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1441–1494

9

Matteo Maria Boiardo

Fiorita riva e voi, verdi arborscelli, che adombrati onda sì tranquilla e chiara, a voi convien che mia pena rivelli: perché colei che più che 'l cor ho cara

qua cum voi steti, e credo che ogni fronda de' vostri rami odir de amore impara. Vòlgete, fiume, e torna al fonte l'onda, dipoi che piace al Celo e a la Fortuna

che il fango e l'oro insieme se confonda. Di Mopso è Nisa: or fia la neve bruna! Nisa è di Mopso: e chi crederà mai? Amor il guffo e la colomba aduna.

Tu, dolce anima mia, pur te ne vai, né te rincresce de uno abandonato che più te ama che l'alma, e ben lo sciai. Scio che lo sciai e scio che l'hai provato,

se questo novo ardor forse non tragge for de tua mente il bon tempo passato. Ma già non credo, o creder voglio, che agge sì poco di fermeza, ché al cor mio

sta pur scolpita ancor tua bella imagge. Se fatta sei de altrui, che ne posso io? Io pur son tuo come foi sempre, e questo non mi può tuor Fortuna o caso rio.

Oh, quanto è più noglioso e più molesto se un altro te percuote e poi fa motto! Perché stral improviso è troppo presto. Marito inamorato, ora ha' tu rotto

il panno virginale! or sta di sopra tal che già stete e stava ancor di sotto! Non più di lui, non più, che ormai se scopra quel volto onde Natura se vergogna

de aver produtta al mondo cotal opra: ochi di gatta e voce de om che sogna, rari e' capegli e bianchi come stoppa, il busto oguale e gambe de cicogna.

Vedeti che lo un labro a l'altro poppa, se doneando, ché di fresco è raso, nel novo manto tuto se ragroppa. Deh, disleale Amor, ove è rimaso

l'onor de la tua corte? E la tua stella ben se può dir che sia gionta a l'occaso. Qual anima crudele e più ribella de ogni pietate lacrime non getta,

vegendo a sì vil man cosa sì bella? Che sia quel ponto e l'ora maledetta qual tolse sua speranza a tanta fede, che avendola perduta ancor l'aspetta.

Sia maledeto chi prosume e crede coprir doi sì diversi de una tegola: vero è che Amor è cieco e non li vede, che vol compore il balsamo a la pegola.

Oh, come è pazo chi crede e prosume pore a li amanti né ordine né regola! Ben prima sarà il foco in questo fiume e gli occei tuti vestiran di scaglia

e tuti e' pesci fian coperti a piume, che mai ragione umana o forza vaglia spiccar que' cor che insieme agionse Amore; né a foco o a ferro un bon voler si taglia.

Ma pur da altrui fia colto il mio bel fiore: colto, che dico? scalpizato e guasto; e viver posso ancora in tal dolore? Qual pelago indiano o mar più vasto

potrà imbianchir la tenebrosa machia che già me atrista pur sentirla al tasto? Qual levo corvo o qual destra cornachia sì tristo augurio ad altro amante porta,

lo un crocitando e l'altra quando grachia, come a me Lica sbigotita e smorta, qual vien piangendo e vegendomi aresta, che sol mirando a l'atto mi sconforta?

Ed io presago già de la tempesta che predice il delfin da il curvo dorso, chinai senza sapper altro la testa. Ma lasso, che vagando io son trascorso

e del passato parlo di presente, tanto insano è il dolor che il cor m'ha morso. Sì disviato ha l'animo la mente che rime o verso o musica non cura,

ma sol piangendo sé mostrar dolente. Nel mio cantar è persa ogni misura, né ho più quel dolce suon che aver solia, ché il tanto sengiocir la voce indura.

Ah, Coridone, ove hai tanta folia? Ne l'aria de li augei seguire l'orme, de' pesci in mar seguir credi la via? Chi avrà ricolto a casa le tue torme?

chi chiuderà la mandra? Or vedi, istolto, qual stai piangendo quando ogni altro dorme, quando il lume de il cel al tuto è tolto né il fior se scerne da la erbetta verde,

ché notte a veste negra ha il mondo involto: mal fa chi per altrui sé stesso perde.

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