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1441–1494

43

Matteo Maria Boiardo

Ancor dentro dal cor vago mi sona il dolce ritentir di quella lira; ancor a sé me tira la armonia disusata, e il novo canto

tanto suave ancor nel cor me spira che me fa audace de redirne alquanto, abenché del mio pianto la dolce melodia nel fin ragiona.

Quando l'Aurora il suo vechio abandona e de le stelle a sé richiama il coro, poiché la porta vuol aprir al giorno, veder me parve un giovenetto adorno,

che aveva facia di rose e capei d'oro, d'oro e di rose avea la veste intorno; cinta la chioma avea di verde aloro, che ancor dentro amoroso il cor gli morde,

ché l'amor perso eternamente dole. Indi movendo il plectro su le corde sì come far si sole, la voce sciolse poi con tal parole:

– Quando Natura imaginando adopra, quanto di bello in vista può creare, ha voluto mostrare in questa ultima etate al mondo ingrato;

né possi a tal belleza acomperare il mio splendor, che il cielo ha illuminato, e ciò che fu creato primeramente, cede a l'ultima opra.

Tanto è questa beltate a l'altre sopra quanto a noi Marte, e quanto a Marte Jove, quanto a lui sopra sta l'ultima spera. Formata fu questa legiadra fera

che paro in terra di beltà non trove, perché il regno d'Amor qua giù non pera. Amor la sua possanza da lei move, come tu senti e può vedere il mondo,

e più degli altri il cor tuo questo intende. Quando Amor vien dal suo regno jocondo, da questa l'arme prende, perché sua forza sol da lei descende.

Beato il cielo e felice quel clima sotto al quale nacque e quella regione; beata la stagione a cui tanto di ben pervenne in sorte;

beato te, che a la real pregione per te stesso sei chiuso entro a le porte, ché non pregion, ma corte questa se de' nomar, se ben se stima;

beati li occhi toi, che veder prima quel nero aguto e quel bianco suave che a l'amorosa zoglia apre la via; beato il cor che ogn'altra cosa oblia

né altro diletto né pensier non have fuor che di sua ligiadra campagnia. Quanto beata è l'amorosa chiave che apre e dissera l'anima zentile

nel dolce contemplar de li atti bei! Fatto è beato e nobile il tuo stile nel cantar di colei che in terra è ninfa, e Diva è fra gli Dei.

Quando costei dal cielo a vui discese una piogia qua giù cadea de zigli, e rose e fior vermigli avean di bel color la terra piena.

Non voglio che perciò sospetto pigli, ma al vero in cielo io mi rateni apena, e in vista più serena mostrai la zoglia mia di fuor palese.

Jove, che meco a mano alor se prese, mirava in terra con benigno aspetto, e fesse a nostra vista il mondo lieto. A noi stava summesso ogni pianeto,

fioria la terra e stava con diletto, tranquillo il mare e il vento era quieto. Così a noi venne questo ben perfetto, favorito dal Cielo e da le stelle

più che mai fusse ancor cosa formata. Questa dal petto l'alma a te divelle: ma se al ver ben se guata, mal per te fo cotal beltà creata.

Mal fo per te creata, il ver ragiono; sciai che io so Febo e non soglio mentire: per farti alfin languire venuta è in terra questa cosa bella.

Misero te che tanto hai da soffrire da questa fera fugitiva e snella! Miser, quanta procella porrà ancor la tua barca in abandono!

E se io de lo advenir presago sono, nulla ti giova lo amonir ch'io facio, ché distor non te posso a chi te guida. Tristo chi d'alma feminil se fida,

acciò che doppo il danno e doppo il straccio sovente del suo male altri se rida! Nel foco, che t'arde ora, vedo un giaccio che te farà tremar l'osse e la polpa,

mancar il corpo e il spirto venir meno. Non te doler de altrui, ché l'è tua colpa, e tu lo vidi apieno che dovevi al desir por prima il freno.

Così cantava, e querelando al fine la citera suave sospirava voce più chetta e notte peregrine. Qual vanitate noi mortali agrava!

Credere al sogno ne la notte oscura ed al cieco veder dar chiara fede! Ma benché io non sia sciolto da paura, il mio cor già non crede

aver del suo servir cotal merzede.

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