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1441–1494

4

Matteo Maria Boiardo

Se avesse voce in vice de parole, gli alti ioggi de' monti e i fiumi bassi e colli e ' fonti e l'erbe e le viole cum nui nel sospirar foran già lassi,

e forza avrebe lo intimo dolore spezar per la pietade e' crudi sassi. Luce del celo e tu, stella magiore, che a lo imbrunir de il giorno e al matutino

splendi rorando lucido licore, come è sofferto che quel peregrino spirto gentile e di virtù corona stia relegato e posto in tal confino?

Cum lui Prodecia e Senno ce abandona, sieco ranchiusa e presa è Cortesia, né di tornar sanza esso a noi ragiona. Il saggio Ardire e onesta Ligiadria

di qua son dipartiti, e il dolce Amore per gire a impregionarsi è posto in via. Luce de il celo e tu, stella magiore, che giù mirando cum benigno aspetto

produci in ramo e in prato ogni bel fiore, non piangi ed hai perduto il tuo diletto, il tuo Teséo e l'umana delizia? e non ti batti cum le palme il petto?

Nel più vago fiorir, quando primizia de' soi trionfi a Marte dovia rendere, Fortuna l'ha batuto cum nequicia. E non se armava adesso per contendere

a Dite né Proserpina a lui tòre, ma per Alcide e sua ragion diffendere. Luce del celo e tu, stella magiore, qual di letizia e de effetto iocondo

scaldi cum zoglia a li animanti il core, come è contraro a la tua essenza il mondo, pien di lamenti e sconsolato e scuro, dipoi che il suo splendore è posto al fondo!

Non han li armenti e tauri il cor sì duro che voglian consolarsi al caso estremo né pascer l'erbe o ber al fiume puro; ed io tra lor iacendo in terra gemmo,

se forsi il pianto aqueti il mio furore e il foco dei sospir che al petto premmo. Luce del celo e tu, stella magiore, rendéti a sì dolenti e iusti pregi

la nostra gloria in terra e il nostro onore.

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