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1441–1494

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Matteo Maria Boiardo

Sorge, Aretusa, e fonde ogni tua vena ché l'alta fonte che è tra Cirra e Nisa non bastarebe a tanta empresa apena. Questa matera che mia mente avisa,

fuor de gli usati paschi è da cantare cum meglior voce e versi de altra guisa. Venite, belle Ninfe, ad ascoltare: or non vi narrerò le pome de oro

che fér nel corso Ippomene avanzare; né porò l'Orse tra le stelle in coro, nì vi dirò di Crete il labirinto, nì quel di Tebe o qual fo più lavoro;

o come fosse da Poluce vinto Bebrida al cesto, o le Arpie spenachiate, e ciò che ogni poeta ha già dipinto. Dir non voglio io queste opere vulgate,

ma la virtute splendida de un duce qual non ha pari in questa o in altra etate, se quello inmenso affetto che me aduce a narrar opra sì sublime e grave

non me confonde gli ochi in tanta luce. Quei che passarno cum la prima nave eber cum sieco il bel figlio di Febo, qual fo nel canto più che altri soave:

colui, dico io, che da il dolente Erebo tornò sonando, e da le Bacce occiso fo, sendo ancora giovene ed efebo. Questo cum dolce voce e cum bel viso

piegava e' scogli e facea stare il vento, movea le piante a pianto e i saxi a riso, passando per la spiaggia lento lento, là dove le Sirene a dolci versi

faceano in zoglia altrui morir contento; e ' naviganti tuti eran già persi né si potean sé stessi contenire, ma il volto e i remi al canto avian conversi.

Alor comenciò lui suo canto a ordire cum tal dolcezza che ogni mente oblitera e la Sirena taque per odire. Rimena il plectro de oro in su la citera

e cum le corde acorda la sua voce, e il mare e il monte intorno la reitera. E cerco a lui vi avea delfini e fòce, né cèto né altro monstro al fondo resta,

ma ciascun trage al canto più veloce. Tuti del mare avean sorta la testa e ciaschedun più presso ascoltar vole la cantilena, ch'a quel suon fo questa:

–Eo vedo ussir da lo occidente un Sole, se Apollo a me, suo figlio, il ver predice, che ascende ove questo altro scender sòle, e fermarasse in su questa pendice

che ora vedeti avanti sì diserta, ma fia più ch'altra nobile e felice. Poi che sarà la Vergine scoperta e ritrovata a quella sepoltura

da gente nova e da abitare incerta, longo quel litto sorgeran le mura di quella alma cità, qual di vageza e de alta fama non avrà misura:

né ciò dico per possa o per vechieza, per soperbi edifici o per bel sito, o per sua gente a le virtute aveza, ma perché il novo Sol de Spagna ussito,

poi che avrà lustregiato tuto il mondo, fermarà la sua luce in questo lito. Da le superne stelle al mar profondo la terra sonerà del primo Alfonso,

e seconderà il nome nel secondo. Né fia di Delfo oraculo o responso la gloria di costui, ma tanto chiara quanto di raggi ha Febo il capo intonso.

Natura generosa che rippara in regal sangue alcun lignaggio antico, in altra stirpe più non se rischiara; nì Atalarico già nì Rodorico,

che a quest'inclita iesta son di sopra, oguagliar se potrano a quel che io dico. Vedeti che a sì grande e nobil opra, quale è produtta per cotanti onori,

par che ogni stella il bel viso discopra; vedeti il mondo ornato a rose e a fiori, e il mar tornato di sapor di mèle, spirar il vento de cinamo odori;

tigri e serpenti e ogni animal crudele rari sarano, e se qualcun ne fia, sarà senza veneno e senza fele. Come fia nato, a lui per compagnia,

sarà donato Amor cum gli ochi aperti e Gentilezza e Ardire e Cortesia; né sarano a sue guanze e' pel scoperti che de lui s'oderà non dico segno,

ma prove d'uom compiuto e fatti experti. A la difesa del paterno regno, quasi fanciullo, ov'è Troia minore di cotal parte si mostrarà degno.

Non crescerà suo triunfal onore com'altri a poco a poco, ma ad un ponto darà per tuto subito fulgore. La bellica prodezza ch'io ve conto

fia tuta sieco, e non sarà divelta sinché fia al cielo in anima ragionto. E come il Mauro ha l'asteciola inselta e quel di Baleare ha la sua fronda,

il Scita l'arco e Amazone la pelta, così parrà che ogn'arte a lui risponda, non sol che s'usi ma pensar si possa, per opra di bataglia in terra e in onda.

Talor giocando a scudo ed asta grossa farà di sé tal mostra che ciascuno se stupirà di sua destrezza e possa. Coteste lodi che cantando aduno

non son la summa di virtute tanta, ma qual in bella donna è l'ochio bruno; e qual è fior vermiglio in verde pianta, in monil d'oro il lucido carbone,

tal tra tutti altri sol costui si vanta. Testimonio è Flaminia e il Rubicone: là tra' nemici passarà di volo, prendendo il pasto a guisa di falcone.

Testimonio fia l'Arno e l'alto dolo ch'a Puoggio Imperial Toscana sente: là tanti segni abbaterà lui solo. Non fia riparo all'animosa mente

inexpugnabil colle, e ogni altro loco sempre di contrastarlo al fin si pente. Ma d'ognor quel ch'è fatto a lui par poco, e più richiede sua virtude accesa,

spirando ad alto sempre come foco. Mirate Italia, che si sta difesa sotto al suo scudo e senza altra vigilia, senza altra guarda a sì stupenda impresa.

Dal mare Eusino a' jogi di Panfilia, e ciò ch'è tra l'Eufrate e tra il Danubbio ne ven armato al Regno di Sicilia; e se non rompe a sì gran tela il subbio

e sì gran tramma quel duca sicuro, perduta è Italia e non ne faccio dubbio. Ma che dico io? quei barbari non curo, ché già di salto a l'alte terre in cima

e già d'Otrànto il veggio sopra al muro. Sagite foco e folgore non stima, né quella gente oribil e legera tra la qual Marte sua sede ebbe in prima.

O gentil alma nobil ed altera ch'a tua prodezza non trovi confino, a maggior fatti drizza la bandiera. Già il Mencio, lo Oglio, Pado, Ada e Tesino

a te fan riverenza, e il bel paese qual chiude l'Alpe, il mare e l'Apenino. Là farai l'opre grande e sì distese che bisogno non è ch'io le ricorde,

quando in sé stesse fien chiare e palese.– Cantava Orfeo cum voce e con le corde, ma la sua nave non potea star quieta, cum tal dolcezza quel canto la morde;

e tanto è di quel suon zogliosa e lieta che verso il ciel adriciava la prora, onde più longo il canto li divieta: benché gran gesti restavan ancora,

ma non potendo, al lito periglioso voltò la poppa e non fece dimora. Ed io nel bosco ormai più star non oso, poiché oscurito è per tutto d'intorno,

gionta è la notte e il tempo de riposo. Ma se mia voce, com'io spero, adorno, di questo duca l'abito regale cum altri versi a dimostrar ritorno,

pur ch'al disio la possa spieghi l'ale.

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