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1441–1494

CANTO DECIMOTERZO

Matteo Maria Boiardo

Io vi dissi di sopra come odito Fu quel gran crido di spavento pieno. Di nulla se è Ranaldo sbigotito; Smonta alla terra, e lascia il palafreno

A quella dama dal viso fiorito, Che per gran tema tutta venìa meno; Ranaldo imbraccia il scudo, e trasse avante. La cagion di quella era un gran gigante,

Che stava fermo sopra ad un sentiero, Dietro a una tomba cavernosa e oscura, Orribil di persona e viso fiero, Per spaventare ogni anima sicura.

Ma non smarrite già quel cavalliero, Che mai non ebbe in sua vita paura, Anci contra gli va col brando in mano; Nulla si move quel gigante altano.

Di ferro aveva in pugno un gran bastone, De fina maglia è tutto quanto armato; Da ciascun lato li stava un grifone, Alla bocca del sasso incatenato.

Or, se volete saper la cagione Che tenea quivi quel dismisurato, Dico che quel gigante in guardia avia Quel bon destrier che fu de l'Argalia.

Fu il caval fatto per incantamento, Perché di foco e di favilla pura Fu finta una cavalla a compimento, Benché sia cosa fuora de natura.

Questa dapoi se fie' pregna di vento: Nacque il destrier veloce a dismisura, Che erba di prato né biada rodea, Ma solamente de aria se pascea.

Dentro a quella spelonca era tornato, Sì come lo disciolse Ferraguto: Però che in quella prima fu creato, E chiuso in essa sempre era cresciuto.

Dapoi, per forza de libro incantato, L'Argalia un tempo l'avea posseduto Fin che fu vivo; e quello ultimo giorno Fece il cavallo al suo loco ritorno.

E quel gigante in sua guardia si stava, Con fronte altiera, crudo e pertinace; E seco due grifoni incatenava, Ciascun più ongiuto, orribile e rapace.

Quella catena a modo se ordinava, Che solver li può ben quando a lui piace; Ogni grifon di quelli è tanto fiero, Che via per l'aria porta un cavalliero.

Ranaldo alla battaglia se appresenta Con grande aviso e con molto riguardo; Né crediati però che il se spaventa, Perché vada sospeso, a passo tardo.

L'alto gigante nel core argumenta Che questo sia un baron molto gagliardo; Lui scorgìa ben ciascun, se è vile o forte, Ché a più de mille avea data la morte;

E tutto il campo intorno biancheggiava De ossi de morti dal gigante occisi. Or la battaglia dura incominciava: Preso è il vantaggio e li apensati avisi.

Ma colpi roinosi se menava: Non avea alcun di lor festa né risi; Anci cognoscon ben, senza fallire, Che l'uno o l'altro qui convien morire.

Il primo feritor fo il bon Ranaldo, E gionse a quel gigante in su la testa. Ma egli avea uno elmo tanto forte e saldo, Che nulla quel gran colpo lo molesta.

Ora esso di superbia e de ira caldo Mena il bastone in furia con tempesta; Ranaldo al colpo riparò col scuto: Tutto il fraccassa quel gigante arguto.

Ma non li fece per questo altro male; Ranaldo colpì lui con gran valore De una ferita ben cruda e mortale, Che fo nel fianco, assai vicina al core.

Subitamente par che metti l'ale, Rimena l'altra con più gran furore, Rompe di ponta quella forte maglia, Sino alle rene passa la anguinaglia.

Per questo fo il gigante sbigotito, E vede ben che li convien morire; De le due piaghe ha un dolore infinito, Né quasi in piedi se può sostenire;

Onde turbato prese il mal libroito Di far con seco Ranaldo perire: Corre alla tana, e con molto fraccasso Dislega i duo grifon dal forte sasso.

Il primo tolse quel gigante in piede, E via per l'aria con esso ne andava; Tanto è salito, che più non se vede. L'altro verso Ranaldo se aventava,

Ché di portarsi il baron forse crede; Con le penne aruffate zuffellava, L'ale ha distese ed ogni branca aperta; Ranaldo mena un colpo di Fusberta.

E già non prese in quel ferire errore: Ambe le branche ad un tratto tagliava. Sentì quello uccellaccio un gran dolore; Via va cridando, e mai più non tornava.

Ecco di verso il celo un gran romore: L'altro grifone il gigante lasciava. Non so se camparà di quel gran salto: Più de tre mila braccia era ito ad alto.

Roinando venìa con gran tempesta: Ranaldo il vede giù del cel cadere; Pargli che al dritto venghi di sua testa, E quasi in capo già sel crede avere.

Lui vede la sua morte manifesta, Né sa come a quel caso provedere; Per tutto ove egli fugge, o sta a guardare, Sembra il gigante in quella libroe andare.

E già vicino a terra è gionto al basso: Poco è Ranaldo da lui dilungato, Che li cade vicino a men d'un passo. Percosse al capo quel dismisurato,

E mena nel cader sì gran fraccasso, Che tremar fece intorno tutto il prato. Tal periglio a Ranaldo è stato un sogno; Ora aiutilo Dio, ché egli è bisogno.

Però che quel grifone in giù venìa Ad ale chiuse, con tanto romore, Che il celo e tutta l'aria ne fremia, Ed oscurava il sole il suo splendore,

Così grande ombra quel campo copria: Mai non fo vista una bestia maggiore. Turpin lo scrive lui per cosa certa, Che ogni ala è dece braccia, essendo aperta.

Ranaldo fermo il grande uccello aspetta, Ma poco tempo bisogna aspettare, Perché, quale è di foco una saetta, Cotal vide il grifon sopra arivare.

Lui si stava ben scorto alla vedetta; Nella sua gionta un colpo ebbe a menare: Sotto la gorga, a ponto al canaletto Gionse un traverso, e fese assai nel petto.

Non fu quel colpo troppo aspro e mortale, Però che al suo voler non l'ebbe còlto; Quel torna al cel battendo le grande ale, E furioso ancor giù se è rivolto.

Gionse ne l'elmo quel fiero animale, E il cerchio con lo ungion tutto ha disciolto, Né 'l rompe, né lo intacca, tanto è fino! Lo elmo è fatato, e già fo di Mambrino.

Su vola spesso, e giù torna a ferire; Ranaldo non la puote indovinare, Che una sol volta lo possa colpire. Stava la donna la pugna a guardare,

E di paura se credea morire, Non già di sé, che non gli avia a pensare, Né de esser quivi lei se ricordava: Del baron teme, e sol per lui pregava.

Per la notte vicina il giorno oscura, E la battaglia ancora pur durava. Di questo sol Ranaldo avea paura, De non veder la bestia che volava;

Onde per trarne fin pone ogni cura, Ogni libroito in l'animo pensava; Al fin non trova quel che debba fare, Poi che per l'aria lui non puote andare.

Alfin su il prato tutto se distende Giù riversato, come fusse morto; Quello uccellaccio subito discende, Ché non si fu di tale inganno accorto,

Ed a traverso con le branche il prende. Stava Ranaldo in su lo aviso scorto; Non fu sì presto da l'uccel gremito, Che menò il brando il cavalliero ardito.

Proprio sopra alla spalla il colpo serra, E nervi e l'osso Fusberta fraccassa; Di netto una ala li mandò per terra, Ma per questo la fiera già nol lassa.

Con ambedue le grife il petto afferra, E sbergo e maglia e piastra tutte passa E l'uno e l'altro ungion strenge sì forte, Che pare a quel baron sentir la morte.

Ma non per tanto lascia de ferire; Or nella pancia il passa or nel gallone, Di tante ponte, che il fece morire; Poi si levava in piede quel barone.

Gran periglio ha portato, a non mentire; Lui Dio ringrazia con devozione; E già la dama al palafren lo invita, Parendo a lei la cosa esser finita.

Ma Ranaldo quel loco avia veduto, Dove stava il destrier meraviglioso; Se non avesse il fatto a pien saputo, Serìa stato in sua vita doloroso.

Era quel sasso orribile ed arguto: Dentro vi passa il principe animoso; Da cento passi vicino alla intrata Era di marmo una porta intagliata.

Di smalto era adornata quella porta, Di perle e di smiraldi, in tal lavoro Che non fu mai da uno occhio d'omo scorta Cosa de un pregio di tanto tesoro.

Stava nel mezo una donzella morta, Ed avea scritto sopra in lettre d'oro: ’Chi passa quivi, arà di morte stretta, Se non giura di far la mia vendetta;

Ma se giura lo oltraggio vendicare, Che mi fu fatto con gran tradimento, Avrà quel bon destriero a cavalcare, Che di veloce corso passa il vento.’

Or non stette Ranaldo più a pensare, Ma a Dio promette, e fanne giuramento, Che quanta vita e forza l'avrà scorto, Vendicherà la dama occisa a torto.

Poi passa dentro, e vede quel destriero, Che de catena d'oro era legato, Guarnito aponto a ciò che fa mestiero, Di bianca seta tutto copertato.

Egli come un carbone è tutto nero, Sopra la coda ha pel bianco meschiato; Così la fronte ha libroita de bianco, La ungia di dietro ancora al pede manco.

Destrier del mondo con questo si vanta Correre al paro, e non ne tro Baiardo, Del qual per tutto il mondo oggi si canta. Quello è più forte, destro e più gagliardo;

Ma questo aveva leggierezza tanta, Che dietro a sé lasciava un sasso, un dardo, Uno uccel che volasse, una saetta, O se altra cosa va con maggior fretta.

Ranaldo fuor di modo se allegrava Di aver trovato tanto alta ventura; Ma la catena a un libro se chiavava, Che avea di sangue tutta la scrittura.

Quel libro, a chi lo legge, dichiarava Tutta la istoria e la novella oscura Di quella dama occisa su la porta, Ed in che forma, e chi l'avesse morta.

Narrava il libro come Trufaldino, Re di Baldaco, falso e maledetto, Aveva un conte al suo regno vicino, Ardito e franco, e de virtù perfetto;

Ed era tanto de ogni lodo fino, Che il re malvaggio n'avea gran dispetto. Fo quel baron nominato Orrisello; Montefalcone ha nome il suo castello.

Avea il conte Orrisello una sorella, Che de tutt'altre dame era l'onore, Perché è di viso e di persona bella; Di leggiadria, di grazia e di valore

Se alcuna fo compita, lei fu quella. Essa portava a un cavalliero amore, Nobil di schiatta e famoso de ardire, Leggiadro e bello a più non poter dire.

Il sol, che tutto 'l mondo volta intorno, Non vedea un altro par de amanti in terra Sì de beltade e de ogni lode adorno. Una voglia, uno amor questi duo serra,

E cresce ogniora più di giorno in giorno. Or Trufaldino a possanza di guerra Mai non puotria pigliar Montefalcone, Ché sua fortezza è fuor de ogni ragione.

Sopra de un sasso terribile e duro, Un miglio ad alto, per stretto sentiero, Se perveniva al smisurato muro; Né a questo s'apressava di leggiero,

Perché un profondo fosso e largo e scuro Volge il castello intorno tutto intiero; Ciascuna porta ove dentro si vane, Ha di tre torre fuora un barbacane.

Con incredibil cura si guardava Questa fortezza de il franco Orrisello; Lui temea Trufaldin che lo odiava, E fatto ha già più assalti a quel castello,

E con vergogna sempre ritornava. Or sapeva quel re de ogni altro fello Che la sorella del conte, Albarosa, Polindo amava sopra ogni altra cosa.

Polindo il cavallier è nominato, Albarosa la dama delicata, Quella de che aggio sopra ragionato Che amava tanto, ed era tanto amata.

Ora quel cavalliero inamorato Andava alla ventura alcuna fiata, Cercando e regni per ogni confino: In corte si trovò di Trufaldino.

Era quel re malvaggio e traditore, Ciascuna cosa sapea simulare: A Polindo faceva molto onore, Con gran proferte e cortese parlare;

E prometteli aiuto e gran favore, Quando Albarosa voglia conquistare. Diversa cosa è lo amor veramente! Teme ciascuno, e crede ad ogni gente.

Chi altri mai che Polindo avria creduto A quel malvaggio mancator di fede, Che così da ciascuno era tenuto? Il cavallier nol stima e ciò non crede;

Anci di avere il proferito aiuto Sempre procaccia, e mai l'ora non vede Che Albarosa la bella tenga in braccio; E de altra cosa non se dona impaccio.

Poi che la dama fu tentata in vano Che dentro dalla rocca toglia gente, A Polindo promette e giura in mano Una notte libroirse quietamente,

Al piè del sasso scender gioso al piano, Ed esserli in sua vita obediente, Andar con lui, e far tutte sue voglie: Esso promette a lei tuorla per moglie.

L'ordine dato se pone ad effetto. Avea già Trufaldin prima donata A Polindo una rocca da diletto, Longe a Montefalcone una giornata.

Qui dentro intrarno senza altro rispetto Quel cavalliero e la giovene amata. Cenando insieme con gran festa e riso, Eccoti Trufaldin quivi improviso.

Vaga fortuna, mobile ed incerta, Che alcun diletto non lascia durare! Sotto la terra è una strata coperta, Per quella nella rocca se può andare.

Avea il malvaggio questa cosa esperta, Perciò li volse la rocca donare. Così cenando, e doi de amore accesi Fuor de improvviso crudelmente presi.

Polindo di parlar già non ardiva, Per non far seco la dama perire; Ma di grande ira e rabbia se moriva, Ché non può a Trufaldin sua voglia dire.

Quel re comanda alla dama che scriva Al suo german che a lei debba venire, Fingendo che Polindo l'ha menata Dentro a una selva grande e smisurata;

E quivi a forza rinchiusa la tene, Sotto la guarda di tre suoi famigli; Ma se lui quivi secreto ne viene, Vôl che Polindo e quelli insieme pigli;

Che le cagion diragli intiere e piene Di sua libroita, e non se meravigli; Che poi lo chiarirà che il suo camino Campato ha lui di man di Trufaldino.

La dama dice de voler morire Più presto che tradire il suo germano; Né per minaccie o per piacevol dire Può far che prenda pur la penna in mano.

Il re fa incontinente qui venire Un tormento aspro, crudo ed inumano, Che con ferro affocato e membri straccia: Quella fanciulla prende nella faccia.

Nella faccia pigliò col ferro ardente: Non se lamenta lei, né getta voce; Alla richiesta risponde niente. Quel focoso tormento assai più coce

Polindo, che vi stava di presente; E benché fosse de animo feroce, E de uno alto ardir pieno in veritate, Pur cade in terra per molta pietate.

Narrava il libro tutte queste cose, Ma più destinto, e con altre parole; Ché vi erano atti con voci pietose, E quel dolce parlar che usar se suole

Tra l'anime congionte ed amorose. Eravi che Polindo assai se dole Più de Albarosa che del proprio male; E lei fa del suo amante un altro tale.

Legge Ranaldo quella istoria dura, E molto pianto da gli occhi li cade; Nel viso se conturba sua figura Per quell'estremo caso de pietade.

Una altra fiata sopra al libro giura Di vendicar quella aspra crudeltade; E torna fuora il cavallier soprano Con quel destrier che ha nome Rabicano.

Sopra di quello è il cavallier salito, E via cavalca con la damisella, Ma poco andâr, e il giorno fo sparito: Ciascun di lor dismonta dalla sella.

Sotto ad uno albro è Ranaldo adormito, Dorme vicino a lui la dama bella; Lo incanto della Fonte de Merlino Ha tolto suo costume al paladino.

Ora li dorme la dama vicina: Non ne piglia il barone alcuna cura. Già fo tempo che un fiume e una marina Non avrian posto al suo desio misura;

A un muro, a un monte avria data roina Per star congionto a quella creatura; Or li dorme vicina e non gli cale: A lei, credo io, ne parve molto male.

Già l'aria se schiariva tutta intorno Abenché il sole ancor non se mostrava; Di alcune stelle è il cel sereno adorno, Ogni uccelletto agli arbori cantava;

Notte non era, e non era ancor giorno. La damisella Ranaldo guardava, Però che essa al mattino era svegliata; Dormia il barone a l'erba tutta fiata.

Egli era bello ed allor giovenetto, Nerboso e asciutto, e de una vista viva, Stretto ne' fianchi e membruto nel petto: Pur mo la barba nel viso scopriva.

La damisella il guarda con diletto, Quasi, guardando, di piacer moriva; E di mirarlo tal dolcezza prende, Che altro non vede ed altro non attende.

Sta quella dama di sua mente tratta, Guardandosi davanti il cavalliero. Or dentro quella selva aspra e disfatta Stava un centauro terribile e fiero;

Forma non fo giamai più contrafatta, Però che aveva forma di destriero Sino alle spalle, e dove il collo uscia E corpo e braccie e membra d'omo avia.

De altro non vive che di cacciasone, Per quel deserto che è sì grande e strano; Tre dardi aveva e un scudo e un gran bastone, Sempre cacciando andava per quel piano;

Alora alora avea preso un leone, E così vivo sel portava in mano. Rugge il leone e fa gran dimenare; Per questo se ebbe la dama a voltare,

Ed altramenti sopra li giongìa Tutto improviso il diverso animale. E forse che Ranaldo occiso avria: Molto comodo avia di farli male.

La damisella un gran crido mettia: - Donaci aiuto, o Re celestiale! - A quel crido se desta il baron pronto, E già il centauro è sopra di lor gionto.

Ranaldo salta in piede e il scudo imbraccia, Benché il gigante l'avea fraccassato; E quel centauro di spietata faccia Getta il leon, che già l'ha strangolato.

Ranaldo adosso a lui tutto se caccia: Quel fugge un poco, e poi se è rivoltato, E con molta roina lancia un dardo; Stava Ranaldo con molto riguardo,

Sì che nol puote a quel colpo ferire. Or lancia l'altro con molta tempesta; L'elmo scampò Ranaldo dal morire, Ché proprio il gionse a mezo della testa;

L'altro ancor getta, e nol puote colpire. Ma già per questo la pugna non resta, Perché il centauro ha preso il suo bastone, E va saltando intorno al campione.

Tanto era destro, veloce e leggiero, Che Ranaldo se vede a mal libroito; Lo esser gagliardo ben li fa mestiero. Quello animal il tien tanto assalito,

Che apressar non se puote al suo destriero; Girato ha tanto, che quasi è stordito. A un grosso pin se accosta, che non tarda: Questo col tronco a lui le spalle guarda.

Quello omo contrafatto e tanto strano Saltando va de intorno tuttavia; Ma il principe, che avia Fusberta in mano, Discosto a sua persona lo tenia.

Vede il centauro afaticarsi in vano, Per la diffesa che il baron facìa; Guarda alla dama dal viso sereno, Che di paura tutta venìa meno.

Subitamente Ranaldo abandona, E leva dello arcion quella donzella; Fredda nel viso e in tutta la persona Alor divenne quella meschinella.

Ma questo canto più non ne ragiona; Ne l'altro contarò la istoria bella Di questa dama, e quel ch'io dissi avante, Tornando ad Agricane e Sacripante.

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