Colà di Selma sulla roccia ondosa, Sì riprese Fingal, sotto una quercia Io mi sedea, quando sul mar da lungi, Con la lancia di Ducaro spezzata,
Conallo apparve. Il giovinetto altrove Da' propri colli rivolgeva il guardo, L'orme del padre rimembrando in quelli. Io m'accigliai: mi s'aggirar per l'alma
Tenebrosi pensieri; i re d'Erina Schierarmisi dinanzi: impugno il brando. Lenti i miei duci s'avanzar, quai liste Di nubi raggruppantisi, lo scoppio
Di mia voce attendendo; ai lor dubbiosi Spirti era dessa, quasi all'aer soffio, Di nebbia sgombrator. Le vele al vento Di sciorre imposi: dall'acquose valli
Già trecento guerrier stavan guatando Il brocchier di Fingal, che in alto appeso Tra le velate antenne al loro sguardo Segna le vie del mar: ma poi che scese
La buia notte, io percoteva il cerchio Dator di cenni; e per lo ciel con l'occhio Della vaga Ulerina igni-crinita N'andava in traccia: la cortese stella
Più non s'ascose, ella tra nube e nube Tenea suo corso; dell'amabil raggio Io seguitai la rosseggiante scorta Sull'ocean, che debilmente a quella
Gìa luccicando. Col mattin tra nebbie Inisfela spuntò: nel seno ondoso Di Moilena approdai, ch'ampio si versa Tra risonanti boschi. Ivi Cormano
Contro la possa di Colculla irato Schermo si fea del suo riposto albergo. Né sol Corman n'avea timor; con esso Era Roscrana, la regal donzella
Dal guardo azzurro e dalle man di neve. Appuntellati sul calcio dell'asta S'avvicinaro i tremolanti passi Del buon Cormano: un languido sorriso
Spunta sul labbro, e duol calcagli il core. Videci, e sospirò: l'arme, diss'egli, Veggio del gran Tremmor; questi di fermo Sono i passi del Re. Fingallo, ah! raggio
Se' tu di luce al nubiloso spirto Dell'afflitto Cormano: o figlio mio, Il tuo valor vince l'età; ma forti Son d'Erina i nemici: adeguan possa
Di rimugghianti rivi. E questi rivi Rimugghin pur, diss'io, l'alma sentendo Gonfiarmisi di nobile alterezza. Forse svolver potransi. O sir d'Erina,
Non siam schiatta d'imbelli. E che? Temenza Dunque verrà quasi notturno spettro A sbigottirci? ah no: crescon del paro Al nemico le forze, al prode il core.
Non riversar buio di tema in petto D'animosi garzoni. A cotai detti, Pianto inondò la senil guancia: ei muto Per man mi prese: alfin soggiunse: o sangue
Dell'ardito Tremmor, nube di tema Su te non soffio, e chi potrialo in terra? Tu già nel foco de' tuoi padri avvampi; Veggio la fama tua, che qual corrente
D'orata luce il tuo sentier t'addita. Seguilo, o prode. Sol l'arrivo attendi Del mio Cairba: di mio figlio il brando Unir dessi al tuo acciaro. Egli d'Ullina
Chiama la prole dai riposti seggi, E l'invita a battaglia. Andammo insieme Alla sala del re, ch'ergeasi in mezzo D'alpestri scogli, i di cui negri fianchi
Logri avean l'orme di rodenti rivi. Quercie di spaziosi ispidi rami Vi si curvano intorno: ondeggia al vento Ivi folto scopeto: ivi Roscrana
Visibil mezzo, e mezzo ascosa il dolce Canto disciolse: sdrucciolò sull'arpa La sua candida man; vidi il soave Girar dell'azzurrina pupilletta,
Vidilo, e non invano: ella parea Uno spirito amabile del cielo, A cui s'avvolge vagamente intorno Negletto lembo di cerulea nube.
Festeggiammo tre dì; la bella forma Sorgea tuttor nel mio turbato spirto. Corman fosco mi vide, e la donzella Dal candidetto sen diemmi; ella venne
Dimessa il guardo, e 'l crin dolce scomposta. Venne; ma pugna allor muggio. Colculla S'avanza; impugno l'asta, inalzo il brando, Mi circondano i miei; per entro i solchi
Spingiamci in folla del nemico. Alnecma Fuggì, cadde Colculla; in mezzo a' suoi Tornò Fingal carco di fama. O figlio, Famoso è quel, cui fan riparo a tergo
I suoi campioni: il buon cantore il segue Di terra in terra: ma colui che solo Sconsigliato s'avanza, ai dì futuri Poche imprese tramanda. Oggi sfavilla
D'altissimo splendor, doman s'eclissa. Una sola canzon chiude i suoi vanti; Serba un sol campo il nome suo, né resta La rimembranza dei suoi fatti altrove,
Fuorché colà dove affrettata tomba Fa via via pullular le piote erbose. Così parlò l'eccelso Re: sull'erto Giogo di Cormo tre cantor versaro
Il canto lusinghevole del sonno, E quei discese. Carilo ritorno Fè alla tomba di Conallo. O duce, Non fia che giunga al tuo squallido letto
La voce del mattin, né presso il freddo Caliginoso tuo soggiorno udrai Latrar di veltri, o scalpitar di damme. Come a meteora della notte intorno
Allumatrice di turbate nubi Volvansi queste: in cotal guisa Erina Intorno d'Ata al luminoso duce Tutta s'accolse. Egli nel mezzo altero,
Quasi per vezzo spensieratamente Palleggiando la lancia, accompagnava L'alzarsi alterno e l'abbassar del suono, Che uscia dall'arpa di Fonarre. Appresso
Contro un masso appoggiata era Sulmalla, Dal bianco sen, dal cilestrino sguardo, Sulmalla di Gomor, sir d'Inisuna. Già di queste in soccorso il campion d'Ata
Venne, e i nemici ne fugò: lo vide Maestoso la vergine e leggiadro Nella sala paterna, e non cadea Indifferente di Catmorre il guardo
Su la donzella dalle lunghe chiome. Ma 'l terzo giorno dall'acquosa Erina Fiti sen venne, e raccontò l'alzarsi Dello scudo di Selma, ed il periglio
Dell'oscuro Cairba. Il duce a Cluba Spiegò le vele: invan; che in altre terre Soggiornavano i venti. Egli tre giorni Sulla spiaggia si stette, e l'occhio addietro
In ver le sale di Gomor volgea: Che della figlia gli pungeva il core La rimembranza; e ne traea sospiri. Or quando a risvegliar l'assonnate onde
Il vento incominciò, scese dal colle Sconosciuto guerrier, che di far prova Dell'asta giovenile avea vaghezza Nei campi di Catmorre. Ah sotto l'elmo
Qual volto si nasconde! era Sulmalla. Venne anelante con forzati passi Dietro l'orme del Re: natava in gioia La sua azzurra pupilla in rimirarlo,
Quando stendea le ben composte membra Lungo il ruscello. Ma Catmor credea Ch'ella pur anco cavrioli e damme Inseguisse con l'arco; oppur che assisa
Sopra la vetta di Lumon, la bianca Mano stendesse ad incontrar il vento Che spirava da Erina, amato albergo Del suo diletto: di tornar per l'onde
Promesso avea, ma lo prevenne. È dessa, Volgiti, o duce, hai la tua bella accanto. L'eccelse forme dei campion d'Erina Cerchio feano a Catmor; nessun mancava,
Fuorché Foldan dal tenebroso ciglio. Giacea lungi costui sotto una pianta, Riconcentrato nel profondo orgoglio Di sua caliginosa anima: al vento
Stride l'ispido crine: ei tratto tratto Va borbottando discordanti note Di dispettoso canto: alfin cruccioso Pesta la pianta colla lancia, e parte,
E cogli altri si mesce. Al raggio ardente D'arida quercia il giovinetto Idalla Splender vedeasi in placido sembiante. Giù per la fresca rubiconda guancia
In lunghe liste d'ondeggiante luce Cadegli la biondissima ricciaia. Soave era sua voce, e lungo il Clora Soavemente l'accordava al suono
Di music'arpa, e col gentil concento Temprava il rugghio del ruscel natio. Re d'Erina, diss'ei, conviti e feste Richiede il tempo: or via, fa' che si desti
La voce dei cantor: l'alma dal canto Torna più fresca e vigorosa in guerra. Notte copre Inisfela; errarci intorno Già scorgo i passi luridi dell'ombre;
L'ombre dei spenti in guerra intorno stanci Sitibonde di canto: al canto, all'arpe, S'allegrino gli estinti. Estinti e vivi (Scoppiò in tai detti di Foldan lo sdegno)
Copra dimenticanza: in faccia mia Si ragiona di canto, or ch'io son vinto? Ma no, vinto non fui; sallo il nemico Se 'l mio sentier fu turbine e procella.
Stroscia di sangue m'allagava i passi, Piovea morte l'acciar: ma che? gl'imbelli Stavanmi a tergo: indi fu Morven salva. Or va', molle garzon, tasteggia l'arpa
Nella valle di Clora: ogni sua corda Dura risponda alla tua voce imbelle. Mentre più cerchi d'adescar cantando Donna che adocchia in un boschetto ascosa
La tua gialliccia effeminata chioma. Va' sul Clora, garzon, fuggi dal Luba; Questo è campo d'eroi. L'ascolti, e il soffri, Re di Temora? con arcigno volto
Malto riprese. A te, signor, s'aspetta Dar della pace e della pugna i cenni. Contro i nemici tuoi spesso tu fosti Foco distruggitor, spesso atterrasti
Entro tombe di sangue armate intere, Ma nel tuo ritornar chi di baldanza Parole intese? I furibondi, i folli Sol si pascon di stragi e spiran morte.
Sopra la punta della lancia è fitta La lor memoria, ed han pensieri e sensi Di zuffe e sangue avviluppati e intrisi. Sempre parlan costor. Duce di Moma,
Vanta a tua posta il tuo valor: tu sei Nembo, turbin, torrente. E che? tu solo Scuoti la lancia? avesti a fronte i forti; Non i fiacchi alle spalle. Ah! fiacchi noi?
Osil tu sostener? c'è chi tel niega, Chi del tuo irato impareggiabil brando Non teme il paragon. Farsi due vampe Nel volto i duci, stralunar gli sguardi,
Curvarsi innanzi ed impugnar le spade Fu solo un punto. In fera zuffa avvolti, Il convito regal già già di sangue Bruttato avriano; se di nobil ira
Non s'accendea Catmor. Trasse l'acciaro Riverberante, e imperioso in atto, Olà, gridò, freno a que' spirti insani, Figli dell'alterezza: oltre, nel buio
Correte a rimpiattarvi: a sdegno forse Provocarmi v'alletta? e trarmi a forza Contro d'entrambi a sollevar la spada? Guai se... non più: questo di gare e risse
Tempo non è; sparitemi dinanzi, Nubi importune; del comun diletto Non turbate la gioia. Ambo allibiro, Ambo s'allontanar di qua, di là
Taciti, rannicchiati; avresti appunto Viste di paludosa infetta nebbia Due smisurate ed orride colonne, Quando di mezzo in suo chiaror sovrano
Vi spunta il Sol; s'arretran quelle, e dense In se raccolte tenebrosamente Van roteando ai lor cannosi stagni. Stavan gli altri guerrier taciti a cerchio
Della mensa regale, e ad ora ad ora Volgean mal fermo rispettoso il guardo D'Ata al signor, che passeggiava in mezzo Nel nobile fervor di sua grand'alma,
Che intiepidiasi, e già spuntava in quella L'amabil calma, e 'l bel seren natio. Sul campo alfin l'oste sdraiossi, il sonno Scese in Moilena: di Fonar soltanto
Seguia la voce a risonar Catmorre, Sangue di Larto, il condottier del Lumo. Ma non l'udia Catmor; sopito ei giace Lungo un fremente rio: sibila il crine,
Gradito scherzo alla notturna auretta. Venne Cairba a' sogni suoi, ravvolto Tra fosca nube, che per veste ei prese Nel grembo della notte: oscura in volto
Gli spuntava letizia; inteso avea La funebre canzon, che alla sua ombra Carilo sciolse, e ne volò repente All'aeree sue stanze: usciro i rochi
Accenti suoi col fremito confusi Del mormorante rio. Gioia riscontri L'anima di Catmor: Moilena intese La voce sua; Cairba ebbe il suo canto.
Or veleggia su i venti; è la sua forma Nelle sale paterne; ivi serpeggia Quasi vampa terribile che striscia Per lo deserto in tempestosa notte.
Generoso Catmorre, alla tua tomba Vati non mancheranno: amor dei vati Fu sempre il prode: lusinghiera auretta È il tuo nome, o Catmor. Ma odo, o parmi
Un suon lugubre; nel campo del Luba Stavvi una cupa voce. Aerei spettri, Inforzate il lamento: eran gli estinti Carchi di fama: ecco si gonfia e cresce
Il mesto suon, l'aere se n'empie, il nembo Ulula. Addio Catmor... tra poco... addio. Fuggì ravvoltolandosi: l'antica Quercia sentì la sua partenza, e 'l capo
Sibilante crollò. Dal sonno il duce Scossesi, impugna l'asta, il guardo intorno Desioso rivolge; altro non vede Che notte atro-velata. Ella è la voce,
Disse, del re: ma la sua forma è ita. O figli della notte, i vostri passi Non lascian orma: in arido deserto, Quasi del Sole ripercosso raggio,
Comparite talor, ma sparite anco All'apparir dei nostri passi: or vanne Debole stirpe: in te saper non regna. Vane son le tue gioie, a par d'un sogno
Che lusinga e svanisce, o quale all'alma Lieve-alato pensier s'affaccia e passa. Catmor... tra poco... e che sarà? fia basso, Scuro giacente in la magione angusta:
Ve' co' mal fermi ancor socchiusi lumi Non arriva il mattin? Vattene, o ombra, Battaglia è 'l mio pensier: tutt'altro è nulla. Già sovra penne d'aquila m'inalzo
Ad afferrar della mia gloria il raggio. Giaccia sul margo a serpeggiante rivo In solitaria valle anima imbelle Di picciolo mortal: passano gli anni,
Volvonsi le stagioni, ei neghittoso Torpe in riposo vil: ma che? la morte Vien sopra un nembo tenebrosa e muta, E 'l grigio capo inonorato atterra.
Tal io non partirò. Non fu Catmorre Molle garzone ad esplorare inteso Covil di damme: io spaziai coi regi, Con lor venni a tenzone, e 'l mio diletto
Fu mortifero campo, ove la pugna Spazza dal suol le affastellate squadre, Qual forte soffio accavallate nubi. Così parlò d'Alnecma il sire, e ferma
Serenità gli si diffuse in petto: Quasi fiamma vital valor gli serpe Di vena in vena: maestosi e grandi Sono i suoi passi, e già sgorgagli intorno
Il raggio oriental. Vid'ei la grigia Oste gradatamente colorarsi Alla nascente luce, ed allegrossi, Come s'allegra un spirito del cielo,
Ch'alto su i mari suoi s'avanza, e quelli Vede senz'onda, e senza penna i venti: Fallace calma e passeggera; ei tosto Risveglia i flutti imperioso, e vasti
Sonante spiaggia a flagellar li spinge. Lungo la ripa d'un ruscello intanto D'Inisuna la vergine giacea Addormentata. Dall'amabil fronte
Caduto era l'elmetto: ella sognando Sta nelle patrie terre: ivi il mattino Dorava i campi suoi; scorrean dai massi Cerulei rivi, e 'l venticel per gioco
De' giuncheti scotea le molli cime. Vivace suono che alle caccia invita Spargesi intorno: ai cacciator sovrasta D'Ata l'eroe; l'innamorato sguardo
Egli torce a Sulmalla; essa la faccia Rivolge altrove orgogliosetta, e l'arco Piega negli atti non curante e in volto Ferma: ah Sulmalla, ah! ma vacilla il core.
Tale era il sogno suo quando dappresso Le si fece Catmor. Videsi innanzi Quel caro volto, inaspettata vista, E 'l ravvisò: che far dovea l'eroe?
Gemè, pianse, partì. No, duce d'Ata, Non è tempo d'amor, t'attende il campo. Ei disse; e 'l cerchio ammonitor percosse, Onde di guerra esce la voce. Erina
Sorsegli intorno, e rimbombò: dal sonno La vergine si scosse; arrossa, e trema Delle sparse sue trecce; adocchia a terra L'elmetto, e frettolosa e palpitante
Lo ricoglie, e s'asconde: ohimè! s'Erina Sapesse mai che in queste spoglie è avvolta La figlia d'Inisuna! Ella rammenta La sua stirpe regale, e le divampa
La nobil alma di leggiadro orgoglio. Dietro una rupe si celò, da cui Scende garrulo rivo in cheta valle; Gioconda solitudine remota
A pacifiche damme, anzi che quindi Ne le cacciasse alto fragor di guerra. Qui della bella vergine all'orecchio Giungeva ad or ad or la cara voce
Dell'amato guerriero: alla sua doglia Qui s'abbandona; del suo mal presaga L'anima le si abbuia; ella dal canto Cerca conforto, ed amorosi lai
Sparge sul vento in suon flebile e fioco. Breve gioia, ove se' ita; Caro sogno, ove sei tu? Inisuna è già sparita,
Il mio suol non veggo più. Della caccia in la mia terra Più non odo il lieto suon! Falda orribile di guerra
Mi circonda: ove mai son? Guardo fuor, né veggo un raggio Che m'additi il mio sentier. Ah che speme altra non aggio!
Ah che basso è 'l mio guerrier! Presso è il re dall'ampio scudo, De' possenti atterrator. Ohimè! scende il ferro crudo,
Ah tu cadi, o dolce amor! Di Gomorre ombra diletta, Ove porti il mobil piè? Caro padre, arresta, aspetta,
Non andar lungi da me. Stranie terre, altri paesi Vai sovente a visitar: La tua voce, o padre, intesi,
Mentr'io lassa era sul mar. Figlia mia, tu corri a morte, La tua voce parea dir: Tutto invan; che amor più forte
Nel mio cor si fea sentir. Spesso i figli a trar di pene La paterna ombra sen vien, Quando afflitti e fuor di spene
Solo in duol vita gli tien. Il mio caro ah se m'è tolto, Vieni, o padre, per pietà, Strutto in pianto, in duol sepolto
Più del mio, qual cor sarà?
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