L'alta vagheza che entro al cor me impose con l'amorose ponte il mio volere, il spirto me sotrage al suo piacere, ché a lei volando l'alma se desvia:
se stessa oblia, ed io non ho potere di ratenere il fren come io solia, ché più non stano da la parte mia arte né inzegno, forza né sapere.
Hagio quel foco in me che io soglio avere e quel vedere usato e quella voglia, ma il poter più tener mie fiame ascose mi è tolto in tutto, e il ricoprir mia noglia
che un tempo occultamente il cor mi rose, mentre potei celar, come io dispose. Già son le rose a la sua fin extrema, e pur non scema de mia fiama el fiore,
anzi più caldo ha preso e più vigore, come più largo il giro or prende il sole. Ma non mi dole or tanto questo ardore che me arde il core assai più che non sole:
sia quel che il Ciel dispone e che Amor vole, pur che altri non cognosca il mio furore. Ma che posso io? Ché 'l tempo mostra l'ore, e il viso amore, e però cerco invano
mostrar di fora ardir, se 'l cor mi trema. Se pietà non mi porge il viso umano, e proveda che Amor sì non mi prema, ancor convien ch'io cridi, non ch'io gema.
Come vuol frema il mare o il ciel intoni, ché a tutti e' soni a me dansar convene, né in zoglia altrui voria cangiar mie pene, se amirar quel potesse ond'io tanto ardo.
L'ochio fu tardo, e già non se sostene, ché più non vene il fugitivo pardo; tenir non posso el cor sanza quel guardo, ché mal se può tenir chi non ha spene.
Qual capestro qual freno on qual catene, qual forza tene el destrier ch'è già mosso nel corso furioso, ed ha chi el sproni? Sapiati, alma gentil, che più non posso,
quando convien che alfine io me abandoni: on che io me mori, on che al guardar perdoni. Queste cagioni furno al mio fallire, se altri vuol dire un fallo il guardar mio;
ma se più mai signor benigno e pio odì suo servo, odeti mia ragione: ne la stagione che il mio cor sentio l'alto desio e dolce passione,
sì lieto el viso vostro se mostrone che in lui pusi speranza come in Dio. Fatto se è poi, non scio perché, restio, e tanto rio e del suo guardo avaro
che il cor degiuno più non può soffrire. Usato non è lui pascer d'amaro; perciò li è forza al suo fonte venire, on a spegner la sette on a morire.
Se pur languire io debo in questa etate, vostra beltate non sarà mai quella, ch'io scio che non potria cosa sì bella esser cagion di morte a chi l'adora.
Or ride or plora l'alma tapinella, d'una facella avampa e discolora: a voi sta che la viva e che la mora; voi la regina seti, e lei l'ancella.
Perché s'asconde adunque la mia stella? perché se cella il mio lume sereno? Se cor gentil asdegna crudeltate, come assentite voi ch'io venga meno?
Pur vostra forma è di tal nobiltate che esser non può ribella di pietate. Ma sia quel che esser vuole: io quel che sono tutto abandono in vostre braza alfine;
né mia fortuna ha scampo in altro porto. Abi la terra l'osse mie meschine. e il cor, che del suo spirto è privo a torto, vostro fu vivo e vostro sarà morto.
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