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1730–1808

CANTO III

Melchiorre Cesarotti

Soavi note, dilettose istorie, Raddolcitrici de' leggiadri cori! Soggiunse Cucullin. Tal molce il colle Rugiada del mattin placida e fresca,

Quando il sogguarda temperato il sole, E la faccia del lago è pura e piana. Segui, Carilo, segui; ancor satollo Non è 'l mio cor. La bella voce sciogli,

Dinne il canto di Tura, il canto eletto Che soleasi cantar nelle mie sale; Quando Fingallo il gran signor dei brandi V'era presente, e s'allegrava udendo

O le sue proprie, o le paterne imprese. Fingallo, uom di battaglia (in cotal guisa Carilo incominciò) prevenne gli anni La gloria tua. Nel tuo furor consunta

Restò Loclin, che la tua fresca guancia Gara avea di beltà con le donzelle. Esse amorosamente alla fiorita Vezzosa faccia sorridean, ma morte

Stava nella sua destra. Avea la possa Della corsia del Lora; i suoi seguaci Fremeangli addietro come mille rivi. Essi il re di Loclin, l'altero Starno

Presero in guerra, e 'l ricondusser poi Alle sue navi: ma d'orgoglio e d'ira Rigonfiossegli il core, e nel suo spirto Piantossi oscura del garzon la morte:

Perché non altri che Fingallo avea Vinta di Starno l'indomabil possa. Stava in Loclin costui dentro la sala Delle sue conche, e a sé chiamò dinanzi

Il canuto Snivan; Snivan che spesso Cantava intorno al circolo di Loda, Quando la pugna nel campo dei forti Volgeasi, e a' canti suoi porgeva ascolto

La Pietra del poter. Snivan canuto, Va', disse Starno, alle dal mar cerchiate Arvenie rocce; ed al possente e bello Re del deserto tu dirai, ch'io gli offro

La figlia mia, la più gentil donzella Ch'alzi petto di neve; essa ha le braccia Candide al par della marina spuma; Dolce e nobile il cor. Venga Fingallo,

Venga co' suoi più forti alla vezzosa Vergine figlia di segreta stanza. Alle colline d'Albion ventose Venne Snivano; e 'l ben chiomato eroe

Seco n'andò: dinanzi a lui volava L'infiammato suo cor, mentr'ei l'azzurre Nordich'onde fendea. Ben venga a noi, Starno gridò, ben venga il valoroso

Re di Morven scoscesa; e voi ben giunti Siate pur suoi guerrieri, illustri figli Dell'isola solinga: in feste e canti Vi starete tre giorni, e tre le belve

Seguirete alla caccia, affin che possa Giunger la vostra fama alla donzella Della segreta stanza abitatrice. Sì fintamente favellò l'altero

Re della neve, e meditava intanto Di trarli a morte. Nella sala ei sparse La festa delle conche. Avea sospetto Fingal di frode, ed avvedutamente

L'arme ritenne; si sguardar l'un l'altro Pallidi in volto i figli della morte, E taciti svanir. S'alzan le voci Della vivace gioia: arpe tremanti

Mandan dolce armonia; cantano i vati Scontri di pugna, o tenerelli petti Palpitanti d'amor. Stava tra questi Il cantor di Fingallo, Ullin, la dolce

Voce di Cona. Ei celebrò la bella Vergine della neve, e 'l nato al carro Signor di Selma: la donzella intese L'amabil canto, e abbandonò la stanza

Segreto testimon de' suoi sospiri. Uscì di tutta sua bellezza adorna, Quasi luna da nube in oriente. Le leggiadrie cingevanla e le grazie

Come fascia di luce: i passi suoi Movean soavi, misurati, e lenti Come armoniche note. Il garzon vide, Videlo, e n'arse. O benedetto raggio!

Disse tra sé. Già del suo core egli era Il nascente sospiro, e a lui di furto Spesso volgeasi il desioso sguardo. Tutto raggiante il terzo dì rifulse

Sul bosco delle belve. Uscì Fingallo Signor dei scudi, e 'l tenebroso Starno. Del giovin prode rosseggiò la lancia Nel sangue di Gormallo. Era già 'l sole

A mezzo il corso suo quando la bella Figlia di Starno al bel Fingal sen venne Con amorosa voce, e coi begli occhi In lagrime girantisi e tremanti;

E sì parlò: Fingallo, ah non fidarti Del cor di Starno; egli nel bosco aguati Pose contro di te, guardati o caro Dal bosco della morte: ad avvisarti

Spronami amor: tu generoso eroe Rammenta Aganadeca, e mi difendi Dallo sdegno del padre. Il giovinetto L'udì tranquillo, ed avviossi al bosco

Spregiantemente: i suoi guerrier possenti Stavangli a fianco. Di sua man cadero I figli della morte, e a' loro gridi Gormallo rimbombò. Rimpetto all'alta

Reggia di Starno si raccolser tutti Gli stanchi cacciatori. Il re si stava Torbido, in sé romito; avea sul ciglio Funesta nube, atro vapor negli occhi.

Olà, gridò l'altero, al mio cospetto Guidisi Aganadeca; ella ne venga Al re di Selma, al suo leggiadro sposo: Già del sangue de' miei tinta è la destra

Del suo diletto; inefficaci e vane Non fur sue voci: del fedel messaggio È giusto il guiderdon. Venne la bella, Sciolta il crin, molle il ciglio: il bianco petto

Le si gonfiava all'aura de' sospiri, Come spuma del Luba. Il fero padre L'afferrò, la trafisse. Ella cadeo Come di neve candidetta falda,

Che dalle rupi sdrucciolar del Rona Talor si scorge, quando il bosco tace, E basso per la valle il suon si sperde. Giunse Fingal, vide la bella; il guardo

Vibrò sopra i suoi duci, e i duci suoi L'arme impugnaro: sanguinosa e negra Pugna mugghiò; Loclin fu spersa, o spenta. Pallida allor nella spalmata nave

La vergine ei racchiuse: in Arven poi Le alzò la tomba; or freme il mar d'intorno All'oscura magion d'Aganadeca. Benedetto il suo spirto, e benedetta

Sii tu, bocca del canto, allor riprese Di Semo il figlio. Di Fingal fu forte Il braccio giovenil, forte è l'antico. Cadrà Loclin sotto l'invitta spada,

Cadrà di nuovo: esci da' nembi, o luna, Mostra la bella faccia, e per l'oscura Onda notturna le sue vele aspergi Della serena tua candida luce.

E se forse lassù sopra quel basso Nebuloso vapor sospeso alberghi, O qual che tu ti sia spirto del cielo, Cavalcator di turbini e tempeste,

Tu proteggi l'eroe, tu le sue navi Dagli scogli allontana, e tu lo guida Securo e salvo ai desiosi amici. Sì parlo Cucullin; quando sul colle

Salì di Mata il valoroso figlio Calmar ferito: egli venia dal campo Nel sangue suo; ne sostenea la lancia I vacillanti passi: ha fiacco il braccio,

Ma indomabile il cor. Gradito a noi Giungi, disse Conal, gradito, o forte Figlio di Mata. Ond'è ch'esce il sospiro Dal petto di colui, che in mezzo all'arme

Mai non temè? - Né temerà giammai, Sir dell'acuto acciar. Brillami l'alma Entro i perigli, e mi festeggia il core. Son della schiatta dell'acciaro, a cui

Nome ignoto è 'l timor. Cormar fu 'l primo Della mia stirpe. Eran suo scherzo e gioco Flutti e tempeste: il suo leggiero schifo Saltellava sull'onde, e gìa guizzando

Su le penne dei venti. Un negro spirto Turbò la notte. Il mar gonfiasi, i scogli Rugghiano: i venti vorticosi a cerchio Strascinano le nubi; ale di lampi

Volan focose. Egli smarrissi, a terra Ei ricovrò; ma s'arrossì ben tosto Del suo timore: in mezzo al mar di nuovo Scagliasi, il figlio a rintracciar del vento.

Tre giovinetti del suo legno han cura, E ne reggon il corso. Egli si stava Col brando ignudo: ecco passar l'oscuro Vapor sospeso: ei l'afferrò pel crine

Rapido, e con l'acciaro il tenebroso Petto gli ricercò: l'aereo figlio Fuggì stridendo, e comparir le stelle. Tal fu l'ardir de' miei: Calmar somiglia

Ai padri suoi. Dall'inalzata spada Fugge il periglio: uom c'ha fermezza, ha sorte. Ma voi progenie delle verdi valli, Dalla del Lena sanguinosa piaggia

Scostatevi; adunate i tristi avanzi Dei nostri amici, e di Fingallo al brando Ad unirvi correte. Il suono intesi Dell'oste di Loclin che a noi s'avanza.

Partite, amici, resterà Calmarre, Calmar combatterà: bench'io sia solo, Tal darò suon come se mille e mille Fossermi a tergo. Or tu, figlio di Semo,

Rammentati Calmar, rammenta il freddo Corpo giacente. Poi ch'avrà Fingallo Guasto il campo nemico, appo una pietra Di memoria ripommi, onde il mio nome

Passi ai tempi futuri, e si rallegri La madre di Calmar curva sul sasso Della mia fama. Ah no, figlio di Mata, Rispose Cucullin, non vo' lasciarti;

Io sarò teco: ove più grande e certo Rischio s'affaccia, ivi più 'l cor di gioia M'esulta, e ferve, e mi s'addoppia in petto. Forte Conallo, e tu Carilo antico,

Voi d'Inisfela i dolorosi figli Scorgete altrove; e quando al fin sia giunto L'aspro conflitto, rintracciate i nostri Pallidi corpi: in questo angusto passo

Presso di questa pianta ambedue fermi Staremci ad affrontar l'atro torrente Della pugna di mille. O tu, va', corri Figlio di Fiti, ale di vento impenna.

Vanne a Fingal, digli ch'Erina è bassa, Fa' che s'affretti. Oh venga tosto a noi Qual vivo sole, e le tempeste nostre Sgombri coi raggi, e rassereni il colle.

Grigio in Cromla è 'l mattin; sorgono i figli Dell'oceano. Uscì Calmar fumante Di bellicoso ardor; ma pallida era La faccia sua: chinavasi sull'asta

De' padri suoi, sopra quell'asta istessa, Che dalle sale egli portò di Lara, E stava mesta a risguardar la madre. Ma or languido, esangue a poco a poco

Manca, e cade l'eroe; qual lentamente Cade sul Cona sbarbicata pianta. Solo rimane Cucullin qual rupe Nell'arenosa valle: il mar coi flutti

Viensene, e mugge su i petrosi fianchi; Stridono i massi, e la scoscesa fronte Spruzza e ricopre la canuta spuma. Ma già fuor fuor per la marina nebbia

Veggonsi a comparir le di Fingallo Bianco-velate navi; e maestoso S'avanza il bosco dell'eccelse antenne. Svaran l'adocchia, e di combatter cessa

D'Inisfela l'eroe. Qual per le cento Isole d'Inistor s'arretra, e ferve Gonfia marea; sì smisurata e vasta La possa di Loclin scese a rincontro

All'alto re dei solitari colli. Ma lento, a capo chin, mesto, piangente, La lunga lancia traendosi dietro, Cucullin ritirossi, e si nascose

Dentro il bosco di Cromla, e amaramente Pianse gli estinti amici. Egli temea L'aspetto di Fingal, che tante volte Seco già s'allegrò, quand'ei tornava

Dal campo della fama. Oh quanti, oh quanti Giaccion colà de' miei possenti eroi, Sostegni d'Inisfela! essi che un tempo Festosi s'accogliean nelle mi sale,

Delle mie conche al suon. Non più sul prato Le lor orme vedrò; non più sul monte Udrò l'usata voce. Or là prostesi Pallidi, muti, in sanguinosi letti

Giacciono i fidi amici. O cari spirti Dei dianzi estinti a Cucullin venite; Con lui vi state a favellar sul vento Quando l'albero piegasi, e bisbiglia

Su la grotta di Tura: ivi solingo Giacerò sconosciuto; alcun cantore Non membrerà 'l mio nome, alcuna pietra A me non s'ergerà. Bragela addio:

Già più non son, già la mia fama è spenta; Piangimi cogli estinti, addio Bragela. Sì parlò sospirando; e si nascose, Ove la selva è più selvaggia e cupa.

Ma d'altra parte maestosamente Passa Fingal nella sua nave, e stende La luminosa lancia: orrido intorno Folgoreggia l'acciar, qual verdeggiante

Vapor di morte che talor si posa Su i capi di Malmor: scura è nel cielo La larga luna, il peregrin soletto. Terminato è 'l conflitto; io veggo il sangue

De' nostri amici, il Re gridò; le quercie Gemon di Cromla, e siede orror sul Lena. Colà cadero i cacciatori; il figlio Di Semo non è più. Rino, Fillano,

Diletti figli, or via, sonate il corno Della battaglia di Fingal; salite Quel colle in su la spiaggia, e dalla tomba Del buon Landergo il fier nemico in campo

Sfidate alla tenzon. La vostra voce Quella del padre nel tonar pareggi, Allor che nella pugna entra spirante Baldanza di valor: qui fermo attendo

Questo possente uom tenebroso; attendo Con piè fermo Svarano. E venga ei pure Con tutti i suoi; che non conoscon tema Gli amici degli estinti. Il gentil Rino

Volò qual lampo; il brun Fillano il segue Pari ad ombra autunnal. Scorre sul Lena La voce loro: odon del mare i figli Il roco suon del bellicoso corno,

Del corno di Fingallo; e piomban forti, Grossi, mugghianti, qual riflesso oscuro Del sonante ocean, quando ritorna Dal regno della neve: alla lor testa

Scorgesi il re superbo: ha tetro aspetto D'ira avvampante, occhi rotanti in fiamma. Lo rimirò Fingallo, e rammentossi D'Aganadeca sua: perché Svarano

Con giovenili lagrime avea pianto La gentil suora dal bel sen di neve. Mandò Ullino dai canti, e alla sua festa Cortesemente l'invitò; che dolce

Del nobil Fingal ricorse all'alma Del suo primiero amor la rimembranza. Venne l'antico Ullin di Starno al figlio, E sì parlò: tu che da lungi alberghi

Cinto dall'onde tue, come uno scoglio, Vieni alla regia festa, e 'l dì tranquillo Passa; doman combatterem, domani Spezzeremo gli scudi. Oggi, rispose,

Spezzinsi pur, starò domani in festa; Domani sì, che fia Fingal sotterra. E ben spezzinsi tosto, e poi festeggi Doman se può, con un sorriso amaro

L'alto Fingal riprese. Ossian tu statti Da presso al braccio mio, tu Gaulo inalza Il terribile acciar, piega Fergusto L'incurvato tuo tasso, e tu Fillano

La tua lancia palleggia; alzate i scudi Qual tenebrosa luna, e ciascun'asta Sia meteora mortal: me me seguite Per lo sentier della mia fama, e sieno

Le vostre destre ad emularmi intese. Cento nembi aggruppati, o cento irate Onde sul lido, o cento venti in bosco, O cento in cento colli opposti rivi;

Forse con tale, o con minor fracasso, Strage, furia, terror s'urtan l'un l'altro, Di quel, con cui le poderose armate Vannosi ad incontrar nell'echeggiante

Piaggia del Lena: spargesi su i monti Alto infinito gemito confuso, Pari a notturno tuon, quando una nube Spezzasi in Cona; e mille ombre ad un tempo

Mandan nel vuoto vento orrido strido. Spinsesi innanzi in la sua possa invitta L'alto Fingal, terribile a mirarsi Come lo spirto di Tremmor, qualora

Vien sopra un nembo a contemplar i figli Della possanza sua; crollan le querce Al suon delle sue penne, e innanzi ad esso S'atterrano le rupi. Atra, sanguigna

Era la man del padre mio rotando Il balenante acciar; struggeasi il campo Nel suo corso guerrier. Rino avanzossi Qual colonna di fuoco: è scuro e torvo

Di Gaulo il ciglio; rapido Fergusto Corre con piè di vento; erra Fillano Come nebbia del colle. Io stesso io stesso Piombai qual masso: alle paterne imprese

Mi sfavillava il cor: molte le morti Fur del mio braccio; né di grata luce Splendea la spada di Loclin sul ciglio. Ah non avea così canuti i crini

Ossian allor, né in tenebre sepolti Eran quest'occhi, né tremante e fiacca L'antica man, né 'l piè debole al corso. Chi del popol le morti, e chi le gesta

Può ridir degli eroi, quando Fingallo Nella sua ardente struggitrice fiamma Divorava Loclin? di colle in colle Gemiti sopra gemiti s'affollano

Di morti e di spiranti, infin che scese La notte, e tutto in tenebre ravvolse. Smarriti, spauriti, sbalorditi Come greggia di cervi, allor sul Lena

Strinsersi i figli di Loclin: ma noi Lietamente sedemmo in riva al vago Ruscel di Luba, ad ascoltar le gaie Note dell'arpa. Il gran Fingal sedea

Non lungi dai nemici, e dava orecchio Ai versi dei cantor. S'udian nel canto Altamente sonar gli eccelsi nomi Di sua stirpe immortale. Ei sullo scudo

Piegava il braccio, e ne bevea tranquillo La soave armonia. Stavagli appresso Curvo sulla sua lancia, il giovinetto, Il mio amabile Oscarre. Ei meraviglia

Avea del re di Selma, e i suoi gran fatti Scorrean per l'alma, e gli scoteano il core. Figlio del figliuol mio, disse Fingallo, Onor di gioventù: vidi la luce

Del tuo brando, la vidi, e mi compiacqui Della progenie mia: segui la fama De' padri tuoi, segui l'avite imprese. Sii quel ch'essi già fur, quando vivea

L'alto Tremmor primo tra' duci, e quando Tratal padre d'eroi. Quei da' prim'anni Pugnar da forti: or sono de' vati il canto. Valoroso garzon, curva i superbi,

Ma risparmia gl'imbelli: una corrente Di molt'acque sii tu contro i nemici Del popol tuo; ma a chi soccorso implora Sii dolce placidissimo, qual aura

Che lusinga l'erbetta, e la solleva. Così visse Tremmor, Tratal fu tale, Tal è Fingallo. Il braccio mio fu sempre Schermo degl'infelici, e dietro al lampo

Della mia spada essi posar securi. Oscarre, io era giovinetto appunto Qual se' tu ora, quando a me sen venne Fainasilla, la vezzosa figlia

Del re di Craca, vivida soave Luce d'amore: io ritornava allora Dalla piaggia di Cona; avea con meco Pochi de' miei. Di bianche vele un legno

Da lungi apparve, che movea sull'onde Come nebbia sul nembo. Avvicinossi, La bella comparì. Salia, scendea Il bianco petto a scosse di sospiri,

E le strisciavan lagrimose stille La vermiglietta guancia. E qual tristezza Alberga in sì bel sen, placido io dissi, O figlia di beltà? poss'io, qual sono

Giovine ancor, farmi tuo schermo e scudo Donna del mar? non ho invincibil brando, Ma cor che non vacilla. A te men volo, Sospirando rispose, o prence eccelso

Di valorosi, a te men volo, o sire Delle conche ospitali, alto sostegno Della debile destra. Il re di Craca Me vagheggiava qual vivace raggio

Della sua stirpe, ed echeggiar sovente Le colline di Cromala s'udiro Ai sospiri d'amor per l'infelice Fainasilla. Il regnator di Sora

Bella mi vide, e n'arse: ha spada al fianco Qual folgore del ciel; ma torvo ha 'l ciglio, E tempesta nel cor: da lui men fuggo Sopra il rotante mar: costui m'insegue.

Statti dietro al mio scudo, e posa in pace Raggio amoroso; fuggirà di Sora Il fosco re, se di Fingallo il braccio Rassomiglia al suo cor. Potrei celarti

In qualche cupa solitaria grotta: Ma non fugge Fingallo ove tempesta D'aste minaccia; egli l'affronta, e ride. Vidi la lagrimetta in su le guancie

Della beltà: m'intenerii. Ma tosto, Come da lungi formidabil onda, Del tempestoso Borbaro la nave Minacciosa apparì: dietro alle bianche

Vele vedi piegar l'eccelse antenne; Fiedono i fianchi con le bianche spume L'onde rotanti; mormora la possa Dell'ocean. Lascia il muggir del mare,

Io dissi a lui, calpestator dei flutti, E vienne alla mia sala; essa è l'albergo Degli stranieri. Al fianco mio si stava La donzelletta palpitante: ei l'arco

Scoccò; quella cadeo. Ben hai del paro Infallibile destra, e cor villano, Dissi, e pugnammo. Senza sangue, e leve Non fu la mortal zuffa: egli pur cadde;

E noi ponemmo in due tombe di pietra L'infelice donzella, e 'l crudo amante. Tal fui negli anni giovanili: Oscarre, Tu la vecchiezza di Fingallo imita.

Mai non andarne di battaglia in traccia, Né la sfuggir giammai quando a te viene. Fillano, e Oscarre dalla bruna chioma, Figli del corso, or via pronti volate

Sopra la piaggia, ed osservate i passi Dei figli di Loclin; sento da lungi Il trepido rumor della lor tema, Simile a mar che bolle. Itene, ond'essi

Non possano sottrarsi alla mia spada Lungo l'onde del Nord: son basso i duci Della stirpe d'Erina, e molti eroi Giaccion sul letto squallido di morte.

Volaro i due campion, come due nubi, Negri carri dell'ombre, allor che vanno Gli aerei figli a spaventar la terra. Fecesi innanzi allor Gaulo, il vivace

Figlio di Morni, e si piantò qual rupe. Splendea l'asta alle stelle: alzò la voce Pari al suon di più rivi. O generoso Delle conche signor, figlio di guerra,

Fa' che 'l cantor con l'arpa al sonno alletti D'Erina i stanchi figli. E tu Fingallo Lascia per poco omai posar sul fianco La tua spada di morte, e alle tue schiere

Permetti di pugnar: noi qui senz'opra Stiamci struggendo inonorati e lenti; Poiché tu sol, tu spezzator di scudi Sei solo, e sol fai tutto, e tutto sei.

Quando il mattin su i nostri colli albeggia, Statti in disparte, le prodezze osserva De' tuoi guerrieri. Di Loclin la prole Provi di Gaulo la tagliente spada;

Onde me pur cantino i vati, e chiaro Voli il mio nome ancor; tal fu 'l costume Della nobil tua stirpe, e tale il tuo. Figlio di Morni, a lui Fingal rispose,

Gioisco alla tua gloria: e ben, combatti, Prode garzon; ma fia sempre a tergo La lancia mia, per arrecarti aita, Quando sia d'uopo. O voi la voce alzate,

Figli del canto, e 'l placido riposo Chiamatemi sul ciglio. Io giacerommi Tra i sibili del vento: e se qui presso Aganadeca amabile t'aggiri

Tra i figli di tua terra, o se t'assidi Sopra un nembo ventoso in fra le folte Antenne di Loclin; vientene o bella, Rallegra i sonni miei; vieni, e fa' mostra

Del tuo soave rilucente aspetto. Più d'una voce e più d'un'arpa sciolse Armoniose note. Essi cantaro Le gesta di Fingallo, e dell'eccelsa

Stirpe di Selma; e nell'amabil canto Tratto tratto s'udia sonar con lode Dell'or così diverso Ossian il nome. Ossian dolente! io già pugnai, già vinsi

Spesso in battaglia: or lagrimoso e cieco, Squallido, inconsolabile passeggio Coi piccioli mortali. Ove, Fingallo, O padre ove se' tu? più non ti veggo

Con l'eccelsa tua stirpe; erran pascendo Cervetti e damme in su la verde tomba Del regnator di Selma. O benedetta L'anima tua, re delle spade, altero

Esempio degli eroi, luce di Cona!

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