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1730–1808

CANTO II

Melchiorre Cesarotti

Ove sei, regio figlio? e che trattienti? Esclama Dumaruno: ohimè! cadesti Forse, o di Selma giovinetto raggio? Egli non riede: ah perché tarda? albeggia

Sopra Utorno il mattino; il Sol la nebbia Punge co' rai: su su, guerrieri, alzate Gli scudi al mio cospetto: il re non debbe Cader come vapor, che il ciel lambendo,

Orma in bosco non lascia. Eccolo, il veggo, Ei viene, ei vien qual aquila sonante Dal conflitto dei venti; in mano ei porta Le spoglie di Loclin: per te, Fingallo,

Eran nostr'alme intenebrate e meste. Dumaruno, ei rispose, a noi dappresso Fansi i nemici; escono fuor quasi onde; Che per la nebbia ad or ad or fan mostra

Di lor cime spumose; il peregrino Si rannicchia tremante, e non sa dove O celarsi o fuggir. Ma noi tremanti Peregrini non siam: figli d'eroi,

Ora è d'uopo d'acciaro: alzar la spada Dovrà Fingallo? o de' miei duci alcuno La guerra condurrà? De' padri i fatti, Soggiunse Dumaruno, ai nostri passi

Scorta e lume son sempre. Ancor che involto Entro la fosca nuvola degli anni, Pur si scorge Tremmor: fiacca non era L'anima dell'Eroe; né fatti oscuri

Per quel lucido spirto ivano errando. Da cento poggi lor, da cento rivi Mossero un tempo a Colgacrona erboso Le Morvenie tribù; ciascuna avea

Alla testa il suo duce, e ciascun duce D'esser pretende il condottier; le spade Snudano a mezzo, rotano gli sguardi Rossi d'orgoglio; l'un dall'altro irati

Stanno in disparte, e dispettose voci Van bisbigliando: io cederò? qual dritto? Perché? fur pari i nostri padri in guerra. Tremmorre era co' suoi: sferzava il tergo

Giovenil crine, e maestade ha in volto. Vide i nemici avvicinarsi, e cruccio L'alma gli strazia; le dannose gare Cerca acchetar con provido consiglio;

Vuol che ciascun dei duci alternamente Guidi le squadre. Le guidar, fur vinti: Scese Tremmorre alfin, le schiere al campo Guidò pur esso; gli stranier fuggiro.

S'affollaro i guerrieri, e cerchio intorno Fero al campione, e d'esultanza in atto Picchiar gli scudi. Allor la prima volta Dalla regal sala di Selma usciro

Le voci del poter: pure a vicenda Negli scontri minor soleano i duci Spiegar vessillo: ma qualor gagliardo Sorgea periglio, rispettosi e presti

Correano al Re, né vi correano indarno; Ch'era lo stesso a lui vittoria e pugna. E ben, disse Crommaglo, assai son chiare Le avite gesta: ma chi fia che innanzi

L'occhio del Re l'asta sollevi? ingombra Nebbia colà quei quattro poggi oscuri; Per mezzo ad essa ogni guerrier colpisca Lo scudo; forse entro quel buio i spirti

Scender potriano, e destinarci al campo. Salse ognuno il suo poggio: il suon dei scudi I cantori notar; suonò più forte, Dumaruno, il tuo cerchio; or va, sei duce.

Come precipitose e sonanti onde Vien la schiatta d'Utorno; è Starno innanzi E 'l pro' Svaran: sopra i ferrati scudi Tendono il guardo, come suol talvolta

Crulloda occhi-focoso, allor che il capo Sporge dagli orli d'offuscata Luna, E veste il ciel di sue ferali insegne. Appo il ruscel di Turtoro i nemici

Scontrarsi: si sollevano, s'affrontano Quai flutti accavallantisi; i sonanti Colpi meschiarsi: volano nell'alto Di schiera in schiera orride morti: i campi

Sembran due nembi grandinosi il seno, Nelle cui falde avviluppati e attorti Sbattonsi i venti: in giù piomba confuso Il rovinio delle piovose stroscie

Con accoppiato rugghio, il mar percosso Ne sente il pondo, e si rigonfia, e sbalza Zuffa d'Utorno, orrida zuffa, e come Narrerò le tue morti? Ora tu stanzi

Cogli anni che passaro, e sul mio spirto La tua memoria inaridisce e sfuma. Starno pugnò, pugnò Svarano; entrambi Sgorgan furor: ma paurosa, o fiacca

Non è la man di Dumaruno: il brando Rota, incalza Loclin, l'ancide o sperde. Ne fremettero i regi: un rancor cupo Rode i lor cori, alle fuggenti schiere

Torcono il guardo inferocito. Il corno Squilla di Selma, d'Albion selvosa Tornano i figli al noto suon; ma molti Sulle ripe di Turtoro prostesi

Molti eroi di Loclin lascian nel sangue. O di cignali cacciatore, o duce Di Cromacarna, il Re gridò, non senza Sanguigne spoglie e generosa preda

Veggo l'aquila mia tornar dal campo. Palpiterà di gioia il bianco petto Della vaga Lanilla, e a' tuoi trionfi Candona tuo s'allegrerà. Colgormo,

Riprese il Duce, di mia stirpe il primo Sen venne ad Albion. Colgormo il prode Solcator dell'oceano. Egli in Itorno Il fratello trafisse, e de' suoi padri

La terra abbandonò: tacito ei scelse Presso l'alpestre Crammocraulo il luogo Del suo soggiorno; bellicosa stirpe Da lui discese, uscì ciascuno in campo,

Ma ciascun vi perì; quella ferita Che loro uccise, è mio retaggio. Ei trasse Dal suo fianco uno stral, pallido cadde Su straniero terren: ma l'alma a volo

Levossi, e i padri a visitar sen corse Nella lor tempestosa isola: ei gode Là d'inseguir col suo dardo di nebbia Nebulosi cignali. A quella vista

Stettero i duci taciturni immoti Quasi pietre di Loda; il peregrino Per lo dubbio chiaror di fioca luce Le scorge, e veder crede alte ombre antiche

Meditanti fra lor future guerre. Notte scese in Utorno. I guerrier foschi Stan pure in doglia, non curando i nembi Che lor fischian fra i crini; alfin s'udio

Del pensoso Fingallo uscir la voce. Chiama Ullino dall'arpe, e ad esso impone Di sciorre il canto. Non vapor cadente Fu già l'eroe di Crammocraulo; egli era

Sole possente allumator del cielo, Che nella forza de' suoi raggi esulta. Ullino, i nomi de' suoi padri appella Dai lor foschi soggiorni. - Itorno, Itorno,

Il cantor cominciò, che torreggiante Al mar sovrasti, e perché mai sì fosco D'ocean tra la nebbia il capo ascondi? Dall'acquose tue valli uscio la forte

Al paro delle rapide possenti Aquile tue d'infaticabil penna, La stirpe dell'intrepido Colgormo, Delle sale di Loda abitatrice.

Nell'isola di Tormo il poggio ondoso S'alza di Larta, che il boscoso capo Ama chinar sopra una cheta valle. Colà di Cruro alla spumosa fonte

Rurma abitava, cacciator ben noto Di setosi cignali; era sua figlia Strinadona gentil, candida il seno, Meraviglia a veder. Molti possenti

Re, molti eroi di ferrei scudi, e molti Garzon di lunga inanellata chioma Venner di Rurma all'echeggianti sale, Per vagheggiar la maestosa e vaga

Cacciatrice di Tormo: invan, tu volgi Freddo su tutti e trascurato il guardo, Strinadona gentil, candida il seno. S'ella movea lungo la piaggia il passo,

Vincea il suo petto al paragon la bianca Mollissima lanugine di cana; S'iva sul lito ondi-battuto errando, Del mar la spuma nel candor vincea:

Due stelle erano gli occhi, era la faccia Gaia e ridente, come il vivid'arco Del ciel piovoso; i nereggianti crini Per lo volto ondeggiavano, quai spesse

Nubi fosco-rotantisi: tu sei L'abitatrice dei leggiadri cori, Strinadona gentil, candida il seno. Venne Colgormo l'occhi-azzurro, e venne

Colculsura possente: i due fratelli Lasciaro Itorno, d'ottener bramosi Il bell'astro di Tormo: ella mirogli Ambi nell'arme rilucenti, e tosto

Le si fisse in Colgormo il guardo e 'l core: Ei suo pensiero, ei sogno suo. Comparve L'occhio notturno d'Ulloclina, e vide Della donzella il tenero sospiro,

L'alzar del seno, e 'l volteggiar del fianco. Muti i fratelli per gelosa rabbia Aggrottaron le ciglia, e minacciose Dei torbid'occhi si scontrar le vampe.

Volgonsi altrove, si rivolgon tosto, Batton lo scudo, e sugl'ignudi acciari Stanno le destre di furor tremanti. Pugnar: dubbia è la pugna; alfin nel sangue

Colculsura cadeo. Fremè di sdegno L'antico padre, e discacciò Colgormo Lunge da Itorno, onde ramingo errasse, Scherzo dei venti. Egli il suo seggio elesse

Nello scoglioso Crammocraulo, in riva Di straniero ruscel; ma non è solo In sua tristezza il Re dolente; appresso Stagli di Tormo l'amorosa stella

Strinadona diletta, e lo conforta.

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