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1441–1494

CANTO DECIMO

Matteo Maria Boiardo

Se onor di corte e di cavalleria Può dar diletto a l'animo virile, A voi dilettarà l'istoria mia, Gente legiadra, nobile e gentile,

Che seguite ardimento e cortesia, La qual mai non dimora in petto vile. Venite ed ascoltati lo mio canto, De li antiqui baroni il pregio e il vanto.

Tirative davanti ed ascoltate Le ecelse prove de' bon cavallieri, Che avean cotanto ardire e tal bontate Che ne' perigli devenian più fieri.

Vince ogni cosa la animositate, E la fortuna aiuta volentieri Qualunche cerca de aiutar se stesso, Come veduto abbiam lo esempio spesso.

E nel presente dico de Ranaldo, Che, essendo apena de un periglio uscito, A sotto entrare a l'altro era più caldo, Né se fu per incanto sbigotito.

Benché Aridano, il saracin ribaldo, Lo avesse già per tale arte schernito, Con Balisardo or torna al parangone, Spezzando incanto ed ogni fatasone.

Come io ve dissi nel canto passato, Là giù per l'acqua il paladin sicuro Alla foce del fiume fu portato, Ove tra due castella è lo gran muro;

E come vidde quel dismisurato, Qual sopra 'l ponte con sembiante scuro Strideva in voce di tanta roina, Che ne tremava il fiume e la marina.

Ciascun de quei baron che lo han veduto, De azuffarse con lui prese disio, Benché fusse tanto alto e sì membruto, E nel sembiante sì superbo e rio.

Sopra l'arco del ponte era venuto Quel maledetto e sprezzator di Dio, Sol per veder chi fusse questa gente Che giù callava per l'acqua corrente.

Quando la dama il vide da lontano, Pallida in viso venne come terra, E dal timone abandonò la mano, Tanta paura l'animo li afferra;

Ma Dudon franco e il sir di Montealbano E gli altri dui, che han voglia di far guerra, Lasciâr la dama né morta né viva, E for di barca uscirno in su la riva.

Longi al primo castel forse una arcata Smontarno a terra e franchi campioni, E caminando gionsero all'entrata, Che avea a tre porte grossi torrioni:

Ma dentro non appare anima nata, Giù ne la strata, o sopra nei balconi; Senza trovar persone andarno avante Sino al gran ponte; e quivi era il gigante.

Entro le due castelle il fiume corre, L'arco del ponte sopra a lui voltava, Ed avea ad ogni lato una alta torre; In mezzo Balisardo aponto stava,

Né se potrebbe a sua persona apporre, Né a l'armatura che in dosso portava. Gigante non fu mai di meglior taglia, Coperto è a piastre ed a minuta maglia.

Forbite eran le piastre e luminose, E questa maglia relucente e d'oro, Con tante perle e pietre preziose, Che 'l mondo non avea più bel tesoro.

Ora torniamo alle gente animose, Dico a' nostri baron, che ogniom di loro, Volontaroso e di animo più fiero, Vôle azuffarse ed esser il primiero.

Ma in fine Iroldo ottenne il primo loco, E fo percosso dal gigante e preso, E Prasildo ancor lui pur durò poco, E fu nel fine a Balisardo reso.

Or ben sembrava il bon Ranaldo un foco, D'ira nel core e di furore acceso; Ma quel gigante ne menò prigioni Di là dal ponte e duo franchi baroni.

Poi tornò fuora squassando il bastone, E minacciando pugna adimandava. Allor se mosse il franco fio de Amone, E con roina adosso a lui ne andava;

Ma avanti ingenocchiato avea Dudone, Che per mercede e grazia dimandava De gir primo de lui nel ponte avante A far battaglia contra a quel gigante.

Ranaldo consentì mal volentiera, Ma pur non seppe a' soi colpi disdire. Questa baruffa fia d'altra maniera Che le passate, e de un altro ferire,

Né passarà la cosa sì legiera Come le due davante, vi so dire; Però che 'l giovanetto de cui parlo, È di gran pregio nei baron di Carlo.

Turpin loda Dudone in sua scrittura Tra' primi cavallier di quella corte; E quasi era gigante di statura, Destro e legiero, a meraviglia forte,

E con sua mazza ponderosa e dura A molti saracin dette la morte: Ma poi di tal bontà si dava il vanto, Che era appellato in sopranome il Santo.

Or sopra il ponte il campion se caccia, Di piastra e maglia armato e ben coperto; E Balisardo il forte scudo imbraccia, Come colui che è di battaglia esperto.

L'uno e l'altro di loro avea la maccia, Sì che un bel gioco cominciâr di certo, Menando botte de sì gran fraccasso Che 'l fiume risuonava al fondo basso.

Feritte a lui Dudon sopra la testa, E ruppe il cerchio a quello elmo forbito, E fu il gran colpo di tanta tempesta, Che Balisardo cadde sbalordito.

Dudon mena a due mane, e non s'arresta Sopra il pagano il giovanetto ardito; Gionse nel scudo, che è d'argento fino, Tutto lo aperse il franco paladino.

Ma, come fusse dal sonno svegliato Per l'altro colpo, il saracino altiero Salta di terra, e subito è dricciato Ed alla zuffa ritornò primiero.

Mena a Dudone, e gionselo al costato Col suo baston, che già non è ligiero, Anci è ben cento libre e più de peso: Cadde alla terra il giovane disteso.

Per quel gran colpo andò Dudone a terra, E non poteva trare il fiato apena, Ma non per questo abandonò la guerra, Come colui che avea soperchia lena;

Presto se riccia e la sua mazza afferra, Sopra de l'elmo a Balisardo mena, E la farsata al capo ben gli accosta, Poi che adocchiato ha sempre quella posta.

Sempre alla testa toccava Dudone, Sopra alle tempie, in fronte e nella faccia; E quel menava ancora il suo bastone, Or sopra al collo, or sopra ambe le braccia.

Risuona il celo alla cruda tenzone, E par che 'l mondo a foco se disfaccia: Quando l'un l'altro ben fermo se ariva, Tra ferro e ferro accende fiama viva.

Tira Dudone adosso a quel malvaso, Sopra il frontale ad ambe mani il tocca; Roppe ad un colpo tutto quanto il naso, E ben tre denti li cacciò di bocca.

Senza sapone il mento gli ebbe raso, Perché la barba al petto gli dirocca, E menò il tratto sì dolce e ligiero, Che seco trasse il zuffo tutto intiero.

Quando se vidde il falso Balisardo De una percossa tanto danneggiare, Poi che il franco Dudone è sì gagliardo Che a sua prodezza non puotea durare,

Verso l'alto castel fece riguardo, E prestamente se ebbe a rivoltare; Getta il bastone e 'l scudo in terra lassa, E per il ponte via fuggendo passa.

Segue Dudone e nel castel se caccia, Ché non temeva il giovane altro scorno. Come fu dentro, gionse entro una piaccia Edificata di colonne intorno,

Con volte alte e dorate in ogni faccia. Il sôl di sotto è di marmoro adorno, Né persona si vede in verun lato Fuor che 'l gigante, che è già disarmato.

Poste avea l'arme e' pagni il fraudolente, E tutto quanto ignudo se mostrava, Ed avea il collo e il capo di serpente, E 'l resto a poco a poco tramutava.

Ambe le braccia fece ale patente, E l'una gamba e l'altra se avingiava, E fiersi coda; e poi d'ogni gallone Uscirno branche armate e grande ongione.

Mutato, come io dico, a poco a poco, Tutto era drago il perfido gigante, Gettando per l'orecchie e bocca foco, Con tal romore e con fiaccole tante,

Che le muraglie intorno di quel loco Pareano incese a fiamma tutte quante. Ben puotea fare a ciascadun paura, Perché era grande e sozzo oltra misura.

Ma non smarritte la persona franca Del giovanetto, degno d'ogni loda. Viensene il drago e nel scudo lo branca, E per le gambe volta la gran coda,

Sì che, prendendo intorno ciascuna anca, Giù per le coscie insino ai piè l'annoda; Non se spaventa per questo Dudone, Getta la mazza e prende quel dragone.

Nel collo il prese, a presso de la testa, Ad ambe mani, e sì forte l'afferra, Che a quella bestia, che è tanto robesta, Il fiato quasi e l'anima gli serra.

Da sé lo spicca, e poi con gran tempesta Lo gira ad alto e trallo in su la terra, Che era la strata a pietra marmorina; Sopra vi batte il drago a gran roina.

Là dove gionse, se aperse la piaccia, Tutto si fese il marmo da quel lato; Sotto la terra il serpente se caccia, Benché di fora è subito tornato.

Ma già cangiata avea persona e faccia, Ed era istranamente trasformato, Ché il busto ha d'orso e 'l capo de cingiale: Mai non se vidde il più crudo animale.

Fatto avea il capo de porco salvatico Costui, che in ogni forma sapea vivere, E non serìa poeta, né grammatico Che lo sapesse a ponto ben descrivere.

Ora, ben che de ciò poco sia pratico, Dal muso al piè convien che tutto il livere: Poi che io cominciai sua forma a dire, Come era fatto vi voglio seguire.

Lunghi duo palmi avea ciascadun dente E gli occhi accesi de una luce rossa, Piloso il busto e d'orso veramente, Con le zampe adongiate e di gran possa;

La coda ritenuta ha di serpente, Sei braccia lunga ed a bastanza grossa; L'ale avea grande e la testa cornuta: Più strana bestia mai non fu veduta.

Venne mugiando adosso al giovanetto, Né lui per tema le spalle rivolse, Ma ben coperse sotto il scudo il petto, E prestamente in man sua mazza tolse.

Or gionse il negromante maledetto, E con le corne a mezo il scudo acolse; Tutto il fraccassa, e rompe usbergo e piastre, E lui disteso abatte in su le lastre.

Subitamente si fu rilevato, Sì come cadde il giovanetto franco; Ma quel malvagio che era tramutato, Per lo traverso lo ferì nel fianco.

Con uno dente il gionse nel costato, Sì che gli fece il fiato venir manco; Il fiato venne manco e crebbe l'ira: Alcia la mazza ad ambe mane e tira.

Sopra del capo a l'animal diverso Tira sua mazza il paladino adorno; Dal destro lato il gionse de roverso, E con fraccasso manda a terra un corno.

Or ben si tiene Balisardo perso, E per la loggia va fuggendo intorno; Per le colonne d'intorno alla piazza Ne va fuggendo, e il bon Dudone il cazza.

Battendo l'ale basso basso giva, Né mai spiccava da terra le piante; Così fuggendo, a la marina usciva Fuor del castello; ed ecco in quello istante

Una alta nave dentro al porto ariva. Sopra di quella il falso negromante Fu prestamente de un salto passato; E Dudon dietro, ed ègli sempre a lato.

Sopra la nave, qual ch'io v'ho contato, Proprio alla prora stava un laccio teso, Ove Dudone intrando fu incappato, Né so a qual modo subito fu preso;

E per ambe le braccia incatenato, Sotto la poppa fu posto di peso Da molti marinari e dal parone; Or più di lui non dico, che è pregione.

De Balisardo voglio racontare, Che nella forma sua presto tornò, E fece il giovanetto disarmare, Poi di quelle arme tutto se adobbò.

Proprio Dudone alla sembianza pare; Prese la mazza e il suo baston lasciò, E se cambiò la voce e la fazione, Che ogniom direbbe: "Egli è proprio Dudone."

Con tal fazione il perfido ribaldo Passò il primo castello, e nel secondo Vicino al ponte ritrovò Ranaldo, Che lo aspettava irato e furibondo.

Ma, come il vidde, il dimandò di saldo Se Balisardo avea tratto del mondo, Perché lui crede senza altra mancanza Ch'el sia Dudone a l'arme e alla sembianza.

E quel rispose: - Il gigante è fuggito, Ed io gli ho dato tre miglia la caccia. Prima l'aveva nel capo ferito, E rotto il muso e 'l mento con la faccia:

Fuor della rocca l'ho sempre seguito, Sino ad un fiume largo cento braccia. Dentro a quella acqua se gettò il malvaso, Ove ogni altro che lui serìa rimaso.

Ma non te sapria dir per qual ragione A l'altra ripa lo viddi passato, Là dove stava Iroldo, che è pregione, E Prasildo, che apresso era legato.

Ambo gli viddi sotto al pavaglione, Là dove Balisardo era fermato, Ma non mi dette il core a trapassare L'acqua, che al corso una roina pare. -

Ranaldo non lasciò più oltra dire, Ma sopra il ponte subito è passato, A lui dicendo: - Io voglio anzi morire, Che vivo rimaner vituperato;

Né mai nel mondo se puotrà sentire Ch'io abbi un mio compagno abandonato, Sì come tu facesti, omo da poco, Che temi l'acqua; or che faresti 'l foco ? -

Mostrò il gigante in forma de Dudone Forte adirarse per queste parole, Onde rispose: - Paccio da bastone! Ché sempre alla tua vita fusti un fole,

E stimi esser tenuto un campione Con questo tuo zanzare; altro ci vôle Che per se stesso tenersi valente Stimando gli altri poco e da niente.

Or vanne tu, ch'io non voglio venire, E varca il fiume, poi che sai natare. - Ranaldo, non curando del suo dire, Subitamente il ponte ebbe a passare.

Lasciollo Balisardo alquanto gire, Mostrando a quella porta riposare; Poi di nascoso il falso malandrino Per darli morte prese il mal camino.

Per l'altra strata lui gionse improviso, E ferì del bastone ad ambe mano; Né già se gli mostrò davanti al viso, Anci alle spalle il perfido pagano,

E ben credette de averlo conquiso, E roinarlo a quel sol colpo al piano; Ma lui, che avea possanza smisurata, Non andò a terra per quella mazzata.

Anci se volse, e con voce cortese Dicea: - Fanciullo, ora che credi fare? Se io non guardassi al tuo padre Danese, Sotto la terra ti farebbi entrare.

Vanne in malora e cerca altro paese! - Così dicendo s'ebbe a rivoltare, Ma nel voltarsi il saracin fellone Sopra la coppa il gionse del bastone.

Ranaldo se avampò nel viso de ira, E disse: - Testimonio il ciel mi sia, Che contra al mio voler costui mi tira A darli morte sol per sua folìa. -

Così parlando di pietà sospira, Tanto lo stringe amore e cortesia; Benché dritta ragione e sua diffesa Lo riscaldasse alla mortal impresa.

Trasse Fusberta e cominciò la zuffa, Com' quel che crede che lui sia Dudone. Or s'io vi conto come se ribuffa L'un colla spata e l'altro col bastone,

E tutti e colpi di quella baruffa, Che ben durò cinque ore alla tenzone, A ricontarvi tutto io staria tanto, Che avria finito questo e un altro canto.

Ma per conclusion vi dico in breve: Benché il gigante sia de ardire acceso, E l'abbi quel baston cotanto greve, Che un altro non fu mai de cotal peso,

Pure alla fine, come un om di neve, Serebbe da Ranaldo morto o preso, Se per incanto o per negromanzia Non ritrovasse al suo scampo altra via.

Perché in cento maniere Balisardo Se tramutava per incantamento; Fiesse pantera con terribil guardo, Ed altre bestie assai di gran spavento.

Tramutosse in iena, in camelpardo, E in tigro, ch'è sì fiero e sì depento, E fie' battaglia in forma de griffone, De cocodrillo e in mille altre fazone.

E dimostrosse ancor tutto de foco, Qual sfavillava come de fornace. Ranaldo, in cui dotanza non ha loco, Saltò nel mezo, il paladino audace,

E la rovente fiamma estima poco, Ma con Fusberta tutta la disface; E già trenta ferite ha quel pagano, Benché più volte è tramutato invano.

Al fin tutto deserto e sanguinoso Fuor della porta se pose a fuggire; Or sendo occello, ora animal peloso, E in tante forme ch'io non saprei dire.

Ranaldo sempre il segue furioso, Che destinato è di farlo morire. Già sono alla marina; senza tardo Sopra alla nave salta Balisardo.

Dalla ripa alla nave è poco spaccio, De un salto Balisardo fu passato; E 'l fio de Amon, che non teme altro impaccio, Dietro gli salta tutto quanto armato;

E nella intrata se incappò nel laccio, Ove Dudone prima fu pigliato. Sue braccie e gambe avengia una catena; Ben se dibatte invano e si dimena.

Non valse il dimenar, ché preso fu Da duo poltron coperti de pedocchi, E sotto poppa lo menarno giù, Là dove il sole gli abagliava gli occhi.

Tre onze avrà Ranaldo e non già più De biscotella, che è senza fenocchi, Vivendo a pasto come un Fiorentino, Né briaco serà per troppo vino.

In cotal modo stette un mezo mese, Incatenato per piedi e per mane, Con altre gente che seco eran prese, Dico e compagni e più persone istrane;

Sin che arivarno a l'ultimo paese De Manodante, a l'Isole Lontane, Ove furno alloggiati a una pregione Prasildo, Iroldo, Ranaldo e Dudone.

Ben forte il guardian dentro gli serra, Ma ciascuno avea prima dislegato. Molta altra gente quivi eran per terra Giacendo e in piede, d'intorno e da lato;

Tra questi stava Astolfo de Anghilterra, Che pur da Balisardo fu pigliato; El modo a dir serìa lunga novella, Perché lo prese in forma de donzella.

Quando libroisse là dove Aridano Cadette con Ranaldo a quel profondo, Lui con Baiardo e il destrier Rabicano E con due dame andò cercando il mondo,

Sempre piangendo e sospirando invano, Poi che ha perduto il suo cugin iocondo; E così caminando gionse un giorno Ove al castello odì suonare il corno:

A quel castello ove era la riviera Che al verde piano intorno lo girava; E quella dama, che era passaggiera, Da Balisardo al ponte lo guidava.

Quivi fu preso per strana maniera, Ché in forma de donzella lo gabbava: Or non vi è tempo racontarvi il tutto Come in la nave al laccio fu condutto.

Però che mi conviene ora tornare Al conte Orlando, qual, come io contai, Volse questi compagni abandonare, Sol per colei che gli dona tal guai,

Che giorni e notte nol lascia posare; E quel pensier non l'abandona mai, Ma sempre a rivederla lo retira: Sol di lei pensa e sol per lei sospira.

Con Brandimarte il franco paladino A rivedere Angelica tornava, E per contar che strutto avea il giardino, Ed esser presto se altro comandava.

Al terzo giorno di questo camino, Che 'l sole a ponto alora si levava, Trovarno a lato un fiume una pianura Tutta di prato e di bella verdura.

Stative queti, se voleti odire De' duo che ritrovarno in questo loco, Che l'un sapea cacciar, l'altro fuggire: A riguardarli mai non fu tal gioco.

Or chi fosser costoro io vo' dire, Se ve amentati della istoria un poco, Quando a Marfisa quel ladro africano Tolse, Brunello, il bon brando di mano.

E lei seguito l'ha sino a quel giorno, E de impiccarlo sempre lo minaccia. Lui la beffava ogniora con gran scorno, E cento fiche gli avea fatto in faccia.

A suo diletto la menava intorno, Già sei giornate gli ha dato la caccia; Esso, per darle più battaglia e pena, Sol per gabbarla dietro se la mena.

Lui ben serìa scampato de legiero, Che a gran fatica pur l'avria veduto, Però che egli era sopra quel destriero Che un altro non fu mai cotanto arguto;

Né credo che a contarvi sia mestiero, Come l'avesse l'Africano avuto: Alor che ad Albracà se fu condotto, A Sacripante lo involò di sotto.

Or, come io dico, sempre intorno giva, Beffando con più scherni la regina; E lei di mal talento lo seguiva, Perché pigliarlo al tutto se destina.

Trista sua vita se adosso gli ariva! Ché lo fraccasserà con tal ruina, Che il capo, il collo, il petto e la corata Tutte fian peste sol de una guanzata.

A questa cosa sopragionse Orlando, Come io vi dissi, insieme e Brandimarte, E l'uno e l'altro alquanto remirando, Senza fare altro, se tirarno in libroe.

Or, bei segnori, a voi mi racomando, Compìto ha questo canto le sue carte, Ed io per veritate aggio compreso Che il troppo lungo dir sempre è ripreso.

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