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1441–1494

94

Matteo Maria Boiardo

Rime inaudite e disusati versi ritrova il mio disdegno, ma nel novo rimar non toca il segno sì che al par del dolor possa dolersi.

Le voce perse indarno, i passi persi, il perso tempo in la fiorita etade, e tutto quel che per costei sofersi, fan di me stesso a me tanta pietade

che un nimbo lacrimoso il cor me invoglia, e poi da li ochi cade né lascia fuor uscir l'ardente noglia. E pur così confuso a scoprir vegno

quel che già ricopersi, e così gli ochi e il cor hagio conversi a chi me impose il peso che io sostegno. Dove è quel tuo felice e lieto regno,

falace Amor? falace, ove è la zoglia che me se impromettea per fermo pegno? Miser colui che per te si dispoglia il proprio arbitrio e la sua libertade,

con sperar che si soglia per tempo o per pietà tua crudeltade! Ahi, lasso me, che questo più me adoglia, che sapendo io toa penta falsitade,

sapendo come rade volte del seme tuo frutto si coglia, lassai portarmi a la sfrenata voglia, e tardi doppo il danno li ochi apersi,

tardi, ché più non fia che indi me stoglia. Ma per qual cor gentil quai laci fersi giamai con tanto inzegno, quando io stesso a mia voglia me copersi

nel nodo che mostrava sì benegno? Chi avria creduto mai che tal beltade fosse sì cruda? e che sì ferma voglia fosse poi come foglia,

mostrando grave fuor sua levitade? Coperto orgoglio e finta umanitade for quei che me pigliar senza rategno, e che m'han posto in tal captivitade.

Fanciul protervo perfido e malegno, che da li ochi mei versi quel duol de che il mio cor fu tanto pregno, parti a mia fede questo convenersi?

Crudele istelle e cieli a me perversi che fuor creasti in lei tal nobiltade che il perfido suo cor non pò vedersi; crudele istelle, che tal novitade

creasti al mondo per mia eterna doglia, mostratime le strade che a voi ne venga e da costei mi toglia.

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