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1441–1494

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Matteo Maria Boiardo

Nel doloroso cor dolce rivene la rimembranza del tempo felice, quando mia sorte più me tene in cima. Quella antica memoria ancor elice

li usati accenti e la voce mantene al suave cantar come di prima. Ligiadri versi e graziosa rima che usar solea nel mio novello amore,

a che non trarvi fore, se da quella crudiel non son udito? Così cantando aquetaremo il core che tacito non trova alcuna pace,

il cor che se disface pensando a quel piacer dove è partito. Ahi, lasso, ove è fugito, ove enne il tempo fugitivo andato,

nel qual sopra ogni amante fui beato? Era in quela stagione il ciel dipinto nel clima occidental di quelle stelle che del pigro animale il fanno adorno:

per che di chiare e splendide fiamelle nel liquido sereno avea distinto la fronte al Tauro e tutto dextro corno. Girava il sole al cerchio equale intorno,

e da l'artica parte e da l'australe l'uno e l'altro animale che lo amoroso Jove in piume ascose, quel che cantando sotto a le bianche ale

a la fresca rivera Leda accolse, e quel che de Ida tolse il biondo Ganimede e in celo il pose. Or stelle aspre e noiose

de lo Angue e del Delfin disperse in celo stringon la terra e l'onde in tristo zielo. Era la terra verde e colorita di celeste color, di color d'oro,

di perso e flavo e candido e vermiglio. Apria Natura ogni suo bel lavoro, la palida viola era fiorita e la sanguigna rosa e il bianco ziglio.

Li amorosi augelleti el lor conciglio facian cantando in sì dolce concento che potean far contento qualunque più di noglia il cor se grava.

Ogni arbosel di nova veste incento o fronde o fiori in quella stagion ave, e l'aura più suave tra le verde fogliette sospirava.

Ed or la stagion prava li arbori e l'erbe di belleza spoglia, e' fiumi de unda, e me colma di doglia. Piovea da tutti e' celi amore in terra

e ralegrava l'anime gentili, spirando in ogni parte dolce foco; e i giovanetti arditi e i cor virili sanza alcun sdegno e sanza alcuna guerra

armegiar si vedean per ogni loco; le donne in festa, in alegreza, in gioco, in danze perregrine, in dolci canti; per tutto leti amanti,

zente lezadre e festegiar giocondo. Non sarà più, che io creda, e non fu avanti fiorita tanto questa alma cittade di onor e di beltade

e di tanto piacer guarnita a tondo. Bandite or son dal mondo, non pur da noi, Bontade e Cortesia, in questa etade dispetosa e ria.

Colei che alor mi prese ed or mi scaccia, che il spirto mio manten da me diviso, tal che di vita privo incendo ed ardo, mi se mostrò con sì benegno viso

che ancor par che membrando me disfaccia l'ato suave di quel dolce guardo. Girava il viso vergognoso e tardo ver me talor di foco in vista accesa,

come fosse discesa Pietà dal cielo a farla di sua schiera. Indi fu l'alma simpliceta apresa, il senso venenato, il cor traffitto

da li ochi, ove era scritto: – Fole è chi aiuto d'altra donna spera –. Or più non è quel che era, ma spietata sdegnosa altera e dura,

stassi superba, e del mio mal non cura. Canzon, da primavera cangiata è la stagione e il mio zoire in nubiloso verno e in rio martire.

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