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1485–1561

CCXXXVII

Matteo Bandello

Lasciare il freno omai al largo pianto chi mi divieta e disfogar il duolo poi che ramingo e solo morte mi lascia e colmo d'ogni doglia?

Fermate augelli il vostro altero volo, né più si senta in voi l'usato canto; ma meco il viso santo morto piangete che di ben mi spoglia.

Arbor non sia che mova al vento foglia, le fiere snelle fra gl' erbosi chiostri restino quete al mio dolore atroce; ecco la mesta voce

mai sempre segno al lacrimar mi mostri. Fermesi il Mincio a gl'occhi tanto umore dando, che basti a distillarm'il core. Almo, felice e fortunato spirto

che lasciando le membra in terra sparte or sei salito in parte ch'apresso il tuo Fattor, beato godi, per quella fé che mai da me non parte,

ma sempre è verde come alloro e mirto, per l'annellato ed irto tuo crin, ch'al cor mi fe' cotanti nodi non mi lasciar solingo star in terra,

ma fa' che questa travagliata vita, ch'ad ogni modo è gita, co' 'l pianto ponga fine a tanta guerra, che di te privo il viver mio non vive

onde pietà sarà ch'a morte arrive. Ché la mia vita avea da' tuoi begl'occhi favor che vivo allor mi mantenea, né sorte acerba o rea

era possente a darmi alcuna noia; ogni piacer il cor in te godea, né creggia che già mai tal grazia fiocchi (dicalo amante), o tocchi

ad altri una scintilla di mia gioia; quanto di bene al mondo un uom disnoia tutto era accolto ne 'l tuo vago viso ove bellezza ed onestade a paro,

com'al presente imparo, facevan dolcemente un paradiso, la cui memoria ancor ha tanta forza che di niente la doglia scema o smorza.

Ma poi che morte tanto ben ha tolto, anzi riposto per più gloria in cielo, ardendo in mezzo al gielo stòmi, e nel giaccio son ne 'l vivo foco.

L'invisibil sua forza senza velo, o dorma o sia dal sonno in tutto sciolto, con più sereno volto colma si mostra di diletto e gioco

e 'l largo pianto asciuga a poco a poco, e cose assai mi dice che redire i' non saprei, ché tremo a ripensarle; né voglio ch'altri parle

ché mortal lingua tanto non può dire. Ond'io tornando al duro pianto sempre piango, né so cangiar costumi e tempre. Ché teco allor da terra ogni conforto

partì, per cui mendico qui rimasi anzi pur morto o quasi, ché senza te la vita non mi piace. Ben diede segno de' miei duri casi

il ciel, quel dì che Febo freddo e smorto, il gran publico scorto, pianse celando a noi la chiara face! Il Mincio, che d'intorno armato giace,

con torbid'onde allor mostrossi e corse subito in dietro al gran Benaco in grembo. D'oscura pioggia un nembo con focosi baleni Giove porse,

l'erbe aduggiate diventorno e i fiori tutti perser quel dì suoi grandi odori. Che debb'io, ahi lasso, far, alma cortese, se nulla è qui che mi diletti o piaccia

e 'l cor di duol s'aggiaccia bramoso di morir per seguitarti? Quando mai rivedrò quell'alma faccia, che per mio ben mi fe' tante contese

e le mie voglie accese temprò più volte con suoi modi ed arti? O mie fatiche, o passi indarno sparti, o travagliate notti, o mie speranze,

o martir duri per me sempre vivi, quando sarà ch'arrivi a fine il duol che par ch'ogn'or avanze? Ché pur è gionto a fin di quanto bene

mai mi promise Amor in tante pene. E voi, leggiadre Ninfe, cui l'ondoso nido de 'l Mincio in dote diè Natura, la bella sepoltura

di vari odor spargete d'ogn'intorno. Io per me, lasso, con perpetua cura negando alla mia spoglia ogni riposo, il loco aventuroso

piangendo bagnarò la notte e 'l giorno, e dello fiume l'un e l'altro corno a gl'occhi prestarà sì larga vena ch'al fine, lacrimando, la trist'alma

in polve questa salma vedrà disfarsi per soverchia pena e poi volando andar alla sua donna, che così morta ancor in me s'indonna.

Tra questi marmi adunque e freddi sassi, chiuse le belle membra son di quella cui par né sol né stella vider in terra né vedran più mai?

In questa tomba, in questa fosca cella, in così poco spazio lieta stassi, ahi lasso, e terra fassi, colei che mi mantiene in duri lai.

Dunque ha compiuti, ahi dura e cruda sorte, la bella donna mia suoi giorni gai? Perché son vivo ancor, perché non moro e vado tra coloro

che gionti in vita son congionti in morte? Perché non resi 'l spirto allora seco, s'ella più non dovea trovarsi meco? Ahi dispietate Parche, che sì presto

da l'onorato capo il biondo crine troncaste e le divine luci chiudeste troppo acerbamente; tra quante mai faceste qui rapine,

s'al parangon si metteran di questo caso così funesto, nulla stimate fian da tutta gente che vide il mondo, ahi lasso, in un repente,

al dipartir di quest'alma gentile, Amor, ignudo e privo d'ogni grazia, e poi pietosa e sazia farsi la morte allor cangiando stile:

ché ben le parve quando questa scelse, sembianze non veder mai tanto eccelse. Tu vedi ben, canzon, ch'io non dimostro di for com'è di dentro il mio tormento,

ché chi può dir di duol poco si dole. Però le mie parole al ciel le porti sospirando il vento, fin che dinanzi a quel che il tutto vede

possi scoprir co 'l duol la ferma fede.

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