Skip to content
1730–1808

CANTO IV

Melchiorre Cesarotti

Chi dal monte ne vien, bella a vedersi Siccome il variato arco che spunta Di sopra il Lena? La donzella è questa Dalla voce d'amor; la bella figlia

Del buon Toscar, dalle tornite braccia. Spesso udisti il mio canto, e spesso hai sparse Lagrime di beltà: viene alle pugne Del popol tuo? vieni ad udir l'imprese

Del tuo diletto Oscarre? E quando mai Cesseranno i miei pianti in riva al Cona? Tutta la mia fiorita e verde etade Passò tra le battaglie, ed or tristezza

I cadenti anni miei turba ed oscura. Vezzosa figlia della man di neve, Non ero io già così dolente e cieco; Sì fosco, abbandonato allor non ero,

Quando m'amò la vaga Evirallina, Evirallina, di Corman possente Dolce amor, bruna il crin, candida il petto. Mille eroi ne fur vaghi, e a mille eroi

Ella niegò 'l suo core: eran negletti I figli dell'acciar, perch'Ossian solo Grazia trovò dinanzi agli occhi suoi. Alle nere del Lego onde n'andai

Per ottener la vaga sposa. Avea Dodici meco valorosi figli Dell'acquosa Albion: giungemmo a Brano, Amico dei stranieri. E donde, ei disse,

Son quest'arme d'acciar? facil conquista Non è la bella vergine che tutti Spregiò d'Erina gli occhi-azzurri duci. Benedetto sii tu sangue verace

Del gran Fingallo! avventurata sposa Ben'è colei che del tuo cor fai degna. Fossero in mia balia dodeci figlie D'alta beltà, che tua fora la scelta,

O figlio della fama. Allora aperse La stanza della vergine romita, D'Evirallina. A quell'amabil vista Dentro i petti d'acciar corse a noi tutti

Subita gioia, e ci sorrise al core. Ma sopra noi sul colle il maestoso Cormano apparve, ed un drappel de' suoi Tenea pronto alla pugna. Otto i campioni

Eran del duce, e fiammeggiava il prato Del fulgor di lor arme. Eravi Cola, Durra dalle ferite eravi, e Tago, E 'l possente Toscarre, e 'l trionfante

Frestallo, e Dairo il venturoso, e Dala Rocca di guerra. Scintillava il brando Di Corman nella destra, e del guerriero Lento volgeasi e grazioso il guardo.

D'Ossian pur otto erano i duci; Ullino Figlio di guerra tempestoso, e Mullo Dai generosi fatti, ed il leggiadro Selaca, e Oglano, e l'iracondo Cerda,

E di Dumarican l'irto-vellute Ciglia di morte. Ove te lascio, Ogarre, Sì rinomato sugli arvenii colli? Ogar si riscontrò testa con testa

Col forte Dala: era il conflitto un turbo Sollevator della marina spuma. Ben del pugnale rammentossi Ogarre, Arme ad esso gradita; egli di Dala

Nove fiate lo piantò nel fianco. Cangiò faccia la pugna: io sullo scudo Del possente Corman ruppi tre volte La mia lancia, ei la sua. Lasso infelice

Garzon d'amore! io gli recisi il capo, E per lo ciuffo il sanguinoso teschio Crollai ben cinque volte: i suoi fuggiro. Oh chi m'avesse allor detto, chi detto

M'avesse allor, vaga donzella, ch'io Egro, spossato, abbandonato, e cieco Trarrei la vita! avria costui dovuto Usbergo aver ben d'infrangibil tempra,

Petto di scoglio, e impareggiabil braccio. Ma già del Lena su la piaggia oscura A poco a poco s'acchetò la voce Dell'arpe, e dei cantor. Buffava il vento

Vario-stridente, e m'ondeggiava intorno L'antica quercia con tremanti foglie. Erano i miei pensier d'Evirallina, D'Evirallina mia, quand'ella in tutta

La luce di beltade, e cogli azzurri Occhi pregni di lagrime, m'apparve Sopra il suo nembo; e in fioca voce, ah sorgi, Ossian, mi disse, il figlio mio difendi,

Salvami Oscar: presso la rossa quercia Del ruscello di Luba egli combatte Coi figli di Loclin. Disse: e s'ascose Nella sua nube. Io mi vestii l'usbergo,

M'appoggiai sulla lancia; uscii sonante D'arme il petto e le terga: a cantar presi, Qual solea ne' perigli, i canti antichi Da' valorosi eroi. Loclin m'intese

Come tuono lontano; essa fuggio; Inseguilla mio figlio. Io pur da lungi Lo richiamai: figlio, diss'io, deh riedi Riedi sul Lena, ancor ch'io stiati appresso,

E cessa d'inseguirli. Egli sen venne, Ed agli orecchi miei giunse giocondo Il suon dell'armi sue. Perché, diss'egli, M'arrestasti la destra? avria ben tosto

Morte d'intorno ricoperto il tutto. Che oscuri, formidabili, Fillano, E il figlio tuo fersi ai nemici incontro, Che per la notte, alle sorprese amica,

Del loro campo erano a guardia. Alquanti Le nostre spade n'abbatter. Ma come Spingono i negri venti onda dopo onda Colà di Mora su le bianche arene;

Tal l'un l'altro incalzandosi i nemici Inondano sul Lena: ombre notturne Stridon da lungi, ed aggirarsi io vidi Le meteore di morte. Il re di Selma

Corrasi a risvegliar, l'eccelso eroe Sfidator di perigli, il sol raggiante Dissipator di bellicosi nembi. Erasi appunto allor da un sogno desto

Fingallo, e sullo scudo erto si stava, Lo scudo di Tremmor, famoso arnese De' padri suoi. Nel suo riposo avea Veduta il padre mio la mesta forma

D'Aganadeca; ella venia dal mare, E sola e lenta si movea sul Lena. Faccia avea ella pallida qual nebbia, Guancia fosca di lagrime: più volte

Trasse l'azzurra man fuor delle vesti, Vesti ordite di nubi, e la distese Accennando a Fingallo, e volse altrove I taciturni sguardi. E perché piangi

Figlia di Starno? domandò Fingallo Con un sospiro: a che pallida e muta, Bell'ospite dei nembi? Ella ad un tratto Sparve col vento, e lo lasciò pensoso.

Piangeva il popol suo, che sotto il brando Del re di Selma, era a cader vicino. L'eroe svegliossi, e pieni ancor di quella Avea gli occhi e la mente. Ode appressarsi

Oscarre i passi, e n'adocchiò lo scudo; Che incominciava un deboletto raggio Via via d'Ullina a tremolar sull'onda. Che fa 'l nemico fra i terrori involto?

Richiese il Re: fugge sul mare, o attende La novella battaglia? A che tel chiedo? Non odo io già la voce lor che suona Sul vento del mattin? Vattene Oscarre,

Desta gli amici. Il Re s'alzò; piantossi Presso il sasso di Luba, e in tuon tremendo Ben tre volte rugghiò: balzaro i cervi Dalle fonti di Cromla, e tremar tutte

Le rupi e i monti. Come cento alpestri Rivi sboccando con mugghianti spume Si confondon tra lor: come più nubi S'ammassano in tempesta, e alla serena

Faccia del ciel fan velo; in cotal guisa Si ragunaro del deserto i figli Del lor signore alla terribil voce, Terribile ai nemici, a' suoi guerrieri

Grata e gioconda: perché spesso ei seco Li condusse alla pugna, e dalla pugna Carchi tornar di gloriose spoglie. Su su, diss'egli, alla zuffa, alla morte.

Figli della tempesta: a risguardarvi Starassi il vostro re. Sopra quel colle Balenerà 'l mio brando, e sarà scudo Del popol mio: ma non avvenga, amici,

Che n'abbiate mai d'uopo, or che di Morni Per me combatte il valoroso figlio. Egli fia vostro duce, onde il suo nome Sorger possa nel canto. O voi scendete

Ombre de' morti duci, ombre dei nembi Correggitrici, i miei guerrier cadenti Accogliete cortesi, e i vostri colli Sien lor d'albergo: oh possan quei su l'ale

Del nembo rapidissimo del Lena Per l'aereo sentier varcar sublimi I flutti de' miei mari, e al mio riposo Cheti venirne, ed allegrar sovente

Con la piacevol vista i sogni miei. Fillano, Oscarre dalla bruna chioma, E tu Rino gentil, fate o miei figli, D'esser forti in battaglia: i vostri sguardi

Stien fisi in Gaulo, ond'emularne i fatti. Brando a brando non ceda, o braccio a braccio; Si gareggi in valor: del padre vostro Proteggete gli amici, e stienvi in mente

Gli antichi duci. Se cader sul Lena Doveste ancor, non paventate, o figli, Vi rivederò: di cava nube in seno Le nostre fredde e pallid'ombre in breve

S'incontreranno, o figli; e andrem volando Spirti indivisi a ragionar sul Cona. Simile a nube tempestosa, orlata Di rosseggiante folgore del cielo,

Che in occidente dal mattin s'avanza, Il Re s'allontanò. Funesto vampo Esce dall'armi sue; nella man forte Crolla due lancie; la canuta chioma

Giù cade al vento; tre cantor van dietro Al figlio della fama, a portar pronti I suoi cenni agli eroi. Sull'erto fianco Di Cromla ei si posò, volgendo a cerchio

Il balen dell'acciar. Lieti alla pugna Movemmo intanto. Sfavillò sul volto D'Oscar la gioia: vivida vermiglia Era la guancia sua; spargono gli occhi

Lagrime di piacer; raggio di foco Sembra la spada nella destra. Ei venne; E con gentil sorriso in cotai detti Ad Ossian favellò: Sir delle pugne,

Ascolta il figlio tuo: scostati, o padre, Segui l'eroe di Selma, e la tua fama Lasciala intera a me. Ma s'io qui cado, Rammentati, o signor, quel sen di neve,

Quel grazioso solitario raggio Dell'amor mio, la tenera Malvina Dalla candida man. Parmi vederla Curva sul rivo risguardar dal monte

Con la guancia infocata, e i lisci crini Sferzanle il sen, che per Oscar sospira. Tu la conforta, e di' ch'io son già fatto Dei venti albergator, che ad incontrarmi

Venga, mentre io pe' colli miei sul nembo M'affretto a rivederla. - Oscar, che dici? A me piuttosto, a me la tomba inalza. No, non cedo la pugna: il braccio mio

Più sanguinoso e più di guerra esperto Tutte di gloria t'aprirà le strade. Ma ben tu, figliuol mio, s'avvien ch'io caggia, Questa spada, quest'arco, e questo corno

Rammenta di riporre entro l'angusta Scura magion; fa' che una bigia pietra L'additi al passaggiero: alla tua cura Alcun amor non accomando, o figlio,

Che più non è la vaga Evirallina, La madre tua. Così parlammo; e intanto Crebbe sul vento, e più e più gonfiossi L'alta voce di Gaulo; ei la paterna

Spada rotando con furor si spinse Alla strage, alla morte. Appunto come Candido-gorgogliante onda colmeggia, E scoglio assale: e come scoglio immoto

L'orrid'urto sostien; così i guerrieri Assalir, resistero: acciar si frange Contro acciaro, uom contr'uom; suonano scudi, Cadono eroi. Quai cento braccia e cento

Della fornace sul rovente figlio; Così s'alzano piombano, martellano Le loro spade. Orrido in Arven turbo Gaulo rassembra; in sul suo brando siede

Distruzion d'eroi: parea Svarano Foco devastator. Come poss'io Dar tanti nomi, e tante morti al canto? D'Ossian pur anco fiammeggiò la spada

Nel sanguigno conflitto: e tu pur anco Terribil fosti, Oscarre, o de' miei figli Il maggiore, il miglior. Nel suo segreto Gioiami il cor, quand'io scorgea 'l tuo brando

Arder sul petto dei nemici ancisi. Essi fuggiro sbaragliati, e noi Inseguimmo, uccidemmo: e come pietre Van saltellon di balza in balza; o come

Scuri di quercia in quercia in bosco annoso Erran colpi alternando; o come tuono Di rupe in rupe si rimbalza in rotti Spaventosi rimbombi: in cotal guisa

Colpo a colpo succede, e morte a morte Dalla spada d'Oscarre, e dalla mia. Ma già Svaran Gaulo circonda, e freme Qual corsia d'Inistor. Fingallo il vede,

Vedelo, e già già s'alza, e già già l'asta Solleva. Ullin, va' mio cantore, ei disse, Vattene a Gaulo, e gli rammenta i fatti De' padri suoi; la disugual contesa

Col tuo canto sostien': ravviva il canto, E rinfranca gli eroi. Mossesi Ullino, Venne a Gaulo dinanzi, e 'l canto sciolse Infiammator dei generosi cori.

Combatti combatti, Distruggi, abbatti, Figlio del sir dei rapidi destrieri, Fior de' guerrieri.

Pugna, pugna o braccio forte In fatica aspra ed estrema: Sir d'acute arme di morte, Duro cor che mai non trema.

Figlio di guerra, Atterra, atterra, Fa' che più candida Vela non tremoli

Sull'onde d'Inistor. Alza scudo orrendo qual nembo, Che di morte ha gravido il grembo; Il tuo brando - baleni rotando

Qual sanguigno notturno vapor. Il braccio sia tuono sul campo, Sia l'occhio di lampo, Di scoglio sia 'l cor.

Combatti, combatti, Distruggi, abbatti: Figlio del sir dei rapidi destrieri, Doma gli alteri.

Gaulo avvampa a tai note; il cor gli balza: Fassi di sé maggior. Ma Svaran cresce, E soverchia il garzon: fende in due parti Lo scudo a Gaulo; del deserto i figli

Sbigottiti fuggiro. Allor Fingallo Nella possanza sua sorse, e tre volte La voce sollevò. Cromla rispose Al forte tuono; s'arrestaro a un punto

Del deserto i guerrier; piegaro a terra L'infocate lor facce, e a quella voce Di sé stessi arrossiro. Egli s'en venne, Come in giorno di sol piovosa nube

Move sul colle tenebrosa e lenta: Stan muti i campi ad aspettar la pioggia. Vide Svaran da lungi il formidato Signor di Selma, ed arrestossi a mezzo

Del corso suo. Fosche aggrottò le ciglia; Alla lancia s'attenne, e i rosseggianti Occhi intorno rivolse. Ei muto e grande, Quercia parea sopra il ruscel di Luba,

Cui già rapida folgore del cielo Lasciò brulla di foglie, e incotta i rami: Quella pende sul rio, sibila il musco. Tal si stava Svarano: ei lento lento

Si ritirò sopra il ciglion del Lena: L'accerchiano i suoi mille; e sopra il colle S'addensa il buio dell'orribil zuffa. Ma in mezzo al popol suo splendea qual raggio

Fingallo; e tutti intorno a lui festosi S'accolgono i suoi duci. Alza la voce Del suo poter. Su su miei fidi, ergete Tutti i stendardi miei: spieghinsi al vento

Sulla piaggia del Lena, e vibrin come Fiamme su cento colli: essi ondeggiando S'odano all'aure sibilar d'Erina, E guerriera armonia spirinci in petto.

Quà qua, figli, compagni: al vostro duce Fatevi appresso, e della sua possanza Le parole ascoltate. O Gaulo, invitto Braccio di morte, o generoso Oscarre

Dai futuri conflitti, o delle spade Figlio Conallo, o bruno il crin Dermino, O tu re della fama, Ossian, dei canti Alto signor; voi la vestigia e 'l corso

Seguite o figli del paterno braccio, Imitatelo, o prodi. Alzammo il raggio Solar della battaglia, il luminoso Regio stendardo, e lo seguian volando

Gli spirti nostri. Sventolava altero Quello per l'aere, ori-lucente, e tutto Gemmi-distinto, qual la vasta azzurra Stellata conca del notturno cielo.

Avea pur ciascun duce il suo vessillo; Ciascun vessillo i suoi guerrier. Mirate, Disse il prence ospital, mirate come Loclin sul Lena si divide e parte.

Stanno i nemici somiglianti a rotte Nubi sul colle, o a mezzo arso e sfrondato Bosco di quercie, quando il ciel traspare Fra ramo e ramo, ed il vapor trasvola.

Amici di Fingal, ciascun di voi Scelga una banda di color che stanno Minacciosi lassuso, e non si lasci Che alcun nemico dei sonanti boschi

Sull'onde d'Inistor ricovri e fugga. E ben, Gaulo gridò, miei fieno i sette Duci del Lano: d'Inistorre il fosco Sovrano, Oscar gridò, vengane al brando

Del figlio d'Ossian: venga al mio, soggiunse Conallo, alma d'acciaro, il bellicoso Sir d'Iniscona. O 'l re di Muda, od io Oggi per certo dormirem sotterra,

Disse Dermino. Ossian, bench'or sì fiacco E sì dolente, di Terman s'elesse L'atroce re: non tornerò, gridai, Senza il suo scudo. O generosi, o forti,

Disse Fingal col suo sereno sguardo, Sia vittoria con voi. Tu re dell'onde, Svaran, la scelta di Fingal tu sei. Disse; e quai cento vari venti in cento

Diverse valli a imperversar sen vanno; Così divisi noi movemmo; e Cromla Scossesi, e n'echeggiò. Cotante morti Chi può narrar? Bella di Toscar figlia,

Le nostre destre eran di sangue, e folte Cadder le squadre di Loclin, quai ripe Traportate dal Cona: alle nostr'armi Tenne dietro vittoria: ognun dei duci

La promessa adempiè. Spesso, o donzella, Sedesti in riva al mormorevol Brano, Mentre il bianco tuo seno alternamente S'alzava all'alternar de' bei respiri,

Qual piuma candidissima gentile Di liscio cigno, che soave e lento Veleggia per la liquida laguna, Qualor di fianco una scherzosa auretta

Con dolce sferza la sommove e sparge. Spesso, o bella, sedesti; e spesso hai visto Dietro una nube rimpiattarsi il sole Lento, infocato, e notte rammassarsi

D'intorno al monte, e 'l variabil vento Romoreggiar per le ristrette valli. Cade alfin pioggia grandinosa: il tuono Rotola, ulula; il fulmine scoscende

Gli erti dirupi; su focosi raggi Van cavalcando orridi spettri; e in basso Rovesciasi precipitosa e torba L'urlante possa de' torrenti alpini.

Tal della pugna era il fragor. Malvina, Perché piangi, perché? Piangan piuttosto Le figlie di Loclin, che n'han ben donde. Cadde di lor contrada il popol, cadde,

Perché di sangue si pasceano i brandi Della stirpe de' miei. Lasso! infelice! Qual fui! qual sono! abbandonato, e cieco, Non più compagno degli eroi passeggio,

Più quell'Ossian non sono. A me, donzella, Quelle lagrime a me, ch'io con quest'occhi Di tutti i cari miei vidi le tombe. Nella confusa mischia il Re trafisse

Guerriero ignoto. Ei la canuta chioma Per la polve traendo, i languid'occhi Ver lui solleva. Il ravvisò Fingallo, Ed ahi, gridò, tu di mia man cadesti

D'Aganadeca amico? io pur ti vidi Gli occhi molli di lagrime alla morte Dell'amata donzella, entro le stanze Di quel padre crudel: tu de' nemici

Dell'amor mio fosti nemico, ed ora Cadi per la mia mano? Ullin, la tomba Ergi all'estinto, ed il suo nome aggiungi D'Aganadeca alla canzon dolente.

Addio donzella dell'arvenie valli Abitatrice, a questo cor sì cara. Giunse all'orecchio a Cucullin nel cupo Speco di Cromla lo scompiglio, e 'l tuono

Della turbata pugna: a sé Conallo E Carilo chiamò. L'udiro i duci, Presero l'aste: ei della grotta uscio, E a mirar s'affacciò. Veder gli parve

Faccia di mar rimescolato e smosso Dal cupo fondo, che flagella e assorbe Con bollenti onde l'arenoso lito. A cotal vista Cucullino a un punto

S'infiammò, s'oscurò; la mano al brando, L'occhio corre al nemico: egli tre volte Si scagliò per pugnar, tre lo rattenne Conal. Che fai, sir di Dunscaglia? ei disse,

Fingallo è vincitor; già tutto ei strugge, Tutto conquide ei sol: non cercar parte Nella fama del Re, ch'è tardi e vano. E ben, quei ripigliò, Carilo, vanne

Al re di Selma, e poiché spento in tutto Sia il rumor della pugna, e che dispersa Fugga Loclin, qual dopo pioggia un rivo, Seco t'allegra; il tuo soave canto

Gli lusinghi l'orecchio; inalza al cielo L'invincibile eroe. Carilo prendi, Reca a Fingal questa famosa spada, La spada di Cabar; che d'inalzarla

Non è la man di Cucullin più degna. Ma voi del muto Cromla ombre romite Spirti d'eroi che più non son, voi soli Siate oggimai di Cucullin compagni;

Voi venitene a lui dentro la grotta Del suo dolor: più tra' possenti in terra Nomato io non sarò; brillai qual raggio, E qual raggio passai; nebbia son io

Che dileguossi all'apparir del vento Rischiarator dell'offuscato colle. Conal, Conal, non mi parlar più d'armi; Già svanì la mia gloria; i miei sospiri

Di Cromla i venti accresceran, sintanto Che i miei vestigi solitari e muti Cessino d'esser visti. E tu, Bragela, Piangi la fama mia, piangi me stesso:

Tu più non mi vedrai; raggio amoroso, Non mi vedrai, non ti vedrò; son vinto.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
CANTO IV · Melchiorre Cesarotti · Poetry Cove