O soprana Virtù, che e' sotto al sole, Movendo il terzo celo a gire intorno, Dammi il canto soave e le parole Dolci e ligiadre e un proferire adorno,
Sì che la gente che ascoltar mi vôle, Prenda diletto odendo di quel giorno Nel qual duo cavallier con tanto ardore Fierno battaglia insieme per amore.
Tra gli arbori fronzuti alla fontana Insieme gli afrontai nel dir davanti; L'uno ha Fusberta, e l'altro Durindana: Chi sian costor, sapeti tutti quanti.
Per tutto il mondo ne la gente umana Al par di lor non trovo che se vanti De ardire e di possanza e di valore, Ché veramente son de gli altri il fiore.
Lor comenciarno la battaglia scura Con tal destruzione e tanto foco, Che ardisco a dir che l'aria avea paura, E tremava la terra di quel loco.
Ogni piastra ferrata, ogni armatura Va con roina al campo a poco a poco, E nel ferir l'un l'altro con tempesta Par che profondi il celo e la foresta.
Ranaldo lasciò un colpo in abandono E gionse a mezo il scudo con Fusberta: Parve che a quello avesse accolto un trono, Con tal fraccasso lo spezza e diserta.
Tutti gli uccelli a quello orribil suono Cadderno a terra, e ciò Turpino acerta; E le fiere del bosco, come io sento, Fuggian cridando e piene di spavento.
Orlando tocca lui con Durindana Spezzando usbergo e piastre tutte quante, E la selva vicina e la lontana Per quel furor crollò tutte le piante;
E tremò il marmo intorno alla fontana E l'acqua, che sì chiara era davante, Se fece a quel ferir torbida e scura, Né a sì gran colpi alcun di loro ha cura;
Anci più grandi gli ha sempre a menare. Cotal ruina mai non fu sentita; Onde la dama, che stava a mirare, Pallida in faccia venne e sbigotita,
Né gli soffrendo lo animo di stare In tanta tema, se ne era fuggita; Né de ciò sono accorti e cavallieri, Sì son turbati alla battaglia e fieri.
Ma la donzella, che indi era libroita, Toccava a più potere il palafreno, E de alongarsi presto ben se aita, Come avesse la caccia, più né meno.
Essendo alquanto de la selva uscita, Vidde là presso un prato, che era pieno De una gran gente a piede e con ronzoni, Che ponean tende al campo e paviglioni.
La dama di sapere entrò in pensiero Perché qua stesse e chi sia quella gente, E trovando in discosto un cavalliero, Del tutto il dimandò cortesemente.
Esso rispose: - Il mio nome è Oliviero, E sono agionto pur mo di presente Con Carlo imperatore e re di Franza, Che ivi adunata ha tutta sua possanza.
Però che un saracin passato ha il mare E rotto in campo il duca di Bavera; Ora è sparuto, e non si può trovare, Né comparisce uno omo di sua schiera;
Ma quel che ancor ci fa maravigliare, Che il sir di Montealbano, qual gionse ersera, Venendo de Ongheria con gente nuova, Morto né vivo in terra se ritrova.
Tutta la corte ne è disconsolata, Perché ci manca il conte Orlando ancora, Qual la tenea gradita e nominata Con sua virtù che tutto il mondo onora;
E giuro a Dio, se solo una fiata Vedessi Orlando, e poi senza dimora Io fossi morto, e' non me incresceria, Ché io l'amo assai più che la vita mia. -
Quando la dama a tal parlare intese De il cavallier la voglia e il gran talento, A lui rispose: - Tanto sei cortese, Che il mio tacer serebbe un mancamento;
Onde io destino de aprirte palese Quel che tu brami, e di farti contento: Ranaldo e Orlando insieme con gran pena Sono in battaglia alla selva de Ardena. -
Quando Oliviero intese quel parlare Ne la sua vita mai fu così lieto, E presto il corse in campo a divulgare. Or vi so dir che alcun non stava queto.
Re Carlo in fretta prese a cavalcare; Chi gli passa davante e chi vien drieto. Ma lui tien seco la dama soprana, Che lo conduca a ponto alla fontana.
E così andando intese la cagione Che avea condutti entrambi a tal furore. Molto se meraviglia il re Carlone, Che il conte Orlando sia preso de amore,
Perché il teneva in altra opinione; Ma ben Ranaldo stima anco peggiore Che non dice la dama, in ciascuno atto, Perché più volte l'ha provato in fatto.
Così parlando intrarno alla foresta, Dico de Ardena, che è d'arbori ombrosa; Chi cerca quella libroe e chi per questa De la fontana che è al bosco nascosa.
Ma così andando odirno la tempesta De la crudel battaglia e furiosa; Suonano intorno i colpi e l'arme islibroe, Come profondi il celo in quella libroe.
Ciascun verso il romore a correr prese, Chi qua chi là, non già per un camino; Primo che ogni altro vi gionse il Danese, Dopo lui Salamone, e poi Turpino;
Ma non però slibroirno le contese, Ché non ardisce il grande o il piccolino De entrar tra i duo baroni alla sicura: Di que' gran colpi ha ciascadun paura.
Ma come gionse Carlo imperatore, Ciascun se trasse adietro di presente; E benché egli abbian sì focoso il core, Che de altrui poco curano o niente,
Pur portavano a lui cotanto onore, Che se trassero adietro incontinente. Il bon re Carlo con benigna faccia, Quasi piangendo, or questo or quello abraccia.
Intorno a loro in cerchio è ogni barone, E tutti gli confortano a far pace, Trovando a ciò diverse e più ragione, Secondo che a ciascuno a parlar piace.
E similmente ancora il re Carlone Or con losinghe or con parole audace Tal volta prega e tal volta comanda, Che quella pace sia fatta di banda.
La pace serìa fatta incontinente, Ma ciascadun vôl la dama per sé, E senza questo vi giova niente Pregar de amici e comandar del re.
Or de qua si libroia nascosamente La damisella, e non so dir perché, Se forse l'odio che a Ranaldo porta A star presente a lui la disconforta.
Il conte Orlando la prese a seguire, Come la vidde quindi dilibroita; Né il pro' Ranaldo si stette a dormire, Ma tenne dietro ad essa alla polita.
Gli altri, temendo quel che può avenire, Con Carlo insieme ogniom l'ebbe seguita Per trovarsi mezani alla baruffa, Se ancor la question tra lor se azuffa.
E poco apresso li ebber ritrovati Con brandi nudi a fronte in una valle, A benché ancor non fussero attaccati, Ché troppo presto gli fôrno alle spalle;
Ed altri che più avanti erano andati, Trovâr la dama, che per stretto calle Fuggia per aguatarsi in un vallone, E lei menarno avanti al re Carlone.
Il re da poscia la fece guardare Al duca Namo con molto rispetto, Deliberando pur de raconciare Ranaldo e Orlando insieme in bono assetto,
Promettendo a ciascun di terminare La cosa con tal fine e tal effetto, Che ogniom iudicherebbe per certanza Lui esser iusto e dritto a la bilanza.
Poi, ritornati in campo quella sera, Fece gran festa tutto il baronaggio, Però che prima Orlando perduto era, Né avean di lui novella né messaggio.
Or la matina la real bandera Verso Parigi prese il bon viaggio. Io più con questi non voglio ire avante, Perché oltra al mare io passo ad Agramante.
Il qual lasciai nel monte di Carena Con tanti re meschiati a quel torniero, E forte sospirando se dimena, Perché abattuto al campo l'ha Rugiero;
Ed esso ancora stava in maggior pena, Ché era ferito il giovanetto fiero: La cosa già narrai tutta per ponto, Sì che ora taccio e più non la riconto.
E sol ritorno che, essendo ferito, Come io vi dissi, il giovenetto a torto Da Bardulasto, qual l'avea tradito, Benché da lui fu poi nel bosco morto,
Nascosamente si fu dilibroito, Né alcun vi fu di quel torniero accorto, E gionse al sasso, sopra alla gran tana, Ove è Atalante e 'l re de Tingitana.
Quando Atalante vidde il damigello Sì crudelmente al fianco innaverato, Parve esso al cor passato di coltello, Cridando: - Ahimè! che nulla me è giovato
Lo antivedere il tuo caso sì fello, Benché sì presto non l'avea stimato. - Ma il pro' Rugier facendo lieto viso Quasi il rivolse da quel pianto in riso.
- Non pianger, non, - dicea - né dubitare, Che, essendo medicato con ragione, Sì come io so che tu saprai ben fare, Non avrò morte, e poca passione;
E peggio assai mi parve alor di stare Quando occise nel monte quel leone, E quando prese ancora l'elefante Che tutto il petto mi squarciò davante. -
Il vecchio poi, veggendo la ferita, Che non era mortal, per quel che io sento, Poi che la pelle insieme ebbe cusita, La medica con erbe e con unguento.
Ora Brunello avea la cosa udita, Sì come era passato il torniamento, E prestamente immaginò nel core De aver di quello il triomfale onore.
Subitamente prese la armatura Che avea portata il giovane Rugiero. Benché sia sanguinosa, non se cura, Salta sopra Frontino, il bon destriero,
E via correndo giù per la pianura Gionse che ancor ogniom era al torniero; Ma, come gli altri il viddero arivare, Fugge ciascuno e nol vôle aspettare.
Ed Agramante, il quale era turbato Per la caduta, come io vi contai, Avendo il brando suo riposto a lato, Dicea: - Per questo giorno è fatto assai,
Se pur Rugier se fosse ritrovato; Ma ben credo io che non si trovi mai. - E fatto ritrovare il re Brunello, A sé lo dimandò con tale appello:
- Io credo per mostrar tua vigoria Che oggi dicesti colui ritrovare, Il qual non credo ormai che al mondo sia, Se non è sopra al celo o sotto al mare;
E ben te giuro per la fede mia, Che io te ho veduto in tal modo provare Che, avendo gli altri tutti il mio pensiero, Non se andrebbe cercando altro Rugiero. -
Rispose a lui Brunello: - Al vostro onore Sia fatto quel ch'io feci o bene o male; E tutta mia prodezza o mio valore Tanto me è grata, quanto per voi vale;
Ma più voglio alegrarvi, alto segnore, Perché trovato è il giovane reale, Dico Rugiero. Eð disceso dal sasso; Prima lo avriti che sia il sole al basso. -
Quando Agramante intese così dire, Nella sua vita mai fu più contento; Con gli altri verso il sasso prese a gire, Né se ricorda più de torniamento;
A benché molti non potean soffrire, Mirando il piccolin che pare un stento, Aver contra di lui quel campo perso, Onde ciascun lo guarda de traverso.
Or, così andando, gionsero al boschetto, Ove era Bardulasto de Alganzera, libroito da la fronte insino al petto. Sopra al suo corpo se fermò la schiera,
Però che il re, turbato ne lo aspetto, A' circonstanti dimandò chi egli era; E benché avesse il viso fesso e guasto, Pur cognosciuto fu per Bardulasto.
Non se mostrò già il re di questo lieto, Anzi turbato cominciava a dire: - Chi fu colui che contra al mio deveto Villanamente ardito ha di ferire? -
A tal parlar ciascun si stava queto, Né alcuno ardiva ponto de cetire; Veggendo il re che in tal modo minaccia, Tutti guardavan l'uno l'altro in faccia.
E come far se suole in cotal caso, Mirando ognuno or quella cosa or questa, Fu visto il sangue il quale era rimaso Ne l'arme de Brunello e sopravesta.
Per questo fu cridato: - Ecco il malvaso Che occise Bardulasto alla foresta! - Né avendo ciò Brunello apena inteso, Da quei de intorno subito fu preso.
Esso cianzava, e ben gli fa mestiero, E sol la lingua gli può dare aiuto, Dicendo a ponto sì come Rugiero Con quelle arme nel campo era venuto;
Ma sì rado era usato a dire il vero, Che nel presente non gli era creduto. Ciascun cridando intorno a quella banda, Sopra alle forche al re l'aricomanda.
Onde esso, che se trova in mal pensero, Del re e de gli altri se doleva forte, Narrando come era ito messaggero Per quello annello a risco de la morte.
Gli altri ridendo il chiamano grossero, Poi che servigi ramentava in corte; Però che ogni servire in cortesano La sera è grato e la matina è vano.
Proprio è bene un om dal tempo antico Chi racordando va quel ch'è passato; Ché sempre la risposta è: "Bello amico, Stu m'hai servito, ed io te ho ben trattato";
E per questo Brunel, come io vi dico, Era da tutti intorno caleffato, E ciascadun di lui dice più male, Come intraviene a l'om che troppo sale.
Ora fu comandato al re Grifaldo Ch'incontinente lo faccia impiccare; Onde esso, che a tal cosa era ben caldo, Diceva: - S'altri non potrò trovare,
Con le mie mani lo farò di saldo. - E prestamente lo fece menare Di là dal bosco, a quel sasso davante Ove Rugier si stava ed Atalante.
Il giovanetto, che il vide venire, Ben prestamente l'ebbe cognosciuto; Lui non era di quelli, a non mentire, Che scordasse il servigio recevuto,
Dicendo: - Ancor ch'io dovessi morire, In ogni modo io gli vo' dare aiuto. Costui mi prestò l'arme e il bon ronzone: Non lo aiutando, ben serìa fellone. -
Ed Atalante ben cridava assai Per distorlo da ciò che avea pensato, Dicendo: - Ahimè, filiol, dove ne vai? Or non cognosci che sei disarmato?
Se ben giongi tra loro, e che farai? Lor pur lo impicaranno a tuo mal grato. Tu non hai lancia né brando né scudo: Credi tu aver vittoria, essendo ignudo? -
Il giovanetto a ciò non attendia, Ma via correndo fu gionto nel piano, E, perché alcun sospetto non avia, Tolse una lancia a un cavallier di mano.
Avea Grifaldo molti in compagnia, Ma non gli stima il giovane soprano, L'uno occidendo e l'altro trabuccando; E da quei morti tolse un scudo e un brando.
Come ebbe il brando in mano, ora pensati Se egli mena da ballo il giovanetto; Non fôrno altri giamai sì dissipati: Chi fesso ha il capo, e chi le spalle e il petto.
Grifaldo e' duo compagni eran campati, Ma treman come foglia, vi prometto, Veggendo far tal colpi al damigello, Il qual ben presto desligò Brunello.
Ora Grifaldo ritornò piangendo Al re Agramante e non sapea che dire, Ma per vergogna, sì come io comprendo, Non se curava ponto de morire.
Ma maravigliosse il re questo intendendo Ed in persona volse al campo gire, Ché a lui par cosa troppo istrana e nova Avendo fatto un giovane tal prova.
Ma quando vidde e colpi smisurati, Per meraviglia se sbigotì quasi, Perché tutti in duo pezzi eran tagliati Quei cavallier che al campo eran rimasi;
Poi sorridendo disse: - Ora restati Ne la malora qua, giotton malvasi, Ché, se Macon me aiuti, io do niente De aver perduta così fatta gente. -
Come Brunello ha visto il re Agramante, In ogni modo via volea scampare; Ma Rugier l'avea preso in quello istante, Dicendo: - Converrai mia voglia fare,
Ch'io vo' condurti a quel segnore avante. E ad esso e agli altri aperto dimostrare, Che fan contra a ragione e loro avisi, Perché io fui quel che Bardulasto occisi. -
E, questo ditto, se ne venne al re Pur con Brunello, e fôsse ingenocchiato - Segnor, - dicendo - io non so già perché Fosse costui alla forca mandato;
Ma ben vi dico che sopra di me La colpa toglio e tutto quel peccato, Se peccato se appella alla contesa Occidere il nemico in sua diffesa.
Da Bardulasto fui prima ferito A tradimento, ché io non mi guardava, Ed essendo da poscia lui fuggito, Io qua lo occisi, e ben lo meritava;
E se egli è quivi alcun cotanto ardito (Eccetto il re, o se altri lui ne cava) Qual voglia ciò con l'arme sostenere, Io vo' provar ch'io feci il mio dovere. -
Parlando in tal maniera il damigello, Ciascun lo riguardava con stupore, Dicendo l'uno a l'altro: - Eð costui quello, Che acquistar debbe al mondo tale onore?
E veramente ad un cotanto bello Convien meritamente alto valore, Perché lo ardir, la forza e gentilezza Più grata è assai ne l'om che ha tal bellezza. -
Ma sopra a gli altri re Agramante il fiero Di riguardarlo in viso non se sacia, Fra sé dicendo: "Questo è pur Rugiero!" E di ciò tutto il celo assai ringracia.
Or più parole qua non è mestiero; Subitamente lo bacia ed abracia. Di Bardulasto non se prende affanno: Se quello è morto, lui se n'abbi il danno.
Il giovanetto, di valore acceso, Di novo incominciò con voce pia - Parmi - dicendo - aver più volte inteso Che il primo officio di cavalleria
Sia la ragione e il dritto aver diffeso: Onde, avendo io ciò fatto tuttavia, Ché di campar costui presi pensiero, Famme, segnor, ti prego, cavalliero.
E l'arme e il suo destrier me sian donate, Ché altra volta da lui me fu promesso, Ed anco l'ho dapoi ben meritate, Ché per camparlo a risco mi son messo. -
Disse Agramante: - Egli è la veritate, E così sarà fatto adesso adesso. - Prendendo da Brunel l'arme e 'l destriero, Con molta festa il fece cavalliero.
Era Atalante a quel fatto presente, E ciò veggendo prese a lacrimare, Dicendo: - O re Agramante, poni mente, E de ascoltarmi non te desdignare;
Perché di certo al tempo che è presente Quel che esser debbe voglio indovinare; Non mente il celo, e mai non ha mentito, Né mancarà di quanto io dico, un dito.
Tu vôi condurre il giovane soprano Di là dal mare ad ogni modo in Francia; Per lui serà sconfitto Carlo Mano, E cresceratti orgoglio e gran baldancia;
Ma il giovanetto fia poi cristiano. Ahi traditrice casa di Magancia! Ben te sostiene il celo in terra a torto; Al fin serà Rugier poi per te morto.
Or fusse questo lo ultimo dolore! Ma restarà la sua genologia Tra Cristiani, e fia de tanto onore, Quanto alcun'altra che oggi al mondo sia.
Da quella fia servato ogni valore, Ogni bontate ed ogni cortesia, Amore e legiadria e stato giocondo, Tra quella gente fiorita nel mondo.
Io vedo di Sansogna uno Ugo Alberto, Che giù discende al campo paduano, De arme e di senno e de ogni gloria esperto, Largo, gentile e sopramodo umano.
Odeti, Italiani, io ve ne acerto: Costui, che vien con quel stendardo in mano, Porta con seco ogni vostra salute; Per lui fia piena Italia di virtute.
Vedo Azzo primo e il terzo Aldrovandino, Né vi so iudicar qual sia maggiore, Ché l'uno ha morto il perfido Anzolino, E l'altro ha rotto Enrico imperatore.
Ecco uno altro Ranaldo paladino: Non dico quel di mo, dico il segnore Di Vicenzia e Trivisi e di Verona, Che a Federico abatte la corona.
Natura mostra fuor il suo tesoro: Ecco il marchese a cui virtù non manca. Mondo beato e felici coloro Che seran vivi a quella età sì franca!
Al tempo di costui gli zigli d'oro Seran congionti a quella acquila bianca Che sta nel celo, e seran sue confine Il fior de Italia a due belle marine.
E se l'altro filiol de Amfitrione, Qual là si mostra in abito ducale, Avesse a prender stato opinione, Come egli ha a seguir bene e fuggir male,
Tutti li occei, non dico le persone, Per obedirlo avriano aperte l'ale. Ma che voglio io guardar più oltra avante? Tu la Africa destruggi, o re Agramante,
Poi che oltra mar tu porti la semente De ogni virtù che nosco dimorava; De qui nascerà il fior de l'altra gente, E quel, qual sopra a tutto il cor mi grava,
Che esser conviene, e non serà altramente! - Così piangendo il vecchio ragionava; Il re Agramante al suo dir bene attende, Ma di tal cosa poco o nulla intende.
Anci rispose, come ebbe finito, Quasi ridendo: - Io credo che lo amore, Il qual tu porti a quel viso fiorito, Te faccia indovinar sol per dolore.
Ma a questa cosa pigliarem libroito, Ché tu potrai venir con seco ancore, Anci verrai: or lascia questo pianto. - Addio, segnor, ché qua finito è il canto.
Cookies on Poetry Cove