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1730–1808

CANTO II

Melchiorre Cesarotti

Posan gli eroi, tace la piaggia. Al suono D'alpestre rio, sotto l'antica pianta Giace Conallo: una muscosa pietra Sostiengli il capo. Della notte udia

Stridula acuta cigolar la voce Per la piaggia del Lena; ei dai guerrieri Giace lontan, che non temea nemici Il figlio della spada. Emtro la calma

Del suo riposo, egli spiccar dal monte Vide di foco un rosseggiante rivo. Per quell'ardente luminosa riga A lui scese Crugallo, uno dei duci

Poc'anzi estinti, che cadeo per mano Del fier Svaran: par di cadente luna Raggio il suo volto; nugoli del colle Forman le vesti: sembrano i suoi sguardi

Scintille estreme di languenti faci: Aperta, oscura, nel mezzo del petto Sospira una ferita. O Crugal, disse Il possente Conal, figlio di Dedga

Chiaro sul colle, o frangitor di scudi, Perché pallido e mesto? io non ti vidi Mai nelle pugne impallidir di tema. E che t'attrista? Lagrimoso, e fosco

Quegli si stette: sull'eroe distese La sua pallida man, languidamente Alzò la voce in suon debole e roco, Come l'auretta del cannoso Lego.

Conal, tu vedi l'ombra mia che gira Sul natio colle, ma il cadaver freddo Giace d'Ullina sull'ignude arene. Più non mi parlerai, né le mie orme

Vedrai sul prato: qual nembo di Cromla Son vuoto e lieve, e per l'aere galleggio Come nebbia sottile. Odimi, o duce: Veggio l'oscuro nugolo di morte

Che sul Lena si sta: cadranno i figli D'Inisfela, cadran: da questo campo Ritirati, o Conallo; è campo d'ombre. Disse, e sparì come offuscata luna

Nel fischiante suo nembo. Ah no, t'arresta, T'arresta, o fosco rosseggiante amico, Disse Conal; vientene a me, ti spoglia Di quel raggio celeste, o del ventoso

Cromla guerriero. In qual petrosa grotta Ricovri tu? qual verdeggiante colle Datti albergo e riposo? e non udremti Dunque nella tempesta, o nel rimbombo

Dell'alpestre torrente, allor che i fiacchi Figli del vento a cavalcar sen vanno Per l'aeree campagne? Ei, così detto, Rizzasi armato; a Cucullin s'accosta,

Picchia lo scudo: risvegliossi il figlio Della battaglia. E qual cagion ti guida? Disse del carro il reggitor sublime; Perché nel buio della notte armato

Vieni o Conal? potea la lancia mia Volgersi incontro a quel rumore, ond'io Piangessi poi del mio fedel la morte. Conal che vuoi? figlio di Colgar parla;

Lucido è 'l tuo consiglio a par del sole. Duce, ei rispose, a me pur ora apparve L'ombra di Crugal: trasparian le stelle Fosche per la sua forma; avea la voce

Di lontano ruscello: egli sen venne Messaggero di morte; ei favellommi Dell'oscura magion. Duce d'Erina Sollecita la pace, o a sgombrar pensa

Dalla piaggia del Lena. Ancor che fosche Per la sua forma trasparian le stelle, Soggiunse Cucullin, teco o Conallo L'ombra parlò? questo fu 'l vento amico,

Che nelle grotte mormorò del Lena. O se pur fu Crugal, che nol forzasti Di comparirmi innanzi? e non gli hai chiesto Dove sia l'antro suo, dove l'albergo

Dell'ospite dei venti? allor potrebbe Forse il mio brando rintracciar cotesta Presaga voce, e trar da quella a forza Il suo saper: ma 'l suo saper, Conallo,

credimi, è poco. Or come? egli poc'anzi Fu pur tra noi; più su che i nostri colli Ei non varcò: chi della nostra morte Potriagli adunque rivelar l'arcano?

L'ombre su i venti e sulle nubi in frotta Vengono e vanno a lor piacer, soggiunse Il senno di Conal; nelle spelonche Fanno alterni colloqui, e degli eventi

Parlano de' mortali. - E de' mortali Parlino a senno lor, parlin di tutti; Di me non già, che 'l ragionarne è vano. Scordinsi Cucullin, perch'io son fermo

Di non fuggir: se fisso è pur ch'io caggia, Trofeo di gloria alle future etadi Sorgerà la mia tomba; il cacciatore Verserà qualche lagrima pietosa

Sopra il mio sasso, e alla fedel Bragela Sarò memoria ognor dolce, ed acerba. Non temo di morir, di fuggir temo, E di smentirmi: che più volte in guerra

Scorsemi vincitor l'alto Fingallo. O tenebroso fantasma del colle, Su via mostrati a me, vien'sul tuo nembo, Vien'sul tuo raggio; in la tua man rinchiusa

Mostrami la mia morte, aerea forma, Non fuggirò. Va', va', Conal, colpisci Lo scudo di Cabar che giace appeso Là tra quell'aste; i miei guerrier dal sonno

Sveglinsi tutti, e alla vicina pugna S'accingan tosto. Ancor che a giunger tardi L'eroe di Selma, e la robusta schiatta De' tempestosi colli, andiamne, amico,

Pugnisi, e sia con noi vittoria, o morte. Si diffonde il rumor; sorgono i duci. Stan su la piaggia armati al par d'antiche Quercie crollanti i noderosi rami,

Se gelata onda le percuote, e al vento S'odon forte stormir l'aride fronde. Già la nebbiosa dirupata fronte Di Cromla appar, già 'l mattutino raggio

Tremola su la liquida marina Né fosca più, né ben lucente ancora. Va roteando lentamente intorno La grigia nebbia, e d'Inisfela i figli

Nasconde agli occhi di Svaran. Sorgete, Disse il signor dei tenebrosi scudi, Sorgete, o voi che di Loclin dall'onde Meco veniste: già dall'armi nostre

Fuggir d'Erina i duci. Or che si tarda? S'inseguano, s'incalzino. Tu Morla Tosto alla reggia di Corman t'avvia: Comanda a lui, che di Svaran la possa

Prostrato inchini, anzi che 'l popol tutto Nella morte precipiti, ed Ullina Altro non resti che deserto e tomba. S'adunano color, simili a stormo

D'augei marini, quando il flutto irato Li rispinge dal lido, e fremon come Nella valle di Cona accolti rivi, Qualor dopo notturna atra bufera

Alla sbiadata mattutina luce Volvon riflussi vorticosi oscuri. Sfilan, quai succedentisi sul monte Nugoloni d'autunno, orride in vista

Le avverse schiere. Maestoso e grande A par del cervo de' morvenii boschi Svaran s'avanza, e fuor dell'ampio scudo Esce il fulgor della notturna fiamma,

Che per la muta oscurità del mondo Fassi guida e sentiero all'erranti ombre: Guatale il peregrin pallido, e teme. Ma un nembo alfin sorto dal mar la densa

Nebbia squarciò: tutti apparir repente D'Inisfela i guerrier schierati, e stretti, Qual catena infrangibile di scogli Lungo la spiaggia. Oh, disse allor l'altero

Dei boschi regnator, vattene o Morla, Offri pace a costoro, offri quei patti Che diamo ai re, quando alla nostra possa Piegan le vinte nazioni, e spenti

Sono i guerrieri, e le donzelle in lutto. Disse. Con lunghi risonanti passi Morla avviossi, e baldanzoso in atto Venne dinanzi al condottier d'Erina,

Che stava armato: gli fean cerchio intorno Gli eroi minori. O Cucullin, accetta, Diss'ei, la pace di Svaran, la pace Ch'egli offre ai re, quando alla sua possanza

Piegan le nazioni; a lui tu cedi La verdeggiante Ullina, e in un con essa La tua sposa, e il tuo can; la dal ricolmo E palpitante sen bella tua sposa,

Ed il tuo can raggiungitor del vento. Questi a lui cedi in testimonio eterno Della fiacchezza del tuo braccio, e in esso Scorgi il tuo re. - Porta a quel cor d'orgoglio,

Porta a Svaran, che Cucullin non cede. Egli m'offre la pace: io offro a lui Le strade dell'oceano, oppur la tomba. Non fia giammai ch'uno stranier possegga

Quel raggio di Dunscaglia; e mai cervetta Non fuggirà per le loclinie selve Dal piè ratto di Lua. Vano e superbo Del carro guidator, Morla riprese,

Vuoi tu dunque pugnar? pugnar vuoi dunque Contro quel re, di cui le navi figlie Di molti boschi trar potrian divelta Tutta l'isola tua seco per l'onde?

Sì quest'Ullina è meschinetta, e poca Contro il signor del mar. Morla, ei soggiunse, Cedo a molti in parole, a nullo in fatti. Rispetterà la verdeggiante Erina

Lo scettro di Corman, finché respiri Conallo, e Cucullin. Conallo, o primo Tra'duci, or che dirai? pur or di Morla Le voci udisti; o generoso e prode,

Saran pur anco i tuoi pensier di pace? O spirto di Crugallo, e tu di morte M'osasti minacciar? schiudimi il varco Dell'angusta tua casa: ella fra' raggi

M'accoglierà della mia gloria involto. Su su, figli d'Erina, alzate l'asta, Piegate l'arco, disperatamente Sul nemico avventatevi, ond'ei creda

Che a lui dall'alto si rovescin sopra Tutti i notturni tempestosi spirti. Or sì mugghiante, orribile, profondo Volvesi il buio della zuffa: nebbia

Così piomba sul campo allor che i nembi Invadono il solar tacito raggio. Precede il duce; irata ombra il diresti, Che dietro ha negra nube, ed infocate

Meteore intorno, e nella destra i venti. Carilo era in disparte: ei fa che s'alzi Il suon del corno bellicoso; e intanto Scoglie la grata voce, ed il suo spirto

Sgorga nel cor de' bellicosi eroi. Dove dove è Crugal? disse la dolce Bocca del canto: ei basso giace, è muta La sala delle conche; oblio lo copre.

Mesta è la sposa sua, che peregrina Entro le stanze del suo lutto alberga. Ma quel raggio vegg'io, che tra le schiere Dei nemici si scaglia? ella è Degrena,

La sposa di Crugallo: addietro ai venti Lascia la chioma; ha rosseggiante sguardo, Strillante voce. Ahi lassa! azzurro e vuoto È ora il tuo Crugal: sta la sua forma

Nella cava del colle: egli al tuo orecchio Fessi pian pian nel tuo riposo, alzando Voce pari al ronzio d'ape montana. Ve' ve' cade Degrena, e sembra nube

Che striscia in sul mattino: è nel suo fianco La spada di Loclin. Cairba, è spenta, Cadde Degrena tua; Degrena, il dolce Risorgente pensier de' tuoi verd'anni.

Udì Cairba il mesto suono, e vide La morte della figlia; in mezzo a mille, Qual balena che 'l mar frange col pondo, Slanciasi, e mugghia: la sua lancia incontra

Il cor d'un figlio di Loclin: s'ingrossa La sanguinosa mischia. In bosco annoso Ben cento venti, o tra ramosi abeti Di cento colli violenta fiamma,

Poriano appena pareggiar la strage, La rovina, il fragor dell'affollate Schiere cadenti. Cucullin recide Come cardi gli eroi; Svaran devasta,

Diserta Erina: di sua man Curano Cadde, e Cairba dal curvato scudo. Giace Morglano in ferreo sonno, e Calto Guizza morendo: del suo sangue ha tinto

Il bianco petto; è strascinata e sparsa La gialla chioma per la molle arena Del suo terren natio. Spesso ov'ei cadde Già conviti imbandì, spesso dell'arpa

La voce sollevò; festosi intorno Saltellavangli i veltri, e i giovinetti Stavansi ad assettar faretre ed archi. Già Svaran cresce, e già soverchia, come

Torrente che trabocca, e i minor poggi Schianta e travolve, e i maggior pesta e sfianca. Ma s'attraversa Cucullin, qual monte Di nembi arrestator: cozzano i venti

Sulla fronte di pini, e i massi informi La ripercossa grandine flagella: Quello in sua possa radicato e fermo Stassi, ed adombra la soggetta valle.

Tal Cucullino ombra faceasi, e schermo Ai figli d'Inisfela: a lui d'intorno Di palpitanti eroi zampilla il sangue, Come fonte da rupe: invan, ch'Erina

Cade pur d'ogni parte, e si dilegua Siccome neve a caldo sol. Compagni, Gruma gridò, Loclin conquista, e vince: Che più dunque pugnar, palustri canne

Contro il vento del cielo? al colle, al colle Fuggiam compagni: ed ei fuggissi il primo Come cervo inseguito, e la sua lancia, Simile a raggio tremulo di luce,

Dietro traea. Pochi fuggir con Gruma, Duce di picciol cor: gli altri pugnando Caddero, e 'l Lena ricoprir coi corpi. Vede dall'alto del gemmato carro

La sconfitta de' suoi, vedela, e freme D'Erina il condottier: trafisse il petto A un fier nemico, indi a Conal si volse. O Conallo, esclamò, tu m'addestrasti

Questo braccio di morte: or che farassi? Ancor ch'Erina sia fugata o spenta, Non pugnerem perciò? Sì sì: tu vanne, Carilo, e i sparsi fuggitivi avanzi

Di nostre schiere là raccogli, e guida Dietro quell'erto cespuglioso colle. Noi stiam fermi quai scogli, e sostenendo L'impeto di Loclin, de' fidi amici

La fuga assicuriam. Balza Conallo Sopra il carro di luce: i due campioni Stendono i larghi tenebrosi scudi, Come la figlia dei stellati cieli

Lenta talor move per l'aere, e intorno Di fosco cerchio s'incorona e tinge. Palpitante, anelante e spuma e sangue Spruzza Sifadda, e Duronallo a cerchio

Volvesi alteramente, e calca e strazia Nemici corpi: quei serrati e folti Tempestano gli eroi, quai sconvolte onde Sconcia balena d'espugnar fan prova.

Di Cromla intanto sul ciglion petroso Si ritrassero alfine i pochi e mesti Figli d'Erina, somiglianti a un bosco, Cui strisciando lambì rapida fiamma,

Spinta dai venti in tempestosa notte. Dietro una quercia Cucullin si pose Taciturno, pensoso: il torbid'occhio Gira agli astanti amici. Ecco venirne

Moran del mare esplorator. Le navi, Le navi, egli gridò; Fingal, Fingallo, Il Sol dei duci, il domator d'eroi, Ei viene, ei vien: spumano i flutti innanzi

Le nere prue; le sue velate antenne Sembran boschi tra nubi. O venti, o voi Venti, soggiunse Cucullin, che uscite Dall'isoletta dell'amabil nebbia,

Spirate tutte favorevoli aure, Secondate il guerrier: vientene amico Alla morte di mille, amico ah vieni. Nubi dall'oriente a questo spirto

Son le tue vele, e l'aspettate navi Luce del cielo, e tu mi sei tu stesso Come colonna d'improvviso foco Rischiaratrice della notte oscura.

O mio Conal, quanto graditi e cari Ci son gli amici! Ma s'abbuia intanto La notte: ov'è Fingal? noi le fosch'ore Stiam qui passando, e sospiriam la luna.

Già sbuffa il vento; dalle fesse rupi Già sboccano i torrenti: al capo irsuto Di Cromla intorno s'adunò la pioggia, E rosse tremolavano le stelle

Per le spezzate nubi. Appresso un rivo, Di cui la pianta al gorgoglio risponde, Mesto s'assise il condottier d'Erina. Carilo il buon cantor stavagli accanto,

E 'l pro' Conallo. Ah, sospirando disse Di Semo il figlio, ah che infelice e fiacca È la mia man, dacché l'amico uccise! O Ferda, o caro Ferda, io pur t'amava

Quanto me stesso. Cucullin, deh dinne, L'interruppe Conal, come cadeo Quell'illustre guerrier? ben mi sovvengo Del figlio di Damman. Grande era e bello

Come l'arco del ciel. - Ferda signore Di cento colli, d'Albion sen venne. Nella sala di Muri ei da' prim'anni L'arte del brando apprese, e d'amistade

Strinsesi a Cucullin: fidi alla caccia N'andammo insieme; era comune il letto, Era a Cairba già signor d'Ullina Deugala sposa: avea costei nel volto

La luce di beltà, ma in mezzo al core La magion dell'orgoglio. Ella invaghissi Di quel raggio solar di gioventude, Del figlio di Damman. Cairba, un giorno

Disse la bella, orsù dividi il gregge; Dammi la mia metà: restar non voglio Nelle tue stanze: il gregge tuo dividi, Fosco Cairba. Cucullin, rispose,

Lo divida per me: trono è 'l suo petto Di giustizia: tu parti. Andai: la greggia Divisi. Un toro rimaneva, un toro Bianco di neve; al buon Cairba il diedi.

Deugala n'avvampò; venne all'amante: Ferda, diss'ella, Cucullin m'offende; Fammi udir di sua morte, o sul mio corpo Scorrerà il Luba; la mia pallid'ombra

Staratti intorno, e del mio orgoglio offeso Piangerà la ferita: o spargi il sangue Di Cucullino, o mi trapassa il petto. Oimè, disse il garzon, Deugala, e come?

Io svenar Cucullino? egli è l'amico De' miei pensier segreti, e contro ad esso Solleverò la spada? Ella tre giorni Pianse; nel quarto dì cesse al suo pianto

L'infelice garzon. Deugala, ei disse, Tu 'l vuoi, combatterò: ma potess'io Cader sotto il suo brando! Io dovrei dunque Errar sul colle, e rimirar la tomba

Di Cucullin? Noi presso a Muri insieme Pugnammo: s'impacciavano l'un l'altro Ad arte i brandi nostri, il fatal colpo Sfuggendo, sdrucciolavano sugli elmi,

Strisciavano su i scudi. Eragli accanto Deugala sua: con un sorriso amaro Diedesi a rampognarlo: O giovinetto, Debole è 'l braccio tuo, non è pel brando

Questa tenera età; garzone imbelle Cedi al figlio di Semo; egli pareggia Lo scoglio di Malmor. Corsegli all'occhio Lagrima di vergogna; a me si volse,

E parlò balbettando: alza il tuo scudo, Alzalo, Cucullino, e ti difendi Dal braccio dell'amico: ho grave e negra L'anima di dolor, che uccider deggio

Il maggior degli amici e degli eroi. Trassi a quei detti alto sospir, qual vento Da fessa rupe: sollevai del brando L'acuto filo: ahi lasso! egli cadeo.

Cadde il Sol della pugna, il caro, il primo Tra' fidi amici: sciagurata, imbelle È la mia man, dacché l'amico uccisi. Figlio del carro, dolorosa istoria,

Carilo ripigliò, narrasti: or questa Mi rimanda alla mente un fatto antico, Che può darti conforto. Io spesso intesi Membrar Comallo che l'amata uccise;

Pur sempre accompagnò vittoria e fama La sua spada, e i suoi passi. Era Comallo Un figlio d'Albion, di cento colli Alto signor: da mille rivi e mille

I suoi cervi beveano, e mille scogli Rispondeano al latrar de' veltri suoi. Era soavità di giovinezza L'amabile suo volto; era il suo braccio

Morte d'eroi. De' suoi pensier l'obietto Uno era e bello, la gentil Galvina, La figlia di Colonco: ella sembrava Sol tra le donne, e liscia ala di corvo

La sua chioma vincea; sagaci in caccia Erano i cani suoi, fischiava al vento La corda del suo arco. I lor soavi Sguardi d'amor si riscontrar sovente:

Uno alla caccia era il lor corso, e dolci Le lor segrete parolette e care. Ma per la bella si struggea d'amore Il fier Gormante; il tenebroso duce

D'Arven nembosa, di Comal nemico. Egli tutt'or della donzella i passi Sollecito esplorava. Un dì che stanchi Tornavano da caccia, e avea la nebbia

Tolti alla vista lor gli altri compagni, Si riscontraro i due teneri amanti Alla grotta di Ronna. Ivi Comallo Facea spesso soggiorno; ivi del duce

Pendean disposti i bellicosi arnesi: Cento scudi di cuoio, e cento elmetti Di risuonante acciar. Qui dentro, ei disse, Riposati, amor mio, riposa o luce

Dello speco di Ronna: un cervo appare Su la vetta di Mora; io là men volo, Ma tosto tornerò. Comal, rispose, Temo Gormante il mio nemico; egli usa

In questa grotta; io poserò fra l'armi: Ma fa' tosto, amor mio. Volò l'eroe Verso il cervo di Mora. Allor la bella Volle far prova sconsigliatamente

Dell'amor del suo caro: il bianco lato Ella coperse di guerriere spoglie, E della grotta uscì. Comal l'adocchia, Credela il suo nemico; il cor gli balza:

Iscolorossi, intenebrossi; incocca L'arco; vola lo stral; cade Galvina Nel sangue suo. Quei furibondo, ansante Vola all'antro, e la chiama: alcun non s'ode;

Muta è la rupe. O dolce amor rispondi, Dove se' tu? Torna all'estinto, e vede Il cor di quella palpitar nel sangue Dentro il suo dardo. O mia Galvina! oh vista!

Or se' tu quella? e le cadeo sul petto. Vennero i cacciatori, e ritrovaro La sventurata coppia. Il duce ancora Errò sul colle; ma solinghi e muti

Erano i passi suoi presso l'oscura Magion dell'amor suo. Sceser le navi Dell'oceano; egli pugnò; fuggiro Dal suo brando i stranier: cercò la morte,

Ma chi dar la poteagli? a terra irato Scagliò lo scudo; una volante freccia Riscontrò alfine il maschio petto. Ei dorme Con l'amata Galvina in riva al mare;

E fendendo il nocchier le nordiche onde, Scorge le verdi tombe, e ne sospira.

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