Skip to content
1730–1808

CANTO I

Melchiorre Cesarotti

Di Tura accanto alla muraglia assiso, Sotto una pianta di fischianti foglie Stavasi Cucullin: lì presso, al balzo Posava l'asta; appiè giacea lo scudo.

Membrava ei col pensiero il pro' Cairba Da lui spento in battaglia; allor che ad esso L'esplorator dell'ocean sen venne, Moran figlio di Fiti. Alzati, ei disse,

Alzati, Cucullin: già di Svarano Veggo le navi; è numerosa l'oste, Molti i figli del mar. Tu sempre tremi, Figlio di Fiti, a lui rispose il duce

Occhi-azzurro d'Erina, e la tua tema Agli occhi tuoi moltiplica i nemici. Fia forse il re de' solitari colli, Che a soccorrer mi vien. No, no, diss'egli,

Vidi il lor duce; al luccicar dell'arme, Alla quadrata torreggiante mole Parea masso di ghiaccio: asta ei solleva Pari a quel pin che folgore passando

Disfrondato lasciò: nascente luna Sembra il suo scudo. Egli sedea sul lido Sopra uno scoglio, annubilato in volto, Come nebbia sul colle. O primo, io dissi,

Tra' mortali, che fai? son molte in guerra Le nostre destre, e forti: a ragion detto Il possente sei tu; ma non pertanto, Più d'un possente dall'eccelsa Tura

Fa di sé mostra. Oh, rispos'ei, col tuono D'un'infranta allo scoglio, e mugghiante onda, Chi mi somiglia? al mio cospetto innanzi Non resistono eroi; cadon prostrati

Sotto il mio braccio. Il sol Fingallo, il forte Re di Morven nembosa, affrontar puote La possa di Svaran. Lottammo un tempo Sui prati di Malmorre, e i nostri passi

Crollaro il bosco; e traballar le rupi Smosse dalle ferrigne ime radici; E impauriti alla terribil zuffa Fuggir travolti dal suo corso i rivi.

Tre dì pugnammo, e ripugnammo; i duci Stetter da lungi, e ne tremar. Nel quarto Vanta Fingal, che 'l re dell'oceano Cadde atterrato; ma Svaran sostenta

Ch'ei non piegò ginocchio, e non die' crollo Or ceda dunque Cucullino oscuro A lui, che nell'indomita possanza, L'orride di Malmor tempeste agguaglia.

No, gridò il duce dal ceruleo sguardo, Non cederò a vivente: o Cucullino Sarà grande, o morrà. Figlio di Fiti, Prendi la lancia mia; vanne, e con essa

Batti lo scudo di Cabar che pende Alla porta di Tura: il suo rimbombo Non è suono di pace; i miei guerrieri L'udiran da' lor colli. Ei va; più volte

Batte il concavo scudo: e colli, e rupi Ne rimbombaro, e si diffuse il suono, Per tutto il bosco. Slanciasi d'un salto Dalla roccia Curan; Conallo afferra

La sanguinosa lancia; a Crugal forte Palpita il bianco petto; e damme, e cervi Lascia il figlio di Fai. Ronnar, Lugante, Questo è lo scudo della guerra, è questa

L'asta di Cucullin: qua, qua, brandi, elmi; Compagni all'arme. Vestiti l'usbergo Figlio dell'onda: alza il sanguigno acciaro Fero Calmar. Che fai? su sorgi, o Puno,

Orrido eroe: scotetevi, accorrete Eto, Calto, Carban: tu 'l rosseggiante Alber di Cromla, e tu lascia le sponde Del patrio Lena; e tu t'avanza, o Calto,

Lunghesso il Mora, e l'agil piede impenna. Or sì gli scorgo: ecco i campion possenti Fervidi, accesi di leggiadro orgoglio. La rimembranza dell'imprese antiche

Sprona il valor natio. Son i lor occhi Fiamme di foco, e de' nemici in traccia Van dardeggiando per la piaggia i sguardi. Stan su i brandi le destre: escon frequenti

Dai lor fianchi d'acciar lampi focosi. Ciascun dal colle suo scagliossi urlando, Qual torrente montan. Brillan i duci Della battaglia nei paterni arnesi,

Precedendo ai guerrier: seguono questi Folti, foschi terribili a vedersi, Siccome gruppo di piovose nubi Dietro a rosse del ciel meteore ardenti.

S'odon l'arme stridir; s'alzan le note Del bellicoso canto: i grigi cani Le interrompono cogli urli; e raddoppiando L'indistinto fragor Cromla rintrona.

Stettersi tutti alfin sopra il deserto Prato di Lena, e l'adombrar; siccome Nebbia là per l'autunno i colli adombra, Quando oscura, ondeggiante in alto poggia.

Io vi saluto, Cucullin comincia, Figli d'anguste valli, oh vi saluto, Cacciatori di belve; a noi ben altra Caccia s'appresta, romorosa, forte

Come quell'onda che la spiaggia or fere. Dite, figli di guerra: or via, dobbiamo Pugnar noi dunque, od a Loclin la verde Erina abbandonar? Parla, Conallo,

Tu fior d'eroi, tu spezzator di scudi, Che pensi tu? più d'una volta in campo Contro Loclin pugnasti; ed or vorrai Meco la lancia sollevar del padre?

Cucullino, ei parlò, placido in volto, Acuta è l'asta di Conallo, ed ama Di brillar nella pugna, e diguazzarsi Nel sangue degli eroi: pur se la guerra

Pende la man, sta per la pace il core. Tu che alle guerre di Corman sei duce Guarda la flotta di Svaran: stan folte Sul nostro lido le velate antenne

Quanto canne del Lego; e le sue navi Sembran boschi di nebbia ricoperti, Quando gli alberi piegano alle alterne Scosse del vento; i suoi guerrier son molti:

Per la pace son io. Fingal, non ch'altri, L'incontro scanseria, Fingallo il primo, L'unico tra gli eroi, Fingal che i forti Sperde, qual turbo la minuta arena.

A lui rispose disdegnosamente Calmar figlio di Mata. E ben va', fuggi Tu pacifico eroe, fuggi, e t'inselva Tra' colli tuoi, dove giammai non giunse

Luce d'asta guerriera: ivi di Cromla I cervi insegui, ivi coi dardi arresta I saltellanti cavriol del Lena. Ma tu di Semo occhi-ceruleo figlio,

Tu delle pugne correttor, disperdi La stirpe di Loclin; scagliati in mezzo Dell'orgogliose schiere, e latra, e ruggi. Fa' che naviglio del nevoso regno

Più non ardisca galleggiar sull'onde Oscure d'Inistor. Sorgete o voi Voi d'Inisfela tenebrosi venti, Imperversate tempeste, fremete

Turbini e nembi. Ah sì, muoia Calmarre Fra le tempeste infranto, o dentro a un nembo Squarciato dall'irate ombre notturne; Muoia Calmar fra turbini e procelle,

Se mai grato gli fu suono da caccia, Quanto di scudo messaggier di guerra. Furibondo Calmar, Conal riprese Posatamente, è a me la fuga ignota;

Misi l'ale al pugnar: bench'anco è bassa La fama di Conallo, in mia presenza Vinsersi pugne, e s'atterrar gagliardi. Figlio di Semo la mia voce ascolta:

Cura ti prenda del regal retaggio Del giovine Corman; ricchezze e doni, E la metà della selvosa terra Offri a Svaran, finché da Morven giunga

Il possente Fingallo in tuo soccorso. Questo è 'l consiglio mio: che se piuttosto La pugna eleggi, eccomi pronto; e lancia Brandisco e spada; mi vedrai tra mille

Ratto avventarmi, e l'alma mia di gioia Sfavillerà nei bellicosi orrori. Sì sì, soggiunse Cucullin; m'è grato Il suon dell'armi, quanto a primavera

Tuono forier di desiata pioggia. Su dunque tosto si raccolgan tutte Le splendide tribù; sicch'io di guerra Ravvisi i figli ad un ad un schierarsi

Sulla pianura, rilucenti come Anzi tempesta il sol, qualora il vento Occidental le nubi ammassa, e scorre Il sordo suon per le morvenie querce.

Ma dove son gli amici? i valorosi Compagni del mio braccio entro i perigli? Ove se' tu Catbarre? ove quel nembo In guerra Ducomano? e tu Fergusto

M'abbandonasti nel terribil giorno Della tempesta? tu de' miei conviti Nella gioia il primier, figlio di Rossa, Braccio di morte. Eccolo; ei vien, qual leve

Cavriol de Malmorre. Addio possente Figlio di Rossa, e qual cagion rattrista Quell'anima guerriera? In su la tomba Di Catbarre, ei rispose, in questo punto

S'alzano quattro pietre, e queste mani Sotterar Ducoman, quel nembo in guerra. Catbarre, o figlio di Torman, tu eri Raggio sulle colle: o Ducoman rubesto

Nebbia eri tu del paludoso Lano, Che pel fosco d'autunno aer veleggia, E morte porta al popolo smarrito. O Morna, o tra le vergini di Tura

La più leggiadra, è placido il tuo sonno Nell'antro della rupe. Ah tu cadesti Come stella fra tenebre che striscia Per lo deserto, e 'l peregrin soletto

Di così passaggier raggio si dole. Ma di', riprese Cucullin, ma dimmi Come cadder gli eroi? cadder pugnando Per man dei figli di Loclin? qual altra

Cagion racchiude d'Inisfela i duci Nell'angusta magion? - Catbar cadeo Per man di Ducomano appo la quercia Del mormorante rio; Ducoman poscia

Venne all'antro di Tura, e a parlar prese All'amabile Morna: O Morna, o fiore Delle donzelle, a che ti stai soletta Nel cerchio delle pietre, entro lo speco?

Sei pur bella, amor mio: sembra il tuo volto Neve là nel deserto, e i tuoi capelli Fiocchi di nebbia che serpeggia, e sale In tortuosi vortici, e s'indora

Al raggio occidental. Sembran le mamme Due liscie, tonde, luccicanti pietre Che spuntano dal Brano: e le tue braccia Due tornite marmoree colonne,

Che sorgon di Fingallo entro le sale. E donde vieni? l'interruppe allora La donzelletta dalle bianche braccia: Donde ne vieni o Ducoman, fra tutti

I viventi il più tetro? oscure e torve Son le tue ciglia, ed hai gli occhi di bragia. Comparisce Svaran? di', del nemico Qual nuova arrechi, Ducomano? - O Morna,

Vengo dal colle, dal colle de' cervi Vengone a te; coll'infallibil arco Tre pur or ne trafissi, e tre ne presi Coi veltri della caccia. Amabil figlia

Del nobile Cormante, odimi: io t'amo Quanto l'anima mia: per te col dardo Uccisi un cervo maestoso; avea Alta fronte ramosa, e piè di vento.

Ducoman, ripigliò placida e ferma La figlia di Cormante: or via, non t'amo, Non t'amo, orrido ceffo; hai color di selce, Ciglio di notte. Tu, Catbar, tu solo

Sei di Morna l'amor, tu che somigli Raggio di sole in tempestoso giorno. Di', lo vedesti amabile, leggiadro Sul colle de' suoi cervi? in questa grotta

La sua Morna l'attende. E lungo tempo Morna l'attenderà, ferocemente Riprese Ducoman: siede il suo sangue Sopra il mio brando. Egli cadeo sul Brano:

La tomba io gli alzerò. Ma tu donzella Volgiti a Ducomano, in lui tu fisa Tutto il tuo core, in Ducoman che ha 'l braccio Forte come tempesta. Oimè! cadeo

Il figlio di Torman? disse la bella Dall'occhio lagrimoso; il giovinetto Dal bel petto di neve? ei ch'era il primo Nella caccia del colle? il vincitore

Degli stranier dell'oceano? Ah truce Truce sei Ducoman; crudele a Morna È 'l braccio tuo. Dammi quel brando almeno, Crudo nemico, ond'io lo stringa; io amo

Il sangue di Catbar. Diede la spada Alle lagrime sue: quella repente Passogli il petto: ei rovinò qual ripa Di torrente montan. Stese il suo braccio,

E così disse: Ducomano hai morto; Freddo è l'acciaro nel mio petto: o Morna Freddo lo sento. Almen fa' che 'l mio corpo L'abbia Moina: Ducomano il sogno

Era delle sue notti; essa la tomba Innalzerammi; il cacciator vedralla, Mi loderà: trammi del petto il brando, Morna; freddo è l'acciar. Venne piangendo;

Trassegli il brando: ei col pugnal di furto Trafisse il bianco lato, e sparse a terra La bella chioma: gorgogliando il sangue Spiccia dal fianco; il suo candido braccio

Striscian note vermiglie: ella prostesa Rotolò nella morte, e a' suoi sospiri L'antro di Tura con pietà rispose. Sia lunga pace, Cucullin soggiunse,

All'alme degli eroi: le loro imprese Grandi fur ne' perigli. Errinmi intorno Cavalcion sulle nubi, e faccian mostra De' lor guerrieri aspetti; allor quest'alma

Forte fia ne' perigli, e 'l braccio mio Imiterà le folgori del cielo. Ma tu, Morna gentil, vientene assisa Sopra un raggio di luna, e dolcemente

T'affaccia allo sportel del mio riposo, Quando cessò lo strepito dell'arme, E tutti i miei pensier spirano pace. Or delle mie tribù sorga la possa,

Alla zuffa moviam. Seguite il carro Delle mie pugne: a quel fragor di gioia Brillivi l'alma: mi sien poste accanto Tre lancie, e dietro all'anelante foga

De' miei destrier correte. Io vigor quindi Novo concepirò, quando s'offusca La mischia ai raggi del mio brando intorno. Con quel rumor, con quel furor che sbocca

Torrente rapidissimo dal cupo Precipizio di Cromla, e 'l tuon frattanto Mugge su i fianchi, e sulla cima annotta; Così vasti, terribili, feroci

Balzano tutti impetuosamente D'Inisfela i guerrier. Precede il duce, Siccome immensa d'ocean balena, Che gran parte di mar dietro si tragge.

Lungo la spiaggia ei va rotando, e a rivi Sgorga valor. L'alto torrente udiro I figli di Loclin: Svaran percosse Lo scudo, e a sé chiamò d'Arno la prole.

Dimmi, che è quel mormorio dal monte, Che par d'un sciame di notturni insetti? Scendono i figli d'Inisfela, o 'l vento Freme lungi nel bosco? in cotal suono

Romoreggia Gormal, prima che s'alzi De' flutti miei la biancheggiante cima. Poggia sul colle, o figlio d'Arno, e guata L'oscura faccia della piaggia. Andonne,

Ma tosto ritornò: tremante, ansante Sbarra gli occhi atterriti, e il cor nel petto Sentesi palpitar; son le voci Rotte, lente, confuse. Alzati, o figlio

Dell'ocean; veggo il torrente oscuro Della battaglia, l'affollata possa Della stirpe d'Erina: il carro, il carro Della guerra ne vien, fiamma di morte,

Il carro rapidissimo sonante Di Cucullin figlio di Semo. Addietro Curvasi in arco, come onda allo scoglio, Come al colle aurea nebbia: i fianchi suoi

Son di commesse colorate pietre Variati, e distinti; e brillan come Mar che di notte ad una barca intorno De' remi all'agitar lustra, e s'ingemma.

Forbito tasso è 'l suo timone, e 'l seggio Di liscio e lucid'osso: e quinci, e quindi Aspro è di lancie, e la più bassa parte È predella d'eroi: dal destro lato

Scorgesi il generoso, il ben-crinito, Di largo petto, di cervice altera, Alto-sbuffante, nitritor destriero; L'unghia sfavilla, ed i suoi sparsi crini

Sembran quella colà striscia fumosa. Sifadda ha nome, e Duronallo è l'altro, Che al manco lato del terribil carro Stassi, di sottil crin, di robusta unghia,

Nelle tempeste dell'acciar bollente Veloce corridor, figlio del colle. Mille striscie di cuoio il carro in alto Legano; aspri d'acciar bruniti freni

Nuotano luminosi in biancheggiante Corona ampia di spume, e gemmi-sparse Liscie sottili redini scorrendo Libere van su' maestosi colli

De' superbi destrieri: essi la piaggia Libano velocissimi, qual nebbia Le acquose valli, e van ferocemente Con la foga de' cervi, e con la possa

D'aquila infaticabile, che piomba Sulla sua preda, e col fragor del verno Là per le terga di Gormal nevose. Sul carro assiso alto grandeggia il duce,

Il tempestoso figlio della spada, Il forte Cucullin, prole di Semo, Re delle conche: le sue fresche guancie Lustrano a paro del mio tasso, e 'l guardo

De' cerulei suoi lumi ampio si volve Sottesso all'arco delle ciglia oscuro. Volagli fuor come vibrante fiamma Del capo il crin, mentr'ei spingesi innanzi

Crollando l'asta minacciosa: fuggi O re dell'ocean, fuggi, ei s'avanza Come tempesta. E quando mai, rispose, Mi vedesti a fuggir? quando ho fuggito,

Figlio di codardia? Che? di Gormallo Le tempeste affrontai, quando dei flutti Torreggiava la spuma; affrontai fermo Le tempeste del cielo, ed or vilmente

Fuggirò da un guerrier? Foss'ei Fingallo, Non mi si abbuieria l'alma di tema. Alzatevi, versatemivi intorno, Forti miei mille, in vorticosi giri

Qual rotante profondo: il brando vostro Segua il sentier del luminoso acciaro Del vostro duce; e dei nemici all'urto Siate quai rupi del terren natio,

Che baldanzosamente alle tempeste Godon di farsi incontro, e stendon tutti Al vento irato i tenebrosi boschi. Come d'autunno da due balze opposte

Iscatenati turbini focosi S'accavallan tra lor, così l'un l'altro S'avviluppan gli eroi; come dall'alto Di rotte rupi rotolon cadendo

Due torrenti spumosi urtansi in giostra Con forti cozzi, e giù con le miste onde Van rovinosi a tempestar sul piano; Sì romorose, procellose, e negre

Inisfela, e Loclin nella battaglia Corronsi ad incontrar: duce con duce Cambiava i colpi, uomo con uom; già scudo Scudo preme, elmetto elmo, acciar percosso

Rimbalza dall'acciaro: a brani, a squarci Spiccansi usberghi; e sgorga atro, e fumeggia Il sangue; e per lo ciel volano, cadono Nembi di dardi, e tronchi d'aste, e schegge;

Quai circoli di luce, onde s'indora Di tempestosa notte il fosco aspetto. Non mugghiar d'oceano, e non fracasso D'ultimo tuono assordator del cielo,

Può uguagliar quel rimbombo. Ancor se presso Fosservi i cento di Corman cantori, Per dar al canto le guerresche imprese, Pur di cento cantor foran le voci

Fiacche per tramandar ai dì futuri Le morti degli eroi; sì folti e spessi Cadeano a terra, e de' gagliardi il sangue Sì largo trascorrea. Figli del canto,

Piangete Sitalin; piangi, Fiona, Sulle tue piagge il grazioso Ardano. Come due snelli giovinetti cervi Là nel deserto, essi cader per mano

Del feroce Svaran; che in mezzo a mille Mugghiava sì, che il tenebroso spirto Parea della tempesta, assiso in mezzo Dei nembi di Gormal, che della morte

Del naufrago nocchier s'allegra e pasce. Né già sul fianco ti dormì la destra, Sir della nebulosa isola: molte Del braccio tuo furon le morti, e il brando

Era un foco del ciel quando colpisce I figli della valle; incenerite Cadon le genti, e tutto il monte è fiamma. Sbuffan sangue i destrier; nel sangue guazza

L'unghia di Duronal, Sifadda infrange Pesta corpi d'eroi: sta raso il campo Addietro lor, quai rovesciati boschi Nel deserto di Cromla, allor che 'l turbo

Sulla piaggia passò carco de' tetri Spirti notturni le rugghianti penne. Vergine d'Inistorre allenta il freno Alle lagrime tue, delle tue strida

Empi le balze, il biondo capo inchina Sopra l'onde cerulee, o tu più bella Dello spirto dei colli in su 'l meriggio, Che nel silenzio dei morveni boschi

Sopra d'un raggio tremulo di luce Move soavemente. Egli cadeo: È basso il tuo garzon; pallido ei giace Di Cucullin sotto la spada; e 'l core

Fervido di valor, più nelle pugne Non fia che spinga il giovinetto altero De' regi il sangue ad emular. Trenarre, L'amabile Trenar, donzella, è morto.

Empion la casa d'ululati i fidi Grigi suoi cani, e del signor diletto Veggon l'ombra passar. Nelle sue sale Pende l'arco non teso, e non s'ascolta

Sul colle de' suoi cervi il corno usato. Come a scoglio mille onde, incontro Erina Tal di Svaran va l'oste; e come scoglio Mille onde incontra, di Svaran la possa

Così Erina incontrò. Schiude la morte Tutte le fauci sue, tutte l'orrende Sue voci innalza, e le frammischia al suono Dei rotti scudi: ogni guerriero è torre

D'oscuritade, ed ogni spada è lampo. Monti echeggiano e piagge, al par di cento Ben pesanti martelli alternamente Alzantisi, abbassantisi sul rosso

Figlio della fornace. E chi son questi, Questi chi son, che tenebrosi, orrendi Vanno con tal furor? veggo due nembi, Due folgori vegg'io: turbati intorno

Sono i colli minori, e trema il musco Sull'erte cime delle rupi annose. E chi son questi mai, fuorché il possente Figlio dell'oceano, e il nato al carro

D'Erina correttor. Tengon lor dietro Spessi sul piano ed anelanti sguardi Dei fidi amici, alla terribil vista Turbati, incerti: ma già già la notte

Scende, e tra nubi i due campioni involve; E all'orribil conflitto omai dà posa. Di Cromla intanto sull'irsuto fianco Pose Dorglante i cavrioli e i cervi,

Felici doni della caccia innanzi Che lasciassero il colle i forti eroi. Cento guerrieri a raccor scope in fretta Dansi, trecento a scer le lisce pietre;

Dieci accendon la fiamma, e fuma intorno L'apprestato convito. Allor d'Erina Il generoso duce il suo leggiadro Spirito ripigliò: sulla raggiante

Lancia chinossi, e a Carilo si volse, Canuta prole di Chinfena, e dolce Figlio de' canti: E per me solo adunque S'imbandirà questo convito, e intanto

Starà il re di Loclin sulla ventosa Spiaggia d'Ullina abbrividato, e lungi Dai cervi de' suoi colli, e dalle sale De' suoi conviti? Or via, Carilo sorgi,

Porta a Svaran le mie parole: digli Che la mia festa io spargo: ei venga in queste Ore notturne ad ascoltare il suono De' miei boschetti, or che gelati, acuti

Pungono i venti le marine spume. Venga, e la dolce arpa tremante, e i canti Ascolti degli eroi. Carilo andonne Con la voce più dolce, e così disse

Al re dei bruni scudi: Esci dall'irte Pelli della tua caccia, esci, Svarano, Signor dei boschi: Cucullin diffonde La gioia delle conche, e a sé t'invita.

Vieni, o Svaran. Quei non parlò, muggio, Simile al cupo brontolio di Cromla Di tempeste forier: Quand'anche, Erina, Le giovinette tue mi stendan tutte

Le loro braccia di neve, e faccian mostra Dei palpitanti petti, e dolcemente Girino a me gl'innamorati sguardi; Fermo quai mille di Loclin montagne

Qui Svaran rimarrà, finché 'l mattino Venga co' raggi suoi dal mio oriente A rischiarar di Cucullin la morte. Grato mi freme nell'orecchio il vento

Che percuote i miei mari: ei nelle sarte Parlami, e nelle vele, e mi rimembra I verdi boschi di Gormal, che spesso A' miei venti echeggiar, quando rosseggia

La lancia mia dietro le belve in caccia. A Cucullin tu riedi: a ceder pensi L'antico trono di Cormano imbelle; O i torrenti d'Erina al nuovo giorno

Alle sue rupi mostreran la spuma Rossa del sangue del domato orgoglio. Carilo ritornò: ben, disse, è trista La voce di Svaran. Ma sol per lui,

Ripigliò Cucullin: tu la tua sciogli, Carilo intanto, e degli antichi tempi Rammenta i fatti; fra le storie e i canti Scorra la notte: entro il mio core infondi

La dolcezza del duol; che molti eroi, E molte vaghe vergini d'amore Già fioriro in Erina, e dolci all'alma Scendon le note del dolor, che s'ode

Ossian cantar là d'Albion su i monti Quando cessò la romorosa caccia, E s'arresta ad udir l'onda del Cona. Venne in Erina nei passati giorni,

Ei cominciò, dell'ocean la stirpe. Ben mille navi barcollar sull'onde Ver l'amabile Ullina. Allor s'alzaro I figli d'Inisfela, e fersi incontro

Alla schiatta dei scudi. Ivi Cairba Cima dei duci, ed ivi era pur Gruda, Maestoso garzon: già lunga rissa Ebber tra lor pel variato toro,

Che nella valle di Golbun muggia. Ciascun volealo, e fu spesso la morte Già per calar sulle taglienti spade. Pur nel gran giorno l'un dell'altro a lato

Pugnar que' prodi; gli stranier fuggiro. Qual nome sopra il colle era sì bello Quanto Gruda, e Cairba? Ah perché mai Tornò 'l toro a muggir? quelli mirarlo

Trescar bizzarro, e saltellar sul prato, Candido come neve, e si raccese L'ira dei duci: in sull'erbose sponde Del Luba essi pugnaro, e 'l maestoso

Gruda cadeo. Venne Cairba oscuro Alla valle di Tura. Ivi Bresilla, Delle sorelle sua la più leggiadra, Sedea soletta, e già pascendo il core

Coi canti della doglia. Eran suo canto Le prodezza di Gruda, il giovinetto De' suoi pensier segreti; ella il piangea Come già spento nel campo del sangue.

Pur sosteneala ancor picciola speme Del suo ritorno. Un cotal poco uscia Fuor delle vesti il bianco sen, qual luna Che da nubi trapela: avea la voce

Dolce più ch'arpa flebile gemente: Fissa in Gruda avea l'alma, era di Gruda Il suo segreto sospiretto, e il lento Furtivo sogguardar delle pupille.

Gruda quando verrai? guerriero amato Quando ritorni a me? Venne Cairba, E sì le disse: Or qua, Bresilla, prendi Questo sanguigno scudo, entro la sala

L'appendi per trofeo: la spoglia è questa Del mio nemico. Alto tremor le scosse Il suo tenero cor, vola repente Pallida, furibonda; il suo bel Gruda

Trovò nel sangue, e gli spirò sul petto. Or qui riposa la lor polve, e questi Due mesti tassi solitari usciro Di questa tomba, e s'affrettar l'un l'altro

Ad abbracciarsi con le verdi cime. Tu sul prato, o Bresilla, e tu sul colle Bello eri, o Gruda; il buon cantor con doglia Rimembrerà i tuoi casi, e co' suoi versi

Consegnerà questi amorosi nomi Alla memoria di remote etadi. Dolce è la voce tua, Carilo, e dolce Storia narrasti: ella somiglia a fresca

Di primavera placidetta pioggia, Quando sorride il sole, e volan levi Nuvole sottilissime lucenti. Deh tocca l'arpa, e fammi udir le lodi

Dell'amor mio, del solitario raggio Dell'oscura Dunscaglia; ah tocca l'arpa, Canta Bragela: io la lasciai soletta Nell'isola nebbiosa. Il tuo bel capo

Stendi tu, cara, dal nativo scoglio, Per discuoprir di Cucullin la nave? Ah che lungi da te rattienmi, o cara, L'invido mar: quante fiate, e quante

Per le mie vele prenderai la spuma Del mar canuto, e ti dorrai delusa! Ritirati, amor mio; notte s'avanza, E 'l freddo vento nel tuo crin sospira.

Va' nella sale de' conviti miei A ricovrarti, e alle passate gioie Volgi il pensier; che a me tornar non lice, Se pria non cessa il turbine di guerra.

Ma tu fido Conal, parlami d'arme, Parla di pugne, e fa' m'esca di mente, Che troppo è dolce, la vezzosa figlia Del buon Sorglan, l'amabile Bragela

Dal bianco sen, dalle corvine chiome. Figlio di Semo, ripigliò Conallo A parlar lento, attentamente osserva Del mar la stirpe; i tuoi guerrier notturni

Manda all'intorno, e di Svaran la possa Statti vegliando. Il pur dirò di nuovo, Per la pace son io, finché sia giunta La schiatta del deserto, e che qual sole

L'alto Fingallo i nostri campi irraggi. Cucullin s'acchetò, colpì lo scudo Di scolte ammonitor; mossersi tosto I guerrier della notte, e su la piaggia

Giacquero gli altri al zufolar del vento. L'ombre de' morti intanto ivan nuotando Sopra ammontate tenebrose nubi; E per lo cupo silenzio del Lena

S'udiano ad or ad or gemer da lungi Le fioche voci e querule di morte.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
CANTO I · Melchiorre Cesarotti · Poetry Cove