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1485–1561

CCXXXVI

Matteo Bandello

Or che solingo sono fra querce, olmi e abeti, ove d'Insubria il piano il Lambro inonda, ben potrò il roco suono

d' i miei martir segreti scoprir col pianto che ne gli occhi abonda; sol Eco mi risponda, e 'l fin de' mesti accenti

sotto quest'ombre chiuda, ché 'l cor mi trema e suda ch'altri non oda i duri miei lamenti e sia scoperto al mondo

l'alto mio duol profondo. Fuggite dunque, augelli, che per le fronde andate i vostri dolci amor cantando ogn'ora.

Fuggite, pesci snelli, che 'n questo gorgo state a belle schiere di periglio fora, ché 'l mio tormento fora

forse cagion di darvi fra le chiare acque pena, e la vostra serena pace potrei, col mio gridar, turbarvi;

ché l'aspro mio martire chi l'ode fa languire. Dico che poi che quella lasciai, di cui la vista,

quando s'inalza, al sol i raggi adombra, parmi che mi si svella dal petto il cor e trista sia la mia vita, tanto duol l'ingombra;

né mai da me si sgombra l'alto martir che 'l giorno ebbi, al partir ch'io fei, quando salir vedei

ne gli occhi il pianto, e mesto il viso adorno farsi e così pietoso che ripensar non l'oso. Ché 'n mezzo a que' begli occhi

che son del mondo il sole restai, partendo eternamente preso, ché dove aven che tocchi, il vago lume suole

legar ogn'alma in vivo foco acceso. Ma poi che m'è conteso quel dolce sguardo umìle, né vivo son né morto,

privo d'ogni conforto, e l'alma ha tolto di lagnarsi un stile che, per l'acerbe pene vie più crudel divene.

Di lagrimar mai sempre dunque cagion avemo, alma, più non veggendo il nostro obietto. Però, fin che mi stempre

morte nel giorno estremo, umidi gli occhi fian e molle il petto, che 'l sommo mio diletto è star in pianto e doglia

tal che 'l giorno e la notte le lagrime interrotte mai non mi sian, ma sempre il cor si doglia e la penosa vita

più non ritrovi aìta. Ahi, lasso, s'io sapea 'nanzi a begli occhi suoi moriv'il dì che 'l Mincio abbandonai,

il dì che mi tenea gli occhi ne gli occhi e poi sospirando asciugava i dolci rai. Io non moria già mai

o tal sentiva gioia quivi morendo il core che l'alma a uscir di fore sentir non mi lasciava alcuna noia.

Ch'inanzi al suo bel viso non muor chi 'l mira fiso. Ma perché sempre stanzi novo duol meco, ond'io

non speri aver mai più tranquillo stato, non pote a lei dinanzi partir il spirto mio ch'allor partendo si partia beato.

Or lasso travagliato sono dal Mincio lunge né di vederla spero. Così mi molce Amor, così mi punge

e stommi lagrimando temendo ardendo amando. Mesta canzon che 'n ripa al Lambro fusti tra lagrime raccolta,

qui resterai sepolta.

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