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1730–1808

CANTO III

Melchiorre Cesarotti

Da qual fonte mai sgorga? in qual profonda Incognita voragine si perde La corrente degli anni? ove nasconde I vario-pinti suoi lubrici fianchi?

Io guardo ai tempi che passar, ma foschi Sembrano al guardo mio, come riflesso Barlume fievolissimo di Luna Su lontano ruscello. Indi di guerra

Spuntan astri focosi, ivi sta muta La schiatta de' codardi: ella non lascia Di nobil orma ed ammiranda, impressa La fronte dell'etade. O tu che stanzi

Colà tra i scudi, o tu che avvivi e desti L'alma che manca, arpa di Cona, ah scendi Con le tre voci tue: quella risveglia Che raccende il passato, e fa ch'io scorga

De' prischi padri isfavillar le forme Sopra la densa tenebria degli anni. Nembosa Utorno, in sul tuo fianco io veggo Gli eroi del sangue mio: Fingallo è curvo

Di Dumaruno in sulla tomba; i duci Non lungi stan. Ma rannicchiata in ripa Del torrente di Turtoro nell'ombre Sta l'oste di Loclin: rabbiosi i regi

Siedon sui poggi lor; col mento inchino Sopra lo scudo, alle notturne stelle, Rossiccie peregrine d'occidente, Tendono il guardo. Curvasi Crulloda

Sotto sembianze di meteora informe I suoi divoti a rimirar; ei sgorga Dal seno i venti, e gli frammischia agli urli, Orridi annunziator de' cenni suoi.

Starno ben s'avvisò che il re di Selma Non è facil vittoria: egli due volte Pestò la quercia con furor. Suo figlio Ver lui s'avanza, e mormora fra i labbri

Crucciose note. S'arrestar: rivolti L'un dall'altro si stan, due querce in vista Percosse e curve da diversi venti; Pende ciascuna in sul suo rivo, e intoppo

Fa co' gran rami alla corsia de' nembi. Fu già (Starno a dir prese), Anniro il padre Foco distruggitor, lanciava il guardo Balen di morte: erano a lui le stragi

Conviti e feste, e degli ancisi il sangue Era al suo cor, quasi ruscello estivo Allegrator d'inaridita valle. Ei presso il lago di Lucormo un giorno

Uscì co' suoi per farsi incontro al grande Abitator dei vortici di guerra, Al prode Cormantruna. Il campion, d'Urlo Lasciò i torrenti, ed a Gormal sen venne

Con le sue navi: ivi adocchiò la bella Figlia d'Anniro dalle bianche braccia, Foinabrilla; ei l'adocchiò, né freddo Cadde sul duce e spensierato il guardo

Della regia donzella. Ella di notte Fuggì soletta, e allo stranier sen corse, Quasi raggio lunar che scappa e segna Notturna valle di fuggente striscia.

Sul mar, chiamando a secondarlo i venti, Mosse Anniro a inseguirla, e non già solo; Era Starno al suo fianco: io, qual d'Utorno Di giovinette penne aquila audace,

Gli occhi tenea fissi nel padre. Apparve Urlo rugghiante: Cormantruna armato Ci spinse incontro i suoi guerrier; pugnammo, Ma prevalse il nemico. Anniro involto

Stette nel suo furor; col brando irato Facea tronconi delle verdi piante, Gli occhi son bragia, e le tremanti labbra Spuman di rabbia. Le sembianze e l'alma

Notai del padre, mi ritrassi; un elmo Fesso dai colpi, e un traforato scudo Colgo dal campo sanguinoso, incarchi Della sinistra man; gravo la destra

Di rintuzzata lancia, in tal sembiante Fommi al cospetto del nemico innanzi. Sopra una rupe, d'alta quercia al raggio Stava il gran Cormantruna, a lui dappresso

Foinabrilla dal ricolmo seno Sedea sotto una pianta: io l'elmo e l'asta Getto al suo piè, chiuso nell'arme, e parlo Le parole di pace. In ripa al mare

Giace Anniro prosteso: il Re trafitto Fu nella pugna, addolorato Starno Gli alza la tomba: ei, me figlio di Loda, Invia qua nunzio alla germana, ond'ella

Mandi una ciocca del suo crin sotterra, Funebre dono, a riposar col padre. E tu, signor d'Urlo raugghiante, arresta Il furor della pugna, insin che Anniro

Dalla man di Crulloda igni-crinito Prende la conca, guiderdon dei forti. Proruppe in pianto la donzella e sorse, E una ciocca stracciò, ciocca del crine

Ch'iva sul petto palpitante errando. Recò la conca il Duce; e d'allegrarmi Seco m'impose: io m'acquattai nell'ombre Chiuso la faccia nel profondo elmetto.

Sonno discese in sul nemico, io tosto Sorgo qual ombra, colle dita estreme Appuntando il terren; pian pian m'accosto, E passo il fianco a Cormantruna: e salva

Già non uscì Foinabrilla; ansante Rota nel sangue il bianco sen: malnata Figlia d'eroi, perché destarmi a sdegno? Sorse il mattino, le nemiche schiere

Fuggiro velocissime, qual nebbia Spinta da vento subitano. Anniro Colpì lo scudo; dubitoso il figlio Rappella. Io venni a lui segnato a lunghe

Striscie di sangue; in rimirarmi il padre Alzò tre volte impetuoso strido, Quasi scoppiar d'un rufolo di vento Da una squarciata nube. Ambo tre giorni

Ci satollammo di rabbiosa gioia Sopra gli estinti, ed appellammo a stormi I falconi del ciel: volaron quelli Da tutti i venti loro ad isbramarsi

Al gran convito, che per man di Starno Dai nemici d'Anniro a lor s'offerse. Svarano, udisti; su quell'ermo poggio Fingal solo riposa. Or va, di furto

Passagli il fianco: come Anniro un tempo Gioì per me, tal per tuo brando adesso Mandi il cor di tuo padre urlo festoso. Figlio di Annir, non pugnerà Svarano

Nell'ombra della frode: esco alla luce, Ed affronto il nemico, e non pertanto I falconi del ciel non fur mai tardi A seguir il mio corso: essi dall'alto

Usan segnarlo, che fu loro in guerra Sempre scorta alle prede. Arse a tai detti Il Re di sdegno; contro il figlio l'asta Tre volte sollevò: pur si riscosse,

La man rattenne, e via si volse. Appresso Al torrente di Turtoro un'oscura Grotta è riposta, che fu dianzi albergo Di Conbacarla: ivi deposto l'elmo

De' regi, altro ne prese, e a sé di Lula La donzella chiamò: nessun risponde, Ch'era fatta la bella abitatrice Della sala di Loda. Egli fremendo

D'ira e dispetto s'avviò laddove Giacea solo Fingallo: il re posava Sopra lo scudo. Cacciator feroce Di velluti cignal, non hai dinnanzi

Fiacca donzella, o garzonetto imbelle, Che su letto di felci adagi il fianco, E al mormorio di Turtoro s'addorma: Questo è letto d'eroi, donde ad imprese

Balzan di morte: alma feroce e vile, Non risvegliar dal suo riposo il prode. Starno vien borbottando: il re di Selma Rizzasi armato: olà chi sei? rispondi

Figlio di notte. Ei taciturno l'asta Scaglia, e s'avanza: in tenebrosa zuffa Meschiansi i brandi; in due spezzato a Starno Cade lo scudo; è ad una quercia avvinto.

Alzossi il raggio oriental, Fingallo Scorse il re di Loclin; gli occhi in silenzio Volve, e ricorre coi pensieri al tempo Che Aganadeca dal bel sen di neve

Movea con passi misurati e lenti, Come armoniche note; il cuoio ei sciolse Dalle mani di Starno. Oltre diss'egli, Figlio d'Anniro al tuo Gormal ten riedi:

Torna quel raggio a balenarmi al core Ch'era già spento: io mi rimembro ancora La figlia tua dal bianco sen. T'ascondi, Negra alma, atroce re, fuggi e t'inselva

Nel tuo cupo abituro, o nubiloso Nemico dell'amabile; va', vivi De' stranieri abbominio, orror de' tuoi. Malvina mia, l'antica storia udisti.

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