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1730–1808

CANTO II

Melchiorre Cesarotti

Padre d'eroi, Tremmor, scendi sull'ale Dei vorticosi venti ov'hai soggiorno, Là dove il forte rotolar del tuono Di sue fosco-vermiglie orride strisce

Segna le falde di turbate nubi. Vieni, o padre d'eroi, vientene, e schiudi Le tempestose tue sale sonanti; E teco a schiere dei cantori antichi

Vengano l'ombre, e dolci aerei canti Traggan dall'indistinte armoniche arpe. Non abitante di nebbiosa valle, Non cacciator che sconosciuto imbelle

Lungo il rivo natio lento s'affida, Oscarre al carro nato, Oscar sen viene Dal campo della fama. O figlio mio, Quanto diverso or sei da quel che fosti

Sull'oscuro Moilena! in le sue falde Già t'avviluppa il nembo, e seco a volo Forte fischiando per lo ciel ti porta. Ah figlio mio, vedi tuo padre? il vedi

Che per la notte erra di poggio in poggio Sospirando per te? Dormon da lungi Gli altri guerrier, che non perdero un figlio. Ma perdeste un eroe, duci possenti

Delle morvenie guerre. E chi nel campo Pareggiavasi a lui, quando la pugna Contro il suo fianco si volvea, qual nera Massa d'onde affollate? Ossian che pensi?

A che quest'atra nuvola di doglia Sopra l'alma ti sta? presso è il periglio. Un foco esser degg'io: stringeci Erina, E solo è il Re. No, padre mio: fintanto

Che l'asta io reggerò, non sarai solo. M'alzai d'arme sonante, e alla notturna Aura porsi l'orecchio, a udire intento Lo scudo di Fillan: ma suon di scudo

Qui non s'intende; io pel garzon tremai. Ah scendesse il nemico! e soverchiasse Il ben-crinito battagliero! alfine Udissi un sordo mormorio da lungi,

Quasi rumor del Lego, allor che l'onde Irrigidite nei giorni del verno Si rapprendono in ghiaccio, e alternamente Screpola e stride la gelata crosta:

Risguarda al cielo il popolo di Lara, E tempesta predice. I passi miei Sul poggio s'avanzar: l'asta di Oscarre Mi splendea nella man; rossicce stelle

Guardavano dall'alto. Alla lor luce Vidi Fillan che tacito pendea Dalla rupe di Mora: ei del nemico Sentì la mossa romorosa, e gioia

Nel cor gli si destò; ma de' miei passi Odesi a tergo il calpestio; si volge, Sollevando la lancia. E tu chi sei, Figlio di notte? in pace vieni? o cerchi

Scontrare il mio furor? miei di Fingallo Sono i nemici: o tu favella, o temi L'acciaro mio: non son qui fermo invano, Della stirpe di Selma immoto scudo.

E non avvenga mai che invan, risposi, Fermo in guerra tu stia, vivace figlio Dell'occhi-azzurra Clato: ad esser solo Fingal comincia; oscurità si sparge

Sugli estremi suoi dì: ma pure ha seco Due figli ancor che splenderanno in guerra. A rischiarar di sua partenza i passi Due rai questi esser denno. O sir dei canti,

Il garzon ripigliò, poco è che appresi A sollevar la lancia, e pochi ancora Nel campo son della mia spada i segni: Ma una vampa e 'l mio cor: presso lo scudo

Dell'eccelso Catmor, di Bolga i duci Vansi accogliendo, e tu veder gli puoi Su quel poggio colà. Che far degg'io? Tornar forse a Fingallo? oppure all'oste

De' nemici appressarmi? Ossian, tu 'l sai, Nella corsa di Cona altrui non cessi Che ad Oscar tuo. - Che mi rammenti Oscarre No no Fillan, non t'appressar, paventa

Di non cader, anzi che metta i vanni La fama tua. Noto son io nel canto, E accorro allor ch'è d'uopo: io le raccolte A vegliar mi starò turbe nemiche.

Ma tu taci d'Oscarre: a che risvegli Il sospiro d'un padre? infin che 'l nembo Di guerra non passò, scordarmi io deggio Del diletto guerriero: ov'è periglio

Non ha luogo tristezza, e mal sull'occhio Di verace guerrier lagrima siede. Così gli estinti valorosi figli I nostri padri tra 'l fragor dell'armi

Dimenticar solean; ma poi che pace Tornava alla lor terra, allor tristezza, Allor dei vati il doloroso canto Circondava le tombe. Era Conarte

A Tratalo fratel, primo fra i duci. Portava di sua spada i monumenti Ogni spiaggia, ogni costa; e mille rivi Misto volvean de' suoi nemici il sangue.

La fama sua, come piacevol aura, Empiè la verde Erina: il popol tutto In Ullina adunossi, e benedisse L'eletto re, re della stirpe eccelsa

De' padri suoi, che la natia dei cervi Terra lasciò per arrecargli aita. Ma dentro il buio d'alterezza involti Stavan d'Alnecma i duci, e gian mescendo

Voci interrotte di dispetto e d'ira Giù nel cupo di Muma, orrido speco, Ove dei padri lor le tenebrose Burbere forme s'affacciavan spesso

Agli spiragli dei spaccati massi, Rimembrando ai lor figli iratamente L'onor di Bolga calpestato e offeso. Come? Conarte regnerà? Conarte

Di Morven figlio? uno stranier su noi? No non fia vero. Essi sboccar col rugghio Di lor cento tribù, torrenti in piena. Ma fu rupe Conarte: infranta e doma

Dal fianco suo ne rimbalzò la possa. Pur tante volte ritornar, che alfine Cadder d'Ullina i figli. Il Re si stette Sopra le tombe de' suoi duci assiso,

E declinava dolorosamente L'oscura faccia: in sé stesso ravvolto Era lo spirto suo; gli estinti amici Seguir prefisse, e già segnato avea

Il luogo della morte e della tomba. Quando Tratalo venne, il re possente Di Morven nubilosa, e non già solo: Colgarre era con lui, Colgarre il figlio

Di Solincorma biancicante il seno, E dell'invitto Re. Non con più forza Tutto vestito di meteore ardenti Dalle sale del turbine e del tuono

Scende Tremmorre, e dal focoso seno Sopra il turbato mar sgorga tempesta: Di quella onde Colgarre alla battaglia Venne fremendo, e fea scempio del campo.

Occhio di gioia rivolgeva il padre Sui fatti dell'eroe: ma che? di furto Venne una freccia, e 'l suo gioir recise. Cadde Colgarre: gli si alzò la tomba,

Né una lagrima uscì: sangue, e non pianto Il Re versò per vendicare il figlio. Fuggì Bolga dispersa, e mesta pace Tornò su i colli: i suoi cerulei flutti

Ricondussero il Duce al patrio regno. Allor la dolorosa rimembranza Del figlio estinto gli piombò sul core Con maggior possa, lagrime sgorgaro

Dalle paterne impietosite luci. Nello speco di Furmo il Re del figlio Pose la spada, onde il diletto eroe S'allegrasse in mirarla, e sullo speco

I dolenti cantor con alte grida Al suo terren natio chiamar tre volte L'anima di Colgar; tre volte udilli Lo spirto errante, e tre porse la testa

Fuor di sua nebbia, e a quel chiamar rispose. Colgar, disse Fillan, Colgar felice! Tu fosti rinomato in gioventude. Ma non per anco il Re vide il mio brando

Errar pel campo in luminose strisce. Misero! con la folla inonorato Esco alla pugna, e inonorato e misto Pur tra la folla alla magion ritorno.

Ma il nemico s'appressa. Osserva, ascolta, Ossian, che romorio! non sembra il tuono Del terren fra le viscese ristretto, Alle cui scosse traballando i monti

Si rovescian sul dorso i boschi ombrosi? Volsimi in fretta: sollevai nell'alto La fiamma d'una quercia, e la dispersi Sopra il vento di Mora. A mezzo il corso

Arrestossi Catmorre. In tale aspetto Rupe vid'io, sopra i cui fianchi il nembo Sbatte le penne, e i suoi correnti rivi Con nodi aspri di gelo afferra e stringe.

Cotal si stette rilucente, immoto L'amico dei stranieri; il vento ergea La pesante sua chioma. O duce d'Ata, Della stirpe d'Erina, al volto, al braccio

Il più possente ed il maggior tu sei. Primo tra' miei cantor, diss'ei, Fonarre Chiamami i duci miei, chiama Cormiro L'igni-crinito, l'accigliato Malto,

E 'l torvo obliquamente riguardante Buio di Maronan, vengami inanzi L'orgoglio di Foldano, e di Turloste L'occhio rosso-rotante, e venga Idalla,

La cui voce in periglio è suon di pioggia Ristoratrice d'appassita valle. Disse; né quei tardar: curvi e protesi Stavan costoro alla sua voce, appunto

Qual se uno spirto de' lor padri estinti Parlasse lor tra le notturne nubi. Terribilmente strepitavan l'arme Sul petto ai duci, e di lor arme uscia

Vampa feral: così talor vampeggia Il torrente di Brumo a' rai riflessi D'infocati vapori; in suo viaggio Notturno peregrin trema e s'arresta,

E i rai più puri del mattin sospira. Foldan, disse Catmorre, ond'è che tanto Versar di notte de' nemici il sangue Sempre dunque t'aggrada? a' rai del giorno

Manca forse il tuo braccio? abbiamo a fronte Pochi nemici: e fra notturna nebbia Avviluppar dovremci? amano i prodi Per testimon di lor prodezze il Sole.

Ma che, duce di Moma? il tuo consiglio È già vano per sé: Morven non dorme; E gli aquilini suoi vigili sguardi Non si parton da noi. Di loro squadre

Tutto s'accolga la rugghiante possa; Domani io moverò; doman di Bolga Contro i nemici andrò. Chiede vendetta Degna di me di Bombarduto il figlio,

Già possente, ora basso. Inosservati, Foldan rispose, alla tua stirpe innanzi Giammai non fur della mia forza i passi. Di Cairba i nemici a' rai del giorno

Spesso incontrai, spesso respinsi, e 'l duce Di lodi al braccio mio parco non era: Or la sua pietra inonorata, e senza Stilla di pianto s'alzerà? né canti

Sulla tomba s'udran del re d'Erina? E allegrarsene ancora impunemente Dovran costoro? ah non fia vero: a lungo No non s'allegreran. Fu di Foldano

Cairba amico: e noi mescemmo insieme Colà nel tenebroso antro di Moma Parole d'amistà; mentre tu ancora Fanciulletto inesperto ivi pel campo

Capi mietendo di velluti cardi. Io coi figli di Moma, io spingerommi Là su quei colli; io sonnacchiosa o desta Morven disperderò. Cadrai Fingallo,

Grigio-crinito regnator di Selma; Né onor di pianto, né di canto avrai. Fiacco e basso guerrier, Catmor soggiunse, Che parli tu? puoi tu pensar, puoi dunque

Pensar tu mai, che di sua fama ignudo Cader possa l'eroe? che sulla tomba, Dell'eccelso Fingal tacciano i vati? Scoppieria dalla terra e dalle pietre

Spontaneo il canto, e 'l seguiria su i nembi. Sai tu quando avverrà, che canti e lodi Scordi il cantor? quando cadrà Foldano. Troppo scuro se' tu, duce di Moma,

Troppo sei truce, ancor ch'entro le pugne Il braccio tuo fia turbine e tempesta. Che? bench'io di furor pompa non faccia, Forse scordai nella magion ristretta

D'Erina il re? non è con lui sepolto L'amor mio pel fratello: allor che ad Ata Tornar solea con la mia fama, io vidi Sulla sua crespa annuvolata fronte

Errar sovente di letizia un raggio. Ciascuno a cotai detti a' propri seggi Si ritirò con garrulo bisbiglio; E a lor vario aggirarsi alle notturne

Stelle, scorrea su per li scudi e gli elmi Luce cangiante e fievole, qual suole Riverberar da uno scoglio golfo, Che l'aura per la notte increspa e lambe.

Sedea sotto una quercia il duce d'Ata; Pendea dall'alto il suo rotondo scudo. Dietro sedeagli, e s'appoggiava a un masso Lo stranier d'Inisuna, il gentil raggio

Dall'ondeggiante crin, che di Catmorre Venne sull'orme, e fè pel mar tragitto, Lumon lasciando ai cavrioli e ai cervi. Non lunge udiasi tintinnir la voce

Del buon Fonar, sacra all'antiche imprese; E tratto tratto si sperdeva il canto per lo crescente gorgoglio del Luba. Crotarre, ei cominciò, sull'Ata ondoso

Primo fermossi: cento querce e cento Lasciar più monti di sé stesse ignudi, Per fabbricar le risonanti sale De' suoi conviti, ove il suo popol tutto

S'accoglieva festoso. E chi tra i duci Era in forza o bellezza a te simile, Maestoso Crotarre? al tuo cospetto Di repentina bellicosa fiamma

S'accendeano i guerrieri, e uscia dal seno Delle donzelle il giovenil sospiro Della stirpe di Bolga: al capo eccelso Feste feansi ed onori; e Alnecma erbosa

D'un ospite sì grande iva superba. Le fere in caccia di seguir vaghezza Trasselo un dì sino alla verde Ullina, Sul giogo di Drumardo. Iva pel bosco

Conlama bella dall'azzurro sguardo, Conlama figlia di Casmino: il duce Adocchiò, sospirò: s'arresta incerta Di rossor, di desio; vorria scoprirsi,

Nascondersi vorrebbe; or mostra, or cela La sua faccia gentil tra rivo e rivo Dell'ondeggiante crin. Scese la notte, E la luna dal ciel vide il frequente

Alitar del suo petto, e delle braccia L'inquieto agitar; che 'l nobil duce Era il dolce pensier de' sogni suoi. Tre dì Crotarre con Casmino insieme

Stettersi a festeggiar: nel quarto andaro Nel bosco a risvegliar cervetti e damme. Conlama coll'amabili sue grazie V'andò pur essa: in un angusto passo

In Crotar, s'abbattè; caddele a un tratto L'arco di man; volse la faccia, e mezzo Tra 'l folto crin l'ascose. Arse Crotarre, E senza più la verginella ad Ata

Tutta tremante seco trasse: i vati Venner coll'arpe ad incontrarli: e gioia Per la bella d'Ullina errava intorno. Ma divampò di furibondo orgoglio

Turloco altier della donzella amante. Venne ad Alnecma, e con armate squadre Contro ad Ata si volse. Uscì Cormulte, Il fratel di Crotarre; uscì, ma cadde;

Il suo popol ne pianse. Allor si mosse In maestoso e taciturno aspetto La di Crotarre intenebrata forza: Ei disperse i nemici, e alla sua sposa

Tornò letizia a serenar lo spirto. Ma pugna a pugna sopraggiunse, e sangue Sopra sangue sgorgò. Tutto era il campo Tombe d'eroi; tutte le nubi intorno

Pregne d'ombre pendean di duci ancisi. Non avea Alnecma altro riparo o schermo Che di Crotar lo scudo, e d'esso all'ombra Tutto si strinse: ei de' nemici al corso

Sé stesso oppose, e non invan: d'Ullina Pianser le desolate verginelle Lungo il rivo natio: volgeano il guardo Sospirando ai lor colli, e giù dai colli

Non scendea cacciator: silenzio e lutto Possedea la lor terra, e udiansi i nembi Soli fischiar per le deserte tombe. Ma qual presaga di tempeste e venti

Aquila rapidissima del cielo Move a sfidarli, e ne rattien la foga Con le sue poderose ale sonanti; Tal mosse alfin dalle morvenie selve

Il figlio di Tremmor, braccio di morte, Conarte il valoroso. Ei lungo Erina La sua possa sgorgò: dietro il suo brando Distruzion correa: di Bolga i figli

Fuggir da lui, qual da torrente alpino; Che pel deserto rimugghiando scoppia Da sfracellati massi, e boschi e campi Seco avviluppa in vorticosi gorghi

Irreparabilmente, e via si porta. Crotarre accorse: ma d'Alnecma i duci Fuggir di nuovo. Il re tacito e lento Si ritrasse in sua doglia. Ei poscia in Ata

Splendette ancor, ma d'una torba luce, Come d'autunno il Sol qualora ei move Nella sua veste squallida di nebbia A visitar di Lara i foschi rivi;

Goccia d'infetto umor l'appassita erba, E benché luminoso, il campo è mesto. Malaccorto cantor, perché risvegli Alla presenza mia la rimembranza

Di chi fuggì? disse Catmor: s'è forse Dall'oscure sue nuvole qualch'ombra Fatta agli orecchi tuoi, perché tu tenti Di sgomentarmi con novelle antiche?

Abitatori di notturna nebbia, Voi lo sperate indarno: a questo spirto Non è la vostra voce altro che un vento Atto solo a crollar mal ferme cime

D'ispidi cardi, e seminarne il suolo. Altra voce mi suona in mezzo al petto, Né l'ode altri che me; questa di mille Guerre e perigli a fronte, al re d'Erina

Di fuggir vieta, ove l'onor l'appella. Ammutissi il cantore, e lento lento S'acquattò nella notte, e non rattenne Qualche cadente lagrima, membrando

Con quanta gioia in altri giorni il duce Porgeva orecchio al suo canto gradito. Già dorme Erina; ma non scende il sonno Sugli occhi di Catmor; vid'ei lo spirto

Dell'oscuro Cairba errar ramingo Di nembo in nembo, del funebre canto Sospirando l'onor. S'alzò Catmorre; E scorsa intorno l'oste sua, percosse

L'echeggiante suo scudo. Il suon sul Mora L'orecchio mi ferì. Fillano, io dissi, Il nemico s'avanza; io sento il picchio Dello scudo di guerra: in quell'angusto

Passo tu statti; ad esplorar d'Erina Le mosse io me n'andrò: se pur soccombo, Se 'l nemico prorompe, allor percoti Lo scudo tuo; risveglia il Re, che a sorte

La sua fama non cessi. Io m'avviai Baldanzoso nell'arme, un rio varcando Che pel campo serpea, dinanzi i passi Del signor d'Ata, e dall'opposta parte

Della verd'Ata il sir fecesi incontro Ai passi miei con sollevata lancia. Noi già già ci saremmo in tenebrosa Orrida zuffa avviluppati e misti,

Quasi due spirti, che protesi e curvi Da due caliginose opposte nubi, S'avventano nel sen nembi e procelle: S'Ossian non iscorgea brillar nell'alto

Il lucid'elmo del signor d'Erina. Sventolavano all'aura alteramente Le spaziose sue penne aquiline In sul cimiero, e una rossiccia stella

Sfolgorar si scorgea tra piuma e piuma. Io rattenni la lancia. Oh! dissi, a fronte Stammi l'elmo dei re. Chi sei? rispondi, O figlio della notte; e s'egli accade

Ch'io t'abbatta sul suol, sarà famosa D'Ossian la lancia? A questo nome il duce Lasciò l'asta cader. L'alta sua forma Fessi maggior: stese la destra, e disse

Le parole dei re: nobile amico Dei spirti degli eroi, degg'io fra l'ombre Incontrarti così? Spesso nei giorni Delle mie feste io desiai sull'Ata

I passi tuoi di maestà ripieni, E 'l tuo spirto gentile: ed or la lancia Deggio alzar contro te? Splendesse almeno, E risguardasse i nostri fatti il Sole,

S'è pur forza pugnar. Futuri duci Segneran questo luogo, e andran pensando Con tremito segreto agli anni antichi. L'additeran, come s'addita il luogo,

Ove l'ombre dei morti hanno soggiorno, Che piacevol terrore all'alma inspira. Che? rispos'io, dimenticanza forse Se noi scontriamci in amistade e in pace,

Ci coprirà? forse è piacevol sempre La memoria di stragi e di battaglie Alle nostr'alme? e non ci assal tristezza In rimirar delle paterne pugne

Gli orridi campi insanguinati; e gli occhi Non s'impregnan di pianto? ove con senso Di lieta gioia a risguardar si torna Le sale in cui tra lor festosi un tempo

Fer di conca ospital cortese invito. Parlerà questa pietra ai dì futuri Col crescente suo musco, e dirà: quivi Catmorre ed Ossian ragionaro in pace;

Generosi nemici, e guerrieri prodi. Pietra, è ver, tu cadrai; verrà 'l torrente Di Luba, e seco ti trarrà; ma forse Lo stanco peregrin su questo colle

Addormirassi in placido riposo. E quando poi l'intenebrata luna Roterà sul suo capo, allor frammiste Le nostre ombre famose ai sogni suoi

Entro il suo spirto desteran l'imago Di questo loco, e questa notte istessa. Ma perché taci, e ti rivolgi altrove, Figlio di Borbarduto? Ossian, diss'egli

Non obliati ce n'andrem sotterra; Saran fonti di luce i nostri fatti Agli occhi dei cantori; ma intanto in Ata S'aggira oscurità: senza il suo canto

Giace il signor d'Erina. Era il suo spirto Torbido e tempestoso, è ver; ma pure Raggio di fratellevole amistade N'uscia verso Catmor, quasi da nembi

Affocati dal tuon, raggio di Luna. Catmorre, io ripigliai, d'Ossian lo sdegno Non alberga sotterra, e via sen fugge Il mio rancor sovra aquiline penne

Da nemico giacente. Avrà Cairba Il suo canto, l'avrà; datti conforto Duce, la cura è mia. S'alzò, s'espanse L'anima dell'eroe, trasse dal fianco

Il suo pugnale; isfavillante il pose Nella mia man, fiso mirommi, e muto Sospirando partì. Gli sguardi miei Lo seguitar: ma quei di fosca luce

Scintillante svanì, qual notturna ombra, Che a peregrin s'affaccia, indi del giorno Sul primo albor con mormorio confuso Si ricovra tra i nembi: egli la guata,

Ma più e più la non compiuta forma Impicciolisce, e si dilegua in vento. Ma chi è quel, che dalle falde uscendo Di nebbia del mattin, vien dall'erbosa

Valle di Luba? gocciagli la chioma Delle stille del ciel; vanno i suoi passi Pel sentier dei dolenti. Ah lo ravviso; Carilo è questi, il buon cantore antico.

Vien dall'antro di Tura: ecco lì l'antro Nella rupe scavato. Ivi fors'anco Riposa Cucullin, sul nembo assiso, Che degli alberi suoi curva le cime.

Udiam: che dolce il mattutino canto Sta sulle labbra del cantor d'Erina. Che scompiglio è sul mar? veggo affollarsi L'onde tremanti, impaurite, o Sole,

All'appressar de' tuoi splendidi passi. Sole del ciel, quanto è terribil mai La tua beltà, quando vapor sanguigni Sgorghi sul suol, quando la morte oscura

Sta ne' tuoi crini raggruppata e attorta! Ma come dolce è mai, come gentile Tua viva luce al cacciator che stassi Dopo tempesta in sul suo poggio assiso,

Mentre tu fuor d'una spezzata nube Mostri la bella faccia, e obliquamente Van percotendo i tuoi gaietti rai Sul suo crin rugiadoso: egli alla valle

Rivolge il guardo, e con piacer rimira, Rapido il cavriol scender dal monte. Ma dimmi, o Sole, sino a quanto ancora Vorrai tu rischiarar battaglie e stragi

Con la tua luce? e sino a quanto andrai Rotando per lo ciel, sanguigno scudo? Veggio morti d'eroi per la tua fronte Spaziar tenebrose, e ricoprirti

La chiara faccia di lugubre velo. Carilo, a che vaneggi? al Sole aggiunge Forse tristezza? Inviolato e puro Sempre è 'l suo corso, ed ei pomposo esulta

Nel rotante suo foco: esulta e rota Secura lampa: ah tu fors'anche un giorno Spegner ti puoi: caliginosa veste Di rappreso vapor puote allacciarti

Stretto così, che ti dibatta indarno, Ed orbo lasci e desolato il cielo. Siccome pioggia del mattin, che lenta Scende soavemente in valle erbosa,

Mentre pian pian la diradata nebbia Lascia libero il varco al nuovo Sole, Tale all'anima mia scende il tuo canto, Carilo amico. Ma di far co' versi

Leggiadra gara sull'erbetta assisi Tempo questo non è: Fingallo è in arme; Vedi lo scudo fiammeggiante, vedi Come s'offusca nell'aspetto: intorno

Già tutta Erina gli si volve; or odi: Quella tomba colà dietro quel rivo Non la ravvisi, o Carilo? tre pietre V'ergono il bigio capo, e vi sta sopra

Fiaccata quercia: inonorato e basso Vi giace un re: tu n'accomanda al vento L'ombra negletta: è di Catmor fratello. Schiudigli tu l'aeree sale, e scorra

Per lo tuo canto luminoso rivo, Che l'oscura alma di Cairba irraggi.

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