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1441–1494

104

Matteo Maria Boiardo

Se io paregiasse il canto ai tristi lai, qual già fece Arione e la temenza de li extremi guai, forsi così faria compassione

al veloce delfin questo cantare, tanta pietade ha in sé la mia ragione! Qual monstro sì crudel nel verde mare che non tornasse a tanto mal pietoso,

se il mio dolor potesse dimostrare? Qual animal tanto aspro ed orgoglioso e qual bellua sì immane che dolere non fessi del mio stato doloroso?

Farebbe a' saxi tenereza avere del mio cordoglio e le cime inclinarsi de' monti e a' fiumi il suo corso tenere. Ogni cosa potrebbe umiliarsi,

se non quella spietata che non cura per prieghi on per pietà benigna farsi, ma per li altrui lamenti più se indura. Adunque, poiché il cielo a noi se oscura

e il gran pianetto la sua luce asconde, posso dolermi intra le verde fronde e dar al ciel le mie voce meschine; ché così lamentando il tempo passa

che a me dilunga lo aspettato fine, benché cantando il mio duol non mi lassa, né lasserà, per quel ch'io creda, mai. Or cominciamo gli dolenti lai

qua sotto l'aier bruna, ricominciamo e' canti pien di guai. Diceti, stelle, e tu splendida luna, se mai nei nostri tempi o ne' primi anni

simile a questa mia fu doglia alcuna. Diceti se più mai cotanti affanni sofferse uom nato per amar con fede, guiderdonato poi di tanti inganni.

Voi ben sapeti che la mia mercede m'è dinegata e ritenuta a torto; sasselo il Ciel con voi, che il tutto vede. Sapete ben con qua' losenge scorto

fosse ne la pregion, là dove invano aspettando mercè, son quasi morto. Sapete come fuor me aparbe umano quel guardo che me incese a poco a poco

di quel fervor che tanto è fatto insano che lo arder suo dimostra in ogni loco. Bench'ormai più non ardo, ch'io son foco, ché nulla trova più che arder mi possa

la fiamma che m'ha roso e' nervi e l'ossa, e sanza nutrimento vive ancora. Sarà quel giorno mai ch'io veda extinto questo foco immortal? sarà quel'ora

ch'io veda il cor mio libero e discinto di laci ove io me stesso me legai? Laci di bei crin d'or che in tanti lai me faceti languire,

tenendomi legato in pianto e in guai, come potrò mia noglia ad altri dire, che me teneti in tal captivitade e non lassati apena ch'io sospire?

Odite, selve, e prendavi pietade del mio dolor che a tutti è disequale, che sia in la nostra on fusse in altra etade. Tu, che hai de la mia mano il bel signale,

arbor felice, e ne la verde scorza inscritta hai la memoria del mio male, strengi lo umor tuo tanto che si smorza quel dolce verso che la chiama mia,

che ognor che io il lego a lacrimar mi forza. Non è più a me, no, no, quel che solia, ché la crudel Fortuna me l'ha tolta, anci sua legereza e sua folia

che a la promessa fede ha dato volta; né più mei prieghi o mia rason ascolta che ascoltin questi tronchi sanza senso. Oh noglia scognosciuta, oh male immenso,

che tanto è grande e par che altri no 'l veda! Ché assai minor angoscia ha un cor dolente quando si dole e par che altri gli creda; ma io, che ho le mie pene sì patente,

credenza on fede ancor non gli trovai. Debo tacer adunque questi lai che l'alma mia sostene? Debo io tacere e consumarme in guai?

Doglia mi forza e parlar mi convene, ché più non pò tenere il tristo petto, colmo de affanno e di soverchie pene. E poiché a me rapito è quello aspetto,

quel dolce aspetto che mia vita incese, parlar a l'aria e al vento haggio diletto. Tu che li mei desir senti palese, aura suave che in questa rivera

con le tremante foglie fai contese, sentendo quale sono io e quale io era, non che tu ne dovristi esser pietosa, ma Borea, di natura alpestra e fera.

Già me vedesti in faccia più gioiosa, se te rimembra ben, ch'io te aspettava fatta dal spirto suo più graziosa, quando io la sua forma, e lei sua fede amava.

Lasso, che il lamentar non mi disgrava da quel peso crudel che l'alma incarca: sì come il perregrin che l'alpe varca, che al più salir più prende di fatica,

così più de tristeza al cor me aduce il mio cantar e più di duol me intrica, e non ho possa quando il mondo ha luce né quando il sol sottera asconde i rai.

Tu dai riposo, notte, ai tristi lai de tutti li animali, e doni smenticanza a tutti e' guai; tu, notte, le fatiche a zascun cali;

ed io, ne l'umbra tua distesso in terra, non prendo posa dai mei eterni mali: ma alor più se rinfresca la mia guerra quando per te se copre il nostro polo

che sotto il suo emispero il giorno serra; alor mi vedo sconsolato e solo, e porto invidia a ogni animal terreno che alor se aqueta e non sente il mio dolo.

Dormen li ocelli in fronda al ciel sereno, le fere in bosco e né frondusi dumi, nei fiumi e' pesci e dentro al salso seno. Ed io, pur ne li antichi mei costumi,

la notte umido ho il viso, umido al sole, perché mia vita tosto se consumi, poiché quel cor spietato così vole. Ben sei, notte, crudel, se non ti dole

del mio dolor e de mia pena acerba, che me vedi jacer pallido a l'erba, né poter impetrar morte con preghi. Odi tu adunque il mio lamento amaro,

e fa che il tuo poter non me se neghi, fa a coste' in sogno manifesto e chiaro quanto ora l'amo e quanto già l'amai. Misero, lasso, a che cotesti lai

raconto e i crudi stenti a chi nulla sentir può di mie' guai? Io spargo al cielo invano e' mei lamenti, a l'aura e a' boschi invano odir mi facio,

invano a l'umbre sanza sentimenti. Tu sola, che potevi il stretto lacio lassar alquanto, te prendi vagheza vedendo con qual pena io me disfacio.

Che maledetta sia quella dureza che te è nel cor gelata, e il falso amore che agiunse a crudeltà tanta belleza! Maledetto esca in pianti quello umore

de li ochi mei, che se invaghì sì forte de il tuo bel viso e che lo mostrò al core! Tu m'hai, fera crudel, a mortal sorte condutto, e pur sembiante ancor non fai

che te piaza on rincresca la mia morte: ché assai minor forian mei tristi lai, se i' credesse de averti fatta pietosa alquanto de' mie' guai,

on ver, morendo, un poco compiacerti.

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