Nelle fiorite piagge, e fertil piano d'ombrose selve e folti boschi pieno, che la bell'Adda press'Insubria bagna, Pan dio d'Arcadia venne, poi che 'n vano
seguì Siringa che d'Amor il seno, superba e ritrosetta, discompagna. E 'n la ricca campagna, d'antiche quercie in mezz'ai santi orrori,
l'albergo elesse e eterno nome diede al bel Pandino, erede oggi di più felici e veri onori, di virtù nido e seggio a casti Amori.
Quivi la bella e glorïosa donna, ch'a' nostri giorni di virtute e grazia, e di beltate albergo si ritrova, stassi con sparso crine in nera gonna
e sol di lagrimar s'appaga e sazia, tant'in lei doglia il duol ognor rinova, il duol a cui non giova altrui conforto: sì l'affligge e sface
la morte di un figliuol, tal ch'ella suole, dall'uno all'altro sole, piagnendo sempre priva d'ogni pace starsi, qual neve al sol che si disface.
Onde chiavate insieme ambe le mani, con gli occhi fissi al ciel si lagna e grida, tal ch'a pietate il marmo può piegarse. E dice sospirando: – ahi sciocchi e vani
nostri pensieri, e pazzo chi si fida in ciò ch'ogni momento suol cangiarse! Invide Parche e scarse, che 'l caro mio figliuol sì tosto a morte
tiraste, con sì duro e orrendo caso, che dall'orto all'occaso del sol, non fu già mai sì fiera sorte tra quanti qui n'ancide l'empia morte.
Come non puotè in me tanto la doglia ch'i' ne morissi, allor ch'i' vidi il sangue da quelle membra uscir sì caldo fore? I' vidi, ahimè, la pargoletta spoglia
d'alto cadendo pallidetta e esangue restar come tra l'erbe un secco fiore. Ben è ver che non more di doglia alcun. I' pur dovea morire
allor che 'l vidi. I' pur morir dovea quando mancar vedea il caro mio figliuolo in tal martìre, che 'n me non può per tempo mai finire.
Questa è pur doglia, ch'ogni doglia avanza; e sovra ogni credenza in me può tanto, ch'i' ne torrei morir per minor pena. E peggio si è, che for d'ogni speranza
i' vivo, che cessar mai debbia il pianto ch'esce dagli occhi miei con larga vena. Ahi vita amara, e piena d'aspri tormenti! I' veggio ben ch'omai
sperar non debbo più diletto o gioia, ma sol angoscia e noia, che con dogliosi e sempiterni lai, mi tengan sempre fin ch'io viva in guai.
Ché se per morbo il mio figliuol la vita finit'avesse, a poco a poco quale suol avvenir in tal' età sovente, forse ch'all'aspro mio dolor aìta
darei. Ma quand'i' penso all'alte scale, cagion della rovina sì repente, mancami allor la mente, né come viva resti dir saprei.
Ahimè figliuolo, ahimè figliuol mio caro, in tanto duol amaro il resto lasci delli giorni miei, che se morta non fossi i' ne morrei.
Or quando mai potrò, figliuol, vederti, che senza te la vita non m'aggrada, ove mai sempre il cor doglioso geme? Lassa, che non feci io per ritenerti?
Ma non puotè Esculapio, o Apollo, a bada l'alma tener in tante doglie estreme. Non valse il colto seme a piena luna, e meno il suco d'erbe,
né tra le pietre il verde e fin smeraldo. Né lo bel diaspro il caldo sangue fermò, che dalle piaghe acerbe correa, qual rio che larga vena serbe.
Ind'io mirando que' begli occhi, quelli occhi tuoi dolci,ombrar eterna notte, e 'l dolce ragionar finir in tutto, più di te morta, i già leggiadri e belli
lumi bagnai, con lagrime interrotte da fier singhiozzi e sospiroso lutto. E 'l viso bel distrutto, e la soave bocca in ogni lato
baciai più volte, stand'intenta allora ch'uscisse l'alma fora, acciò cogliessi almen lo spirto amato sulle tue labbra con l'ultimo fiato.
Dunque, figliuol, l'acerbo mio cordoglio s'hai teco quell'amor che 'n terra avevi, mira dal ciel, e vieni a consolarmi. Tu sai che giustamente pur mi doglio,
da poi che fur i giorni tuoi sì brevi, ch'assai più tempo lieta dovean farmi. Ahimè, perché donarmi non volle grazia il ciel, ch'a questo passo
teco, figliuol à–. Qui tacque, né più disse: ch'ambe le luci fisse al ciel avendo, il corpo quasi casso parve di vita, ed ella farsi un sasso.
Turbosse allor il cielo per non veder che 'l cor di duol si svella fra le più belle donne alla sì bella.
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