Posto me era a posare in su la riva de il re di fiumi, tacito e pensoso, mirando il sol che a Ponente ussiva; tra folte rame de arbori nascoso
gli augelleti ascoltava e quel diletto che fan cantando al giorno luminoso. Mentre lo armento e la mia gregge aspetto, la bellissinia ninfa Galatea
ussite fuor de l'onde a megio al petto. Quando sorse da il mar Venere idea, mostrando ignuda l'alta sua belleza, nulla serebbe a quel ch'io là vedea:
sparsa a le spalle avea l'umida treza qual sì ioconda a nodi lustregiava che téne il fiume il corso per vageza. Ogni ocellin che lì prima cantava
quetò la voce per vederla, e il vento senza soffiare e stupido amirava. E standome io a cotal vista intento, lei dolcemente mosse sospirando
queste parole a guisa de lamento: –Quando serà quel giorno gionto e quando serà nel mondo quel'ora felice che io vida il viso che me strugge amando?
Lassai Peloro e il bel monte de Erice per veder lui, che ogni anima gentile le sue vestigie a seguitar elice. Ditime, Ninfe, voi, se forsi umile
torni il Leon che sì crudo vi cacia, se la Fortuna cangi miglior stile, non aspettati che sua regal facia ponga spavento a la terribil fiera
qual vi ha già chiuse quasi entro le bracia? non aspettati che questa rivera che or sanguinosa e turbida se trova torni tranquilla e lucida come era?
Ben scio dir io che non fia cosa nova a lui quel monstro che orgoglioso è tanto, ché in altro loco ha fatto magior prova. Ne la marina dove iace Otranto
un drago sì crudel era disseso che tuta Ausonia avea già posta in pianto. Era il gran còlto di tal fiama acceso, le gente intorno sì smarite e sparte
che un altro mondo non l'avria diffeso, se quel figliol di Pallade e di Marte, di cui ragiono ed ardo in tanto amore, gionto non fosse cum possanza ed arte.
Non è sola questa opra al suo valore; tra tante alte vittorie una ne è tale che non se amenta in terra la magiore: il Leon vero e questo altro da l'ale,
la Vipera sublime e il sacro Ocello sconfisse insieme a Poggio Imperiale. Né più lodar se puote il gran flagello di terra etrusca che la pace ove esso
condusse a ber il lupo cum l'agnello. Io parlo, e pur rivolgo il viso spesso al bel paese che un tempo era pieno de ogni leticia, or misero ed oppresso.
Ove èno e' cori? e il canto sì sereno che adequava Parnaso e la sua fonte? Come è venuta tanta zoglia meno? Ove son le sorelle di Fetonte
che solìano ombregiar di tal verdura questo bel fiume da la foce al monte? Qual malegno pianeta o stella oscura fatto ha tal stracio in sì fiorito loco,
che pur a rimirarlo è una paura? Àprete, celo, e voi guardati un poco, pietosi Dei, a le isole del Pado, che per tuto è roina e sangue e foco.
Di corpi occisi è fatto un novo vado, e fame e peste sceman tutavia ogni etade ogni sexo ed ogni grado. È questa quella terra che solia
esser spechio de Italia, anci del mondo, a li omini cortesa ed al Cel pia? Sì regal corte e stato sì iocondo, tanti trionfi e tanti cavalieri,
come ha sparsi Fortuna e posti al fondo? Le large strate or son stretti sentieri, arse le ville, e tra la gente morta stanno or le serpi o barbari più fieri.
Non sei del tuo periglio, Italia, accorta? Vedi che a divorarte el Leon ponge in ogni parte e bate a questa porta: la soglia de la intrata ha già tra l'onge
e ciascun passo fia soluto e piano se quel che io dico a tempo non vi gionge. Ogni rimedio, ogni altro aiuto è vano, però che Alcide, qual era restauro
al danno inmenso ed al furore insano, non da getico dardo o stral di Mauro, ma da febre ferito a terra giace, e sieco di vertute ogni tesauro.
Oh, se risurga quel spirto vivace, credeti che il Leon che sì se afretta non farà tal fremir come ora face. Ma tu perché non vieni, anima eletta,
eletta in terra a possider vittoria, perché non vieni a chi tanto t'aspetta? Ove credi aquistar mai più di gloria, traendo Italia languida e confusa
fuor de la servitù di tanta boria? Non sciai che Mongibello ed Aretusa fuòr da gli atavi toi già liberati cum quel valor che ancor tra voi se adusa?
Ed or le stelle a te fautrici e i fati e la intonsa Fortuna te aparechia più fulvido scalion, se ben ve guati. Cotanta armata gente in te si spechia
e così da te sol ciaschedun pende che ogni altrui fama sembra oscura e vechia. La palma non ha quel che non contende, ma sol chi segue a magnanima empresa
cum nome trionfale al celo ascende. Io pur te aspetto e dubito sospesa che al gran desir lo effetto non riesca, qual m'ha ne lo aspettar la mente accesa.
Che degio far ormai, che ardo come esca? Starò nascosa al fiume che mi cella, temprando il mio fervore a l'onda fresca.– Non avea dette quella ninfa bella
apena apena l'ultime parole, che 'l viso ascose e l'una e l'altra stella. Le stelle, dico, che sembravan sole de sotto a' cilii, e' lumi tanto vaghi
che ancor quel dipartir dolce me dole né mai serà piacer che me ne apaghi.
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