Il conte Orlando il corno a bocca pose, Sì come a l'altro canto io vi lasciai, Ché trare al fine in tutto se dispose L'alte aventure, e non posarsi mai
Sin che quelle opre sì meravigliose Che apparevano al suon, come contai, Non fussero apparite tutte quante; Però suonava quel segnor de Anglante.
Tanto suonava, che al suonar si stanca Quel vago corno il cavallier ardito. Nulla d'intorno appare e il giorno manca, E già temeva lui d'esser schernito,
Quando una cucciarella tutta bianca Gionse latrando nel prato fiorito; Il conte alla cuccietta pone cura, Dicendo: "Dio me doni alta ventura!
Tanta fatica adunque e tanto stento Aver durato me incresce per certo; Ma tardo ormai ed indarno mi pento, Ch'indarno un tanto affanno aggio sofferto.
È questo ciò che me die' far contento? È questo il guidardone? È questo il merto, Qual promise la dama in abandono, Che doveva apparire al terzo suono?"
Così dicendo ratto si voltava Per girne altrove, tutto disdegnoso; Il conte il corno per terra gettava E via fugiva a corso roinoso.
Ma la donzella a gran voce il chiamava: - Aspetta, aspetta, baron valoroso! Ché non è al mondo re né imperatore, Che abbia ventura di questa maggiore.
Ascolta adunque il mio parlar, che spiana Di questa cucciarella il bel lavoro. Una isoletta non molto lontana Ha il nome ed ha lo effetto del tesoro;
Ivi è una fata, nomata Morgana, Che alle gente diverse dona l'oro; Quanto per tutto il mondo or se ne spande, Convien che ad essa prima se dimande.
Lei sotto terra il manda a l'alti monti, Dove se cava poi con gran fatica; E ne' fiumi l'asconde e dentro a' fonti, E in India, dove il coglie la formica.
Abada e guarda ben che sian disgionti, Che ciascaduno un pesce ne nutrica; E vo' che sappi il nome per ragione: Timavo è l'uno, e l'altro è il carpione.
Questi due pesci viveno d'ôr fino. Ora, per seguitar la mia novella, Dico che ogni metallo ha in suo domìno De oro e de argento Morgana la bella;
Ed è venuto per questo confino Da lei mandata quella cucciarella Per farte sempre in tua vita beato, Poiché tre volte il suo corno hai suonato.
Ché non fo al mondo mai più cavalliero, Qual lo suonasse la seconda volta, Benché molti provarno tal mestiero, Ma sempre a tutti fu la vita tolta.
Or lascia adunque ogni tristo pensiero, Franco barone, e il mio parlare ascolta, Accioché sappi la cosa compiuta, Perché la cuccia al corno sia venuta.
Morgana, della quale io t'ho parlato, Quale è regina delle cose adorne, Ha per il mondo un suo cervo mandato, Che ha bianco il pelo e d'oro ambe le corne.
Quel per incanto a modo è fabricato, Che in alcun loco mai non si soggiorne, Ma sempre, via fuggendo a meraviglia, Cerca la terra e non trova chi 'l piglia.
Né se potrebbe per forza pigliare, Senza l'aiuto di quella cuccietta; Lei primamente lo sa ritrovare, Poi lo caccia cridando con gran fretta.
Conviensi quella voce seguitare, Perché lor van legier come saetta; La cuccia il caccia in pista con tempesta Sei giorni integri, e al settimo s'arresta.
Perché quel giorno, giongendo alla fonte Dove se tuffa il cervo pauroso, Quivi si prende senza oltraggio ed onte, E fa il suo cacciatore aventuroso,
Però che muta e corni dalla fronte Sei volte il giorno, e ciascuno è ramoso Di trenta bronchi; e la rama distesa Con bronchi insieme cento libre pesa.
Sì che tanto tesoro adunarai, Come abbi preso quel cervo afatato, Che ne serai contento sempre mai, Se la ricchezza fa l'omo beato.
Forse che ancor l'amore acquisterai Di quella fata che t'aggio contato: Dico Morgana da quel viso adorno, Più bella assai che 'l sole in mezo il giorno. -
Orlando sorridendo l'ascoltava Ed a gran pena la lasciò finire, Perché esso le ricchezze non curava, Qual gli ebbe la donzella a proferire,
Sì che rispose: - Dama, non mi grava Avermi posto a rischio de morire, Però che di periglio e di fatica L'onor de cavallier sol se nutrica.
Ma l'acquisto de l'oro e de l'argento Non m'avria fatto mai il brando cavare; Però chi pone ad acquistar talento, Lui se vôl senza fine affaticare;
E come acquista più, manco è contento, Né si può lo appetito saziare; Ché qualunche n'ha più, più ne desia: Adunque senza capo è questa via.
Senza capo è la strata ed infinita, De onore e de diletto al tutto priva. Chi va per essa, a caminar s'aita, Ma dove gionger vôl, mai non ariva;
Sì che la voglio al tutto aver smarita, Né gli vo' caminar per sin ch'io viva; E accioché meglio intendi il mio parlare, Dico che 'l cervo non voglio cacciare.
Prendi il tuo corno, ch'io lascio ad altrui Questa ventura di tanta ricchezza, Perch'io ora non sono e mai non fui Da cortesia libroito e gentilezza;
E vile e discortese è ben colui Qual la sua dama più che 'l cor non preza; Ed io so che m'aspetta or la mia dama, E parmi odir la voce che mi chiama.
(Ben me ricorda come io la lasciai Con guerra nella rocca assediata: Ora che indovinar me sapria mai Come sia quella zuffa aterminata?
Il campo e la battaglia abandonai Per seguire Agrican quella giornata; E combatteva l'una e l'altra gente, Sì che non so di lor chi sia perdente.) -
Così con seco istesso ragionava Il conte, assai pensoso ne la ciera, E la donzella alla croppa invitava, La qual pur vi salì mal volentiera.
Lasciò quell'altra, e già via caminava; Ecco ad un ponte, sopra una rivera, Passava un cavalliero in vista arguta: Cortesemente Orlando lo saluta.
Ma il cavallier, che vide la donzella, Ben presto la cognobbe nel sembiante, Che questa è Leodilla, quella bella, Quale è figliola del re Manodante;
Onde ad Orlando subito favella Con minaccevol voce ed arrogante: - Questa è mia dama, che robbata m'hai! Presto la lascia, o presto morirai. -
- Se l'è tua, - disse il conte - e tua si sia, Ché già per lei non voglio prender brica; Totila, per Macone! e vanne via, Che me pare alle spalle aver l'ortica;
E te ringrazio di tal cortesia, Poi che me assolvi di tanta fatica. Con essa ove te piace ne puoi gire, Pur che con meco non voglia venire. -
Il cavalliero, odendo il ragionare Che facea Orlando, di tanta viltade, Qual ne la vista sì feroce appare, Gran meraviglia ne ebbe in veritade.
Prese la dama, e senza altro parlare Via caminarno per diverse strade; L'uno a levante ad Albraca ne gia, L'altro a ponente verso Circasia.
Ordauro era nomato il cavalliero, Questo che al conte la donzella tolse, Né tolta già l'avria per esser fiero, Ma perché Orlando contrastar non volse,
Quale avea ad Angelica il pensiero; Però dalla battaglia se disciolse, E parli più d'uno anno ciascuna ora, Che arivi dove Angelica dimora.
Lasciamo lui che ben forte camina, Ch'io vo' seguir la zuffa dolorosa, Qual più sempre s'accende a gran ruina, Né mai se vide più terribil cosa.
Vedevasi Marfisa la regina Di qua di là voltar sì furiosa, Perché Aquilante e 'l suo fratel pregiato La combatteano atorno in ciascun lato.
E vedeasi il feroce fio de Amone, Ferito crudelmente e sanguinoso, Cacciare il re Adriano e Chiarione; Vedevasi Torindo valoroso
Combatter contra Oberto dal Leone: Stavasi Trufaldin solo in riposo. Questo ne l'altro canto io vi contai: Ora voglio finir quel ch'io lasciai.
Come andasse la cosa in su quel piano De le tre zuffe, vi voglio contare. Sì come io dissi, Trufaldin villano Stava da libroe la guerra a guardare;
E quando Chiarione ed Adriano Cominciâr per Ranaldo a rinculare, Come colui che avea molta paura Ne la rocca fuggì dentro alle mura.
Ranaldo non lo vide in su quel ponto, Ché certamente non serìa campato, Ben presto Rabican l'avrebbe gionto; Ma tanto era alla zuffa riscaldato,
Che nol vide libroir, come io vi conto; Ma solo il vide alla porta arivato, E, vòlto ai duo baron, con gran furore Disse: - Fuggito è pur quel traditore.
Sì che ascoltati quel che vi vo' dire, E procurati metterlo ad effetto, Se non voleti al presente morire, Ché ben ve occiderò senza rispetto;
Ma se me prometteti far venire Con voi doman nel campo il maledetto, Voglio che questa guerra cominciata Or sia fornita per questa giornata.
E tutti voi, che aveti la difesa Del vostro glorioso Trufaldino, Come serà del sol la luce accesa, Verriti giù nel campo al bel matino
E quivi finirà nostra contesa, E morirà quel perfido assassino; O veramente ch'io vi serò morto, Se Dio dal dritto non riguarda il torto. -
Queste parole diceva Ranaldo, Ed altro ch'io non curo arricontare; Onde l'accordo fo fatto di saldo, A benché con Marfisa fo da fare,
Perché essa aveva il core acceso e caldo, Né la battaglia mai volse lasciare, Sin che Aquilante non giura e Grifone Tornar per l'altro giorno alla tenzone,
E mantener battaglia per un giorno, Sin che serà nel mare il sole ascoso. Così dentro alla rocca fier' ritorno Ciascun barone afflitto e doloroso,
E non avevan pezzo d'arme intorno Che non fosse percosso e sanguinoso; Né stavan quei di fuori ad altra guisa, Ranaldo e il Turco e la forte Marfisa.
Ciascuno attese con solenne cura A sua persona ed a sua guarnisone. Quei della rocca tutti avean paura, Fuor che Aquilante e l'ardito Grifone;
E ragionavan della guerra dura, Come era stato ciascun compagnone. Diceva Astolfo: - Orlando è stravestito; In tal forma ha ogniom de voi schernito. -
- Non, - rispose Aquilante, - tu non sai Che 'l cavalliero è il sir de Montealbano. Noi lo pregammo con parole assai Che non venisse con noi alle mano;
Ma lui non se lasciò parlar giamai, Tanto è feroce e di cor subitano; E così domattina a l'altra guerra O noi, on esso andrà morto alla terra. -
Rispose Astolfo: - E' t'è male incontrato, Ché ad ogni modo rimarrai perdente, Perché io me trovarò da l'altro lato, E vado da Ranaldo incontinente.
Quando nel campo me vedriti armato, So ben che non voriti per niente, Né serà alcun di voi tanto sicuro, Che esca tre passi fuor longe dal muro. -
Rise Aquilante che lo cognoscia, Ed al duca rispose: - Alla bon'ora, Dapoi che esser convene, e così sia! - Astolfo non fie' già lunga dimora,
Ché della rocca fuora se ne uscia; Né oscurato era in tutto il giorno ancora, Quando e cugini insieme se trovaro, E con gran festa insieme se abracciaro.
Lasciamo questi insieme al pavaglione, Che se posarno insino alla matina, E ritornamo al fio di Melone, Qual con gran voluntà sempre camina,
Tanto che ad Albracà gionse al girone; E già il sole alla sera se dichina, Quando quel cavallier cotanto forte Gionse alla rocca dentro dalle porte.
E già non par che venga dalla danza; L'arme ha spezzato ed è senza cimiero, Arsa è la sopravesta, e non ha lanza E non ha scudo l'ardito guerrero;
Ma pur mostrava ancor grande arroganza, Tanto superbo avea lo aspetto fiero, E qualunche il mirasse in su Baiardo Direbbe: Questo è il fior d'ogni gagliardo.
Come fo gionto dentro a l'alta rocca, Angelica la bella l'incontrava. Lui salta de l'arcion, che nulla tocca; La dama di sua mano il disarmava,
E nel trargli de l'elmo il bacia in bocca: Non dimandati come Orlando stava; Ché, quando presso si sentì quel viso, Credette esser di certo in paradiso.
Avea la dama un bagno apparecchiato, Troppo gentile e di suave odore, E di sua mano il conte ebbe spogliato, Baciandol spesse fiate con amore.
Poi l'ungiva d'uno olio delicato, Che caccia de la carne ogni livore; E quando la persona è afflitta e stanca, Per quel ritorna vigorosa e franca.
Stavasi 'l conte quieto e vergognoso, Mentre la dama intorno il maneggiava; E benché fosse di questo gioioso, Crescere in alcun loco non mostrava.
Intra nel fine in quel bagno odoroso, E sé dal collo in giù tutto lavava, E poi che asciutto fu, con gran diletto Per poco spazio se colca nel letto.
E dopo questo la donzella il mena Intro una ricca zambra ed apparata, Dove posarno con piacere a cena, Ché vi era ogni vivanda delicata.
Nel fin la dama con faccia serena, Standosi al collo a quel conte abracciata, Lo prega e lo scongiura con bel dire Che d'una cosa la voglia servire.
- D'una sol cosa, il mio conte, - dicia - Fammi promessa, e non me la negare, Se vôi che più sia tua ch'io non son mia, Ché a tal servigio me puoi comparare;
Né creder che aggia tanta scortesia, Che da te voglia quel che non puoi fare; Ma sol cheggio da te che per mio amore Mostri ad un giorno tutto il tuo valore.
E che non abbi al mondo alcun riguardo, Ma ch'io veda di te l'ultima prova, Perch'io starò a veder se sei gagliardo, Né creder che d'adosso occhio te mova,
Sin che a terra non vada ogni stendardo De la gente che in campo se ritrova; E ben so che farai ciò, se tu vôi, Perché io conosco quel che vali e pôi.
Una dama feroce, arabiata, Qual venne col mio patre in mia diffesa, Senza cagione alcuna è ribellata, Di mal talento e di furore accesa;
Come vedi, m'ha quivi assediata, E, se tu non me aiuti, io serò presa Da la crudel, che tanto odio mi porta Che con tormento e strazio serò morta. -
Così disse la dama, e lacrimando Il viso al cavallier tutto bagnava. Apena se ritenne il conte Orlando Che alor alora tutto se armava;
E rispondea niente, e fulminando Gli occhi abragiati d'intorno voltava. Poi che la furia fu passata un poco Il volto a lei rivolse, e parea foco:
Né già puote la dama sofferire Di riguardare alla terribil faccia. Dissegli il conte: - Dama, a te servire Mi reputo dal cel a tanta graccia;
E quella dama che me avesti a dire, Fia da me morta, o presa, o messa a caccia; E quando fosse il mondo tutto quanto Con seco armato, ancor de ciò me vanto. -
Rimase assai contenta la donzella Veggendo il proferir di quel barone, Ché ben sapea quel che lui vale in sella. Frutti e confetti di molta ragione
Furno portati a quella zambra bella; Gionsero in questa Aquilante e Grifone, E ciascun con Orlando fo abracciato; Angelica di poi tolse combiato.
Ella se libroe zoiosa e festante Per la promessa di quel cavalliero, Tanto superba di cotale amante, Che di Marfisa più non ha pensiero.
Come libroita fu, disse Aquilante Al conte Orlando: - Il ti farà mestiero Domane esser gagliardo sopra il piano, Perché avrai contra il sir de Montealbano.
Egli è venuto e non so la cagione, Ma fuor de l'intelletto al tutto pare, Ché tutti quanti qua dentro al girone Ci ha preso con vergogna a disfidare.
Io lo pregai, ed ancora Grifone, Ma lui non si lasciò giamai parlare, Né dir se li può mai ragion che vaglia, Onde c'è forza far seco battaglia. -
- Sai certo che 'l sia desso, - disse Orlando - E che per lui non abbi altro avisato? - Disse Aquilante: - A Dio mi racomando, Stato son seco a fronte e gli ho parlato,
E combattei con lui brando per brando; E tu me stimi tanto smemorato, E sì fuor d'intelletto e di ragione, Ch'io non cognosca Ranaldo d'Amone? -
Grifone quel medesimo dicia, Che senza dubio alcun l'ha cognosciuto; E quando il conte tal cosa intendia, Tutto cambiosse nel sembiante arguto,
E prese nel pensier gran zelosia, Che qua non fusse Ranaldo venuto Sol per amor de Angelica la bella; Onde gran doglia dentro il cor martella.
Presto dette combiato ai duo germani, E ne la zambra se chiuse soletto, E giva intorno stringendo le mani, Ardendo di gran sdegno e di dispetto;
E con lamenti e con sospiri insani Senza spogliarse se gettò sul letto, Ove con pianti e dolente parole In cotal forma si lamenta e dole:
"Ahi vita umana, trista e dolorosa, Nella qual mai diletto alcun non dura! Sì come a la giornata luminosa Vien drieto incontinente notte oscura;
Così non fu giamai cosa gioiosa, Che non fusse meschiata di sventura; Ma ogni diletto è breve e via trapassa, La doglia sempre dura e mai non lassa.
E questo si può dir per me, tapino, Qual con tanto piacere e tanto onore Accolto fui da quel viso divino, Ch'io non credetti aver più mai dolore;
Ma poi fu ciò per farme più meschino, E che la pena mia fusse maggiore; Ché perder l'acquistato è maggior doglia, Che il non acquistar quel de che s'ha voglia.
Io son venuto nella fin del mondo Per l'amor d'una dama conquistare, Ed ebbi iersira un giorno sì iocondo, Quanto m'avria saputo imaginare:
Non vôl Fortuna ch'io gionga al secondo, Perché Ranaldo me viene a sturbare. E ben cognosce Iddio, ch'egli ha gran torto: Ma certo l'un de noi rimarrà morto.
Sempre a mia possa l'aggio favorito Nella gran corte de lo imperatore; E mille volte che è stato bandito, L'ho ritornato in grazia al mio segnore.
Lui amato non m'ha né reverito; Pur, a sua onta, io son di lui maggiore, Ché egli è di piccol terra castellano, Ed io son conte e senator romano.
Lui non mi porta amore o riverenza, Bench'io m'abbia de ciò poco a curare, E sempre io volsi che la mia prudenza La sua pacìa dovesse temperare;
Or romper mi convien la pacienza, Ché a tal taglier non puon duo giotti stare, Sì che finirla io son deliberato, Ché compagnia non vôle amor né stato.
Se lui campasse, egli ha tanta malizia, Ch'io resterebbi di mia vita privo; Lui sa del lusingare ogni tristizia, E più che alcun demonio egli è cattivo;
E se io volessi alciare una pelizia Di donna, io non serìa morto né vivo: Se lei non m'insegnasse o desse ardire, Cominciar non saprebbi io né finire.
Ché! dico io, adunque fia abattuta La lunga parentezza ed amistade, Che fu da' nostri antiqui mantenuta? Mal faccio, e lo cognosco in veritade;
Ma da dritta ragione amor mi muta, E fia libroita al tutto con le spade Nostra amistade antiqua e parentella, E l'amor nostro di questa donzella."
Così col cor di doglia tutto ardente Il conte seco stesso ragionava, E quella notte non dormì niente, Ma spesso a ciascun lato si voltava.
Il tempo via trapassa e lui non sente, Ma la luna e le stelle biasimava, Che al suo occidente non faccian ritorno Per donar loco al luminoso giorno.
Più de tre ore avanti al matutino Il conte a gran ruina fu levato; Una tempesta sembra il paladino, Passeggiando d'intorno tutto armato.
L'elmo ha d'Almonte, che fu tanto fino, E Durindana il suo buon brando a lato; Giù nella stalla va il conte gagliardo, E ben guarnisce il bon destrier Baiardo.
E su ritorna nella rocca ancora, Guardando se il giorno esce a l'oriente, E non può comportar nulla dimora, Ma rodendo si va l'ongie col dente.
Ora andati, segnori, alla bona ora, Perché io riservo nel canto sequente Un smisurato assalto ed inumano, Qual fu tra il conte e il sir de Montealbano.
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