

L'anima dell'eroe? Ma lascia, o bella, Che sorga luminosa entro il suo spirto L'amabile tua forma: i suoi pensieri A te ritorneranno, e la sua doglia

Dileguerassi al tuo sereno aspetto. Chi vien coi crini dell'etade? il veggo, Egli è 'l figlio dei canti. Io ti saluto, Carilo antico: la tua voce è un'arpa

Nella sala di Tura, e i canti tuoi Son grati e dolci, come pioggia estiva Là nel campo del sol. Carilo antico, Ond'è che a noi ne vieni? Ossian, diss'egli,

Delle spade signor, signor dei canti, Tu m'avanzi d'assai. Molt'è che noto A Carilo sei tu: più volte, il sai, Nella magion del generoso Brano,

Dinanzi alla vezzosa Evirallina Ricercai l'arpa: e tu più volte, o duce, Le mie musiche note accompagnasti: E talor la vezzosa Evirallina

Tra i canti del suo amor, tra i canti miei Mescea la soavissima sua voce. Un giorno ella cantò del giovinetto Corman, che cadde per amarla: io vidi

Sulle guance di lei, sulle sue ciglia Le lagrime pietose: ella commosso Sentiasi il cor dall'infelice amante, Benché pur non amato. Oh come vaga,

Come dolce e gentile era la figlia Del generoso Brano! - Ah taci, amico, Non rinnovar, non rinnovarmi all'alma La sua memoria: mi si strugge il core,

E gli occhi mi ringorgano di pianto. Il diletto amor mio, la bella sposa Dal soave rossor, Carilo, è spenta. Ma tu siedi, o cantore, e le nostr'alme

Molci col canto tuo, dolce ad udirsi Quanto di primavera aura gentile, Che nell'orecchio al cacciator sospira, Quand'ei si sveglia da gioioso sogno,

Tra 'l bel concento dei notturni spirti.

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