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1730–1808

CANTO I

Melchiorre Cesarotti

Già si rotavan nella viva luce L'azzurre onde d'Ullina: i verdi colli Riveste il Sole; i foschi capi al vento Scotono i boschi. Una pianura angusta

Giace fra due colline ingombre, e cinte D'annose querce; ivi serpeggia il rivo Della montagna. In sull'erbose sponde Stassi Cairba solitario e muto.

Sulla lancia ei s'appoggia: ha tristo il guardo Rosseggiante di tema. Entro il suo spirto Il tradito Corman s'alza con tutte L'orride sue ferite: in negra nube

Del giovinetto la cerulea forma Torva s'avanza, e scaturisce il sangue Dagli aerei suoi fianchi. A cotal vista, Balza Cairba pien d'orror; tre volte

Getta la lancia a terra, ed altrettante Picchiasi 'l petto; vacillanti e brevi Sono i suoi passi; ad or ad or s'arresta Pallido, e inarca le nodose braccia.

Nume par, ch'a ogni leve aura di vento Varia la forma sua; triste all'intorno Son le soggette valli, e alternamente Temon che scenda la sospesa pioggia.

Ei rincorossi alfine: in man riprese L'acuta lancia; gli occhi suoi rivolti Tien verso il Lena. Ecco apparir repente L'esplorator dell'oceano: ei viene,

Ma con passi di tema, e tratto tratto Volgesi addietro. S'avvisò Cairba Ch'eran presso i possenti, ed a sé chiama Gli oscuri duci. I risonanti passi

Movonsi dei guerrier: tutti ad un tempo Traggon le spade. Ivi Morlan si stava, Torbido il volto: il folto crin d'Idalla Sospira al vento: gira bieco il guardo

Cormir rosso-crinito, e sulla lancia Torvo s'appoggia; orribilmente lento Volvesi sotto due vellute ciglia L'occhio di Malto: il fier Foldan grandeggia

Piantato come rugginosa rupe, Sparsa di musco le petrose terga. Per la sua lancia di Slimora il pino Che incontra il vento; della pugna i colpi

Segnan lo scudo, e l'infocato sguardo Sembra altero sfidar perigli e morte. Questi, e mill'altri tenebrosi duci Cerchio feano a Cairba al carro nato,

Allor che giunse dall'acquoso Lena L'esplorator dell'ocean Mornallo. Gonfi avea gli occhi e tesi in fuor, le labbra Smorte e tremanti. Oh, diss'ei lor, si stanno

Taciti e cheti qual boschetto a sera D'Erina i duci, or che sul lido omai Sceso è Fingal? Fingallo, il re possente, Il terror delle pugne? E l'hai tu visto?

Disse Cairba sospirando: molti Sono i suoi duci in sulla spiaggia? inalza L'asta di guerra, o viene in pace? - In pace No, Cairba, ei non vien; la punta io vidi

Dalla sua lancia; ella è vapor di morte, E sta sul acciar suo di mille il sangue. In sua robusta canutezza ei scese Primo sopra la spiaggia; a parte a parte

Si distinguean le nerborute membra, Mentr'ei passava maestoso e lento Nella sua possa. Ha quella spada al fianco, Che i colpi non raddoppia, e quello scudo

Terribile a veder, qual sanguinosa Luna in tempesta. Dopo lui sen viene Ossian, de' canti il re; con esso è Gaulo Figlio di Morni, tra' mortali il primo.

Balza a terra Conal curvo sull'asta; Sparge Dermino il fosco crin; Fillano Piega l'arco; Fergusto altier passeggia Pien di baldanza giovenil. Chi viene

Con chioma antica? un nero scudo a lato Pendegli, ad ogni passo in man la lancia Tremagli, e sta l'età nelle sue membra. Ei china a terra tenebroso il volto,

Tristo è 'l re delle lance. Il riconosci, Cairba? Usnorre è questi, Usnor che move A far vendetta de' suoi figli estinti. La verde Ullina gli risveglia il pianto,

E le tombe de' figli a lui rammenta. Ma lunge innanzi agli altri Oscar s'avanza, Lucido negli amabili sorrisi Di giovinezza, e bello come i primi

Raggi del Sole: in su le spalle cadegli La lunga chioma; è mezzo ascoso il ciglio, Dall'elmetto d'acciar lampeggia il brando, E percossa dal Sol l'asta sfavilla.

Re dell'alta Temora, io non soffersi Degli occhi suoi la formidabil luce, E fuggii frettoloso. E fuggi, o vile. Disse lo sdegno di Foldan; va', fuggi,

Figlio di picciol cor, non vidi io forse Quell'Oscar? nol vid'io? forte è, nol niego, Dentro i perigli: ma son altri ancora Che impugnan l'asta. Ha molti figli Erina

Quanto lui valorosi; ah sì, Cairba, Più valorosi ancor: lascia che incontro A questo formidabile torrente, Per arrestarlo del suo corso in mezzo,

Vada Foldan: de' valorosi il sangue La mia lancia ricopre, e rassomiglia La muraglia di Tura il ferreo scudo. Come? solo Foldan, con fosco ciglio

Ripigliò Malto, ad affrontare andranne Tutta l'oste nemica? e non son essi, Come di mille fiumi affollate onde, Numerosi sul lido? e non son questi

Quei duci stessi, onde Svaran fu vinto; Poiché dall'armi sue fuggir dispersi D'Erina i figli! Ed or contro il più forte De' loro eroi vorrà pugnar Foldano?

Foldan dal cor d'orgoglio: or via de' tuoi Prendi teco la possa, e fa' che insieme Malto ne venga: rosseggiò più volte Il brando mio; ma chi mie voci intese?

Figli d'Erina, con soavi accenti Idalla incominciò; non fate, o duci, Che giungano a Fingallo i detti vostri, Onde il nemico non s'allegri, e sia

Forte il suo braccio. Valorosi, invitti, Sete o guerrieri, e somiglianti a nero Nembo del ciel, che rovinoso i monti Sfianca, e le selve nel suo corso atterra.

Ma pur moviamci nella nostra possa Lenti, aggruppati, qual compressa nube Spinta dal vento: allora al nostro aspetto Tremerà l'oste, e dalla man del prode

Cadrà la lancia; noi vediam, diranno, Nube di morte, e imbiancheranno in volto. In sua vecchiezza piagnerà Fingallo La spenta gloria sua: Morven selvosa

Non rivedrà i suoi duci; e in mezzo a Selma Crescerà l'erba, e 'l musco alto degli anni. Stava Cairba taciturno, udendo Le voci lor, qual procellosa nube,

Che minaccia la pioggia, e pende oscura Là su i gioghi di Cromla, infin che il lampo Squarciale i fianchi; di vermiglia luce Folgoreggia la valle, urlan di gioia

Della tempesta i tenebrosi spirti. Sì stette muto di Temora il sire, Alfin parlò. Su s'apparecchi in Lena Largo convito, i miei cantor sien pronti.

Odi tu, Olla, dalla rossa chioma, Prendi l'arpa del Re, vanne ad Oscarre Sir delle spade, e a festeggiar l'invita Nella mia sala; oggi starem tra' canti,

Doman le lance romperem: va', digli Che all'estinto Catolla alzai la tomba, E che i cantori miei sciolsero i versi All'ombra sua: dì che i suoi fatti intesi,

Là del Carron sulle remote sponde. Or non è qui Catmorre, il generoso Di Cairba fratello, ei co' suoi mille Ora è lontan: noi siam deboli, e pochi.

Catmorre a par del Sol lucida ha l'alma, E le battaglie ne' conviti aborre; Ciò Cairba non cura. Eccelsi duci, Io pugnerò contro d'Oscar: fur molte

Le sue parole per Catolla, e 'l petto M'arde di sdegno; egli cadrà sul Lena, E la mia fama s'alzerà nel sangue. Di gioia i duci sfolgoraro in volto:

Si spargono sul prato, e delle conche S'apparecchia la festa; a gara i vati Alzano i canti. Su la spiaggia udimmo Le liete voci, e si credè che giunto

Fosse il prode Catmor, Catmor l'amico Degli stranieri, di Cairba oscuro L'alto fratel; ma non avean simili L'alme perciò, che di Catmor nel petto

Lucea raggio del cielo. All'Ata in riva S'alzavan le sue torri; alle sue sale Sette sentieri conduceano, e sette Duci su quei sentier si stavan pronti,

Facendo ai passaggier cortese invito. Ma Catmor s'appiattava entro le selve, Che la voce fuggia della sua lode. Olla sen venne col suo canto. Oscarre

Alla festa n'andò: guerrier trecento Seguono il duce, e risuonavan l'armi Terribilmente: i grigi can sul prato Gian saltellando, e lo seguian cogli urli.

Vide Fingal la sua partenza; mesta Era l'alma del Re, del fier Cairba Nudria sospetto: ma chi mai dell'alta Progenie di Tremmor temeo nemici?

Alto il mio figlio sollevò la lancia Del buon Cormano; incontro lui coi canti Fersi cento cantor; cela Cairba Sotto un sorriso l'apprestata morte,

Che negra cova entro il suo spirto: è sparsa La festa sua, suonan le conche; all'oste Gioia ride sul volto; ella somiglia A pallido del Sole ultimo raggio,

Che già tra' nembi si frammischia, e perde. Cairba alzossi: oscurità s'accoglie Sopra il suo ciglio; il suon delle cento arpe Cessa ad un tratto; dei percossi scudi

S'ode il cupo fragore. Olla da lungi Alza il canto del duolo: Oscar conobbe Il segnal della morte: ei sorge, afferra La lancia. Oscar, disse Cairba, io scorgo

La lancia di Temora; in la tua destra, Figlio di Morven, dei gran re d'Erina Brilla l'antica lancia; essa l'orgoglio Fu di ben cento regi, essa la morte

Di cento eroi; cedi, garzone altero, Cedila al nato al carro alto Cairba. Che? del tradito regnator d'Erina Ch'io ceda il dono? Oscar soggiunse, il dono

Del bel Cormano dalla bionda chioma, Ch'egli fece ad Oscar, quand'ei disperse L'oste nemica? Alle sue sale io venni Allor che di Fingallo innanzi al brando

Fuggì Svarano: isfavillò di gioia Nel volto il giovinetto, e di Temora Diemmi la lancia; e non la diede a un fiacco, Truce Cairba, ad alma vil non diella.

Non è l'oscurità della tua faccia Per me tempesta, e gli occhi tuoi non sono Fiamme di morte: il tuo sonante scudo Pavento io forse? o d'Olla al feral canto

Tremami in petto il cor? no, no, Cairba Spaventa i fiacchi; Oscarre alma ha di rupe. Né vuoi ceder la lancia? allor riprese Del fier Cairba il ribollente orgoglio.

Sono i tuoi detti baldanzosi e forti, Perché presso è Fingallo, il tuo di Morven Guerrier canuto: ei combattè coi vili; Svanire ei deve di Cairba a fronte,

Come di nebbia una sottil colonna Contro i venti dell'Ata. Al duce d'Ata Se quel guerrier che combatteo coi vili Fosse dappresso, il duce d'Ata in fretta

Gli cederia la verdeggiante Erina, Per fuggire il suo sdegno: olà, Cairba, Non parlar dei possenti; a me rivolgi Il brando tuo; la nostra forza è pari:

Ma Fingallo, ah Fingal di tutti è sopra. I lor seguaci intenebrarsi in volto Videro i duci, e s'affollaro in fretta Intorno a lor: vibran focosi sguardi,

Snudansi mille spade. Olla solleva Della battaglia il canto. In ascoltarlo Scorse per l'alma tremolio di gioia Al figlio mio; quella sua gioia usata,

Allor che udiasi di fingallo il corno. Nera come la gonfia onda, che al soffio D'aura sommovitrice alzasi, e piomba Curva sul lido, di Cairba l'oste

S'avanza incontro a lui. Figlia di Toscar Quella lagrima ond'è non cadde ancora Il nostro Eroe; dal braccio suo le morti Molte saran, pria che sia spento. Osserva

Come cadongli innanzi, e sembran boschi Là nel deserto, allor che un'irata ombra, Torbida furibonda esce, ed afferra Le verdi cime coll'orribil destra.

Cade Morlan, muor Conacar, Maronte Guizza nel sangue suo: fugge Cairba Dalla spada d'Oscarre, e ad appiattarsi Corre dietro ad un masso: ascosamente

Alza la lancia il traditore, e 'l fianco Ad Oscar mio passa di furto; ei cade Sopra lo scudo, ma 'l ginocchio ancora Sostenta il duce; ha in man la lancia: vedi,

Cade l'empio Cairba; Oscar si volge Col penetrante acciaro, e nella fronte Profondamente gliel conficca, e parte La rossa chioma d'atro sangue intrisa.

Giace colui come spezzato scoglio, Che Cromla scuote dal petroso fianco. Ahimè che Oscar non sorge; egli s'appoggia Sopra lo scudo, sta la lancia ancora

Nella terribil destra; anche discosti Treman d'Erina i figli: alzan le grida Qual mormorio di rapide correnti, E Lena intorno ripercosso echeggia.

Fingallo ode il fragor, l'asta del padre Prende, sul prato ei ci precede, e parla Parole di dolor: sento il rimbombo Della battaglia, Oscarre è solo, o duci;

Alzatevi, accorrete, e i brandi vostri Unite al brando dell'eroe. Sul prato Precipita anelante Ossian: a nuoto Passa il Lena Fillan; Fergusto accorre

Con piè di vento. S'avanzò Fingallo Nella sua possa: orribile a mirarsi Del suo scudo è la luce, e ben da lungi D'Erina ai figli sfolgorò sul ciglio:

Ne tremarono i cor, videro acceso Del Re lo sdegno, e s'aspettar la morte. Primi giungemmo, e combattemmo i primi: D'Erina i duci resister: ma quando

Venne suonando il Re, qual cuor d'acciaro Potea far fronte, o sostenerlo? Erina Lungo il Lena fuggio; morte l'incalza. Ma noi frattanto sullo scudo inchino

Oscar vedemmo: rimiriamo il sangue Sparso d'intorno. Atro silenzio e cupo Cadde repente degli eroi sul volto. Ciascun rivolse ad altra parte il guardo,

Ciascuno pianse. Il Re d'asconder tenta Le lagrime sorgenti: ei sopra il figlio China la testa, ed ai sospir frammiste Escon le sue parole. Oscar, cadesti,

Cadesti, o forte, del tuo corso in mezzo. Il cor de' vecchi ti palpita sopra, Che le future tue battaglie ei vede: Vedo le tue battaglie, ahi! ma la morte

Dalla tua fama le recide, e scevra. E quando in Selma abiterà più gioia? Quando avran fine le canzon del pianto? Cadono ad uno ad un tutti i miei figli,

E l'ultimo de' suoi sarà Fingallo. Dileguerassi la mia fama antica; Fia senz'amici la mia vecchia etade. Io sederò come una grigia nube

Nell'atrio mio, senz'aspettar che torni Colla vittoria un figlio. O Morven, piangi, Oscar non sorge più, piangete eroi. E piansero, o Fingallo: alle lor alme

Era caro il guerriero; egli appariva, E svaniano i nemici; e poscia in pace Tornava asperso di letizia il volto. Padre non fu che dopo lui piagnesse

Il caro figlio in giovinezza estinto, E non fratello il suo fratel d'amore. Caddero questi senza onor di pianto, Perch'era basso il fior d'ogni guerriero.

Urla Brano al suo piè, liscialo, e geme L'oscuro Lua, ch'egli condotti spesso Seco gli avea contro i cervetti in caccia. Quando d'intorno i suoi dolenti amici

Oscar si vide, il suo candido petto S'alzò con un sospiro. I mesti accenti, Diss'egli allor, de' miei guerrieri antichi, L'urlar de' cani, l'improvvise note

Della canzon del pianto, hanno invilita L'alma d'Oscar, l'anima mia, che prima Non conoscea fiacchezza, e somigliava All'acciar del mio brando. Ossian, t'accosta,

Portami alli miei colli; alza le pietre Della mia fama; nell'angusto albergo Del mio riposo il mio corno del cervo Riponi, e la mia spada: un dì 'l torrente

Potrebbe seco trasportar la terra Della mia tomba. Il cacciator sul prato Discoprirà l'acciaro, e dirà, questa Fu la spada d'Oscarre. - E tu cadesti

Figlio della mia fama? Oscar mio figlio Non ti vedrò più mai? Quand'altri ascolta Parlar de' figli suoi, di te parola Più non udrò? Già siede in sulle pietre

Della tua tomba il musco, il vento intorno Geme, e ti piange; senza te la pugna Combatterassi, senza te nel bosco Le lievi damme inseguiransi: almeno

Guerrier dal campo, o dall'estranie terre Ritornando dirà: vidi una tomba Presso il corrente mormorio del fonte, Ove alberga un guerrier: l'uccise in guerra

Oscar, primo fra' duci, al carro nato. Io forse udrò le sue parole, e tosto Raggio di gioia avviverammi il core. Scesa saria sulla tristezza nostra

La buia notte, ed il mattin risorto Nell'ombra del dolore; i nostri duci Lì rimasti sarien, come nel Lena Fredde rupi stillanti, e la battaglia

Avrian posta in oblio, se il Re la doglia Non discacciava, e non alzava alfine La sua voce possente: i duci allora, Come scossi dal sonno, alzar la testa.

E fino a quando starem noi gemendo, Diss'ei, sul Lena? E fino a quando Ullina Si bagnerà del nostro pianto? i forti Non torneran perciò; nella sua forza

Oscar non sorgerà: cadere un giorno Deve ogni prode, ed a' suoi colli ignoto Restar per sempre. Ove son'ora, o duci, I padri nostri, ove gli antichi eroi?

Tutti già tramontar siccome stelle Che brillaro, e non sono; or sol s'ascolta Delle lor lodi il suon; ma fur famosi Nei loro giorni, e dei passati tempi

Furo il terror. Sì, passerem noi tutti, Guerrier, nel nostro dì: siam forti adunque Finché c'è dato, e dietro noi lasciamci La nostra fama, come il Sole addietro

Lascia gli ultimi raggi, allor che cela In occidente la vermiglia fronte. Vattene, Ullino, mio cantore antico; Prendi la regia nave; Oscarre in Selma

Riporta, e fa' che sopra lui di Morven Piangan le figlie: noi staremo intanto A pugnar in Erina, e a porre in seggio La schiatta di Cormano. I giorni miei

Van dechinando: la fiacchezza io sento Del braccio mio; dalle cerulee nubi Già per accorre il lor canuto figlio Piegansi i padri miei; verrò, Tremmorre,

Sì, Tremmorre, verrò; ma pria ch'io parta, S'inalzerà della mia gloria un raggio. Ebber già suo principio, avran pur fine Nella fama i miei giorni; e la mia vita

Fia torrente di luce ai dì futuri. Ullin spiegò le vele: il vento scese Dal mezzogiorno saltellon sull'onde Ver le mura di Selma; io mi restai

Nella mia doglia, e non s'udì mia voce. Cento guerrieri di Cairba estinto Erser la tomba, ma non s'alzan canti Al fero duce; sanguinosa, oscura

Era l'alma di lui: Cormano in mente Stavaci, e chi lodar potea Cairba? Scese la notte; s'inalzò la luce Di cento querce: il Re sotto una pianta

Posesi, e presso lui sedeva il duce D'Eta, d'Usnorre la canuta forza. Stava Altano nel mezzo; ei raccontocci Di Cormano la morte; Altano il figlio

Di Conacar, di Cucullin l'amico. In Temora ventosa egli abitava Col buon Corman, quando il figliuol di Semo Prese a pugnar col nobile Torlasto.

Trista fu la sua storia, e a lui sul ciglio La lagrima sorgea. Giallo era in Dora Il Sol cadente; già pendea sul piano La grigia notte; di Temora i boschi

Givano tremolando agl'incostanti Buffi del vento. In occidente alfine Si raccolse una nube, a cui fea coda Stella vermiglia. Io mi restai soletto

Nel bosco, e vidi grandeggiar nell'aria Una nera ombra: dall'un colle all'altro Si stendeano i suoi passi, aveva a lato Tenebroso lo scudo: io ravvisai

Di Semo il figlio; la tristezza io vidi Del volto suo, ma quei passò veloce Via nel suo nembo, lasciò buio intorno. Rattristossi il mio spirto; in ver la sala

M'avviai delle conche; ardean più faci, Ed i cento cantor toccavan l'arpe. Stava nel mezzo il bel Corman, vezzoso Como la scintillante mattutina

Stella, che là sul balzo d'oriente S'allegra, e scote di rugiada aspersi I giovinetti suoi tremuli raggi. Pendeva a lato del fanciullo il brando

D'Arto; ei godeasi di trattarlo, e stava Lieto mirando il luccicar dell'else. Ei di snudarlo s'attentò tre volte, E tre volte mancò: gialla sul tergo

Sventolava la chioma, e dell'etade Sulle sue guance rosseggiava il fiore Morbido e fresco: io piansi in su quel raggio Di giovinezza a tramontar vicino.

Altan, diss'ei con un sorriso, dimmi, Vedestù 'l padre mio? greve è la spada Del Re; per certo il braccio suo fu forte. Oh foss'io come lui, quando in battaglia

Sorgeva il suo furor! che unito anch'io A Cucullino, di Cantela al figlio Ito incontro sarei. Ma che? verranno Anche i miei giorni, Altan, verrà quel tempo,

Che fia forte il mio braccio. Hai tu novelle Del figliuolo di Semo? egli dovrebbe Tornar colla sua fama; ei questa notte Promise di tornare; i miei cantori

L'attendono coi canti, e sparsa intorno È la mia festa. Io l'ascoltai tacendo, E già m'incominciavan per le guance A trascorrer le lagrime; io le ascosi

Sotto il canuto crin. Ma il Re s'accorse Della mia doglia: ahimè, diss'ei, che veggio? Figlio di Conacar, caduto è forse Il re di Tura? e perché mai di furto

Escono i tuoi sospiri? e perché tergi Dagli occhi il pianto? ci vien forse incontro L'alto Torlasto, o l'aborrito suono Dell'oscuro Cairba? Ei viene, ei viene:

Veggo il tuo lutto; il re di Tura è spento. Ed io non spingerommi entro la zuffa? Ed io?... ma che? de' padri miei non posso Impugnar l'armi. Ah! se il mio braccio avesse

Di Cucullin la forza, al mio cospetto Fuggirebbe Cairba, e de' miei padri Risorgerian la fama, e fatti antichi. Ei disse, e prese in man l'arco di tasso;

Sui vivid'occhi gli scintilla il pianto. Doglia intorno s'ammuta; i cantor pendono Sulle lor arpe, i venticelli toccano Le corde, e n'esce mormorio di doglia.

S'ode da lungi lamentevol voce, Qual d'uomo afflitto. Carilo era questi, Cantore antico, che veniane a noi Dall'oscuro Slimora; egli la morte

Di Cucullin narrocci, e i suoi gran fatti. Sparsi, diss'egli, alla sua tomba intorno Stavano i suoi seguaci; a terra stese Giacciono l'armi loro, e la battaglia

Avean posta in oblio, poiché 'l rimbombo Del suo scudo cessò. Ma chi son questi, Disse il soave Carilo, chi sono Questi, che come lievi agili cervi

Volano al campo? a rigogliose piante Simili nell'altezza, hanno le guance Morbide, rubiconde, e sfavillando Balzan per gli occhi fuor le intrepid'alme.

E chi mai son, fuorché d'Usnorre i figli, I prenci d'Eta generati al carro? Tutti s'alzar del re di Tura i duci, Come vigor di mezzo spento foco,

Se d'improvviso dal deserto il vento Rapido vien sulle fischianti penne. Suona lo scudo: nell'amabil Nato Gli eroi credero di veder risorto

L'estinto Cucullin; tal girava egli I scintillanti sguardi, e tal movea Sulla pianura; la battaglia ferve Presso il Lego, preval di Nato il brando,

O re d'Erina, e lo vedrai ben tosto Nelle tue sale. - Ah potess'io vederlo, Carilo, in questo punto! allor soggiunse La di Corman rinnovellata gioia.

Ma tristo io son per Cucullin, gioconda Era al mio orecchio la sua voce; spesso Movemmo in Dora i nostri passi a caccia Delle brune cervette: ei favellava

Dei valorosi, ei mi narrava i fatti De' padri miei; fiamma di gloria intanto M'ardea nel cor: ma siedi alla mia festa, Carilo, io spesso la tua voce intesi.

Deh tu di Cucullino, e di quel forte Generoso stranier canta le lodi. Di tutti i raggi d'oriente adorno Sorse in Temora il nuovo dì; Tratino

Figlio del vecchio Gelama sen venne Dentro la sala. O re d'Erina, ei disse, Vidi una nube nel deserto: nube Da lungi ella parea, ma poi scoprissi

D'uomini un nembo: innanzi a lor s'avanza Uom baldanzoso; gli svolazza al vento La rossa chioma, al raggio d'oriente Splende lo scudo, ha in man la lancia. - E bene,

Di Temora chiamatelo alla festa, Disse il buon re d'Erina. È la mia sala La magion dei stranieri, o generoso Di Gelama figliuol: fia forse questi

Il duce d'Eta, che sen vien nel suono Della sua fama. Addio, stranier possente, Se' tu l'amico di Corman? che veggio? Carilo, oscuro ed inamabil parmi,

E trae l'acciaro. Or di', cantore antico, Questo è il figlio d'Usnor? d'Usnorre il figlio Non è questo, o Corman, ma 'l prence d'Ata. Fero Cairba dall'atroce sguardo,

Così armato perché? non far che s'alzi Il brando tuo contro un garzone. E dove Frettoloso ten corri? Ei passa muto Nella sua oscuritade, e al giovinetto

La destra afferra; il bel Corman previde La morte sua; gli arde il furor negli occhi. Scostati, o d'Ata tenebroso duce; Nato s'avanza; baldanzoso e forte

Sei nelle sale di Corman, perch'ora È debole il suo braccio. - Entra nel fianco La cruda spada al giovinetto; ei cade Là nelle sale de' suoi padri; è sparsa

La bella chioma nella polve, intorno Fuma il suo sangue. - O del magnanim'Arto Caro figlio, diss'io, cadesti adunque Nelle tue sale, e non ti fu dappresso

Di Cucullin lo scudo, e non la lancia Del padre tuo? Triste le rupi e i boschi Son or d'Erina, perché steso a terra È del popolo il duce. O benedetta

L'anima tua, Corman! Corman gentile! Così tu dunque alle speranze nostre Rapito fosti del tuo corso a mezzo? Del fier Cairba giunsero all'orecchio

Le mie parole; in tenebroso speco Ei ci racchiuse: ma d'alzar la spada Su i cantor non osò, benché il suo spirto Nero fosse e sanguigno. Ivi tre giorni

Stemmo languendo: il nobile Catmorre Giunse nel quarto, udì dalla caverna La nostra voce, ed a Cairba volse L'occhio del suo disdegno. O prence d'Ata,

Fino a quando, diss'ei, vorrai tu ancora Rendermi afflitto? a masso del deserto Rassomiglia il tuo cor: foschi e di morte Son sempre i tuoi pensier: ma pur fratello

Sei di Catmorre, ed ei combatter deve Le tue battaglie: non però lo spirto È di Catmorre all'alma tua simile, Fiacca mano di guerra. I tuoi misfatti

La luce del mio cor rendono oscura. Per tua cagion non canteranno i vati Della mia fama: essi diran, Catmorre Fu valoroso, ma pugnar sostenne

Per l'oscuro Cairba, e taciturni Sul mio sepolcro passeran, né intorno S'inalzerà delle mie lodi il suono. Orsù, Cairba, dai lor ceppi sciogli

I due cantori; se nol sai, son questi Figli de' tempi antichi, e la lor voce Farà sentirsi ai secoli futuri, Quando spenti saran d'Erina i regi.

Uscimmo alle sue voci, e lui mirammo Nella sua forza: ei somigliava appunto La giovinezza tua, Fingallo invitto, Quando la lancia primamente alzasti.

Sembrava il volto suo la liscia e piana Faccia del chiaro Sol, né nube alcuna Vedeasi errar sulle serene ciglia. Pur in Ullina co' suoi mille ei venne

Di Cairba in soccorso, e di Cairba Ei viene adesso a vendicar la morte, Re di Morven selvosa. E ben: ch'ei venga, Disse l'alto Fingallo; amo un nemico

Come Catmorre: la sua destra è forte, Magnanimo il suo cor; le sue battaglie Splendon di fama; ma la picciol'alma Sembra basso vapor, che a paludoso

Lago sovrasta, e di poggiar sui colli Non s'attenta giammai, che di scontrarsi Teme coi i venti. Entro burroni e grotte Alberga, e scocca fuor dardo di morte.

Usnor, dei duci d'Eta al carro nati La fama udisti; i garzon nostri, amico, Son nella gloria a' padri nostri uguali. Pugnano giovinetti, e giovinetti

Cadon pugnando; ma noi siam già gravi Dal peso dell'etade: ah non lasciamci Cader come tarlate e vacillanti Querce, che il vento occultamente atterra.

Mirale il cacciator colà riverse Giacer sopra il ruscello, e dice, oh vedi Come cadero! e via passa fischiando. Su, di Morven cantori, alzate il canto

Della letizia, onde nei nostri spirti Dolce s'infonda del passato oblio. Le rosse stelle risguardando stannoci, E chete chete verso il mar dechinano:

Sorgerà tosto il mattutino raggio, E di Corman da lungi ai nostri sguardi Discoprirà i nemici. Odi Fillano, Prendi l'asta del Re, vattene al cupo

Fianco di Mora: attentamente osserva Di Fingallo i nemici: osserva il corso Del nobile Catmorre. Odo da lungi Alto fragor, che rassomiglia a scrollo

Di rupe che precipita: tu picchia Ad or ad or lo scudo, onde il nemico Non s'avanzi nell'ombre, e sì di Morven Cessi la fama. O figliuol mio, comincio

Ad esser solo, e la mia gloria antica Mirar cadente, e a lei sorviver temo. Alzossi il canto: il Re sopra lo scudo Si posò di Tremmor. Sopra le ciglia

Scesegli il sonno, e ne' suoi sogni alzarsi Le sue future bellicose imprese. Dormegli intorno l'oste sua; Fillano Sta spiando il nemico; ei volge i passi

Verso il colle lontano; e tratto tratto S'ascolta il suono del percosso scudo.

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