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1485–1561

CCXXXV

Matteo Bandello

Debb'io mai sempre, Amore, viver lontan da quella ne' cui begli occhi impenni e spieghi l'ali? Devrà mai sempre il core

lontan da la sua stella esser albergo d'infiniti mali? So pur che molto vali quando il fier arco tendi,

però se mai ti calse di me, né prego valse, rendi a la vista il vago obietto, rendi, acciò ch'io possa 'l viso

mirar, cui senza son da me diviso. Ché senza l'alma vista io son come terreno ove non scaldi il sol, negletto e incolto,

e la mia vita trista sento venirsi meno tanta è la doglia ov'io mi trovo involto. Né a me lo mondo tolto

sì mi dorei com'io viver lontan mi doglio da quella per cui soglio d'ogn'altra vista aver eterno oblio;

ch'un suo bel sguardo solo di terra può levarmi in cielo a volo. Deh dimmi, Amor, che fora senza lei la tua forza,

l'arco, gli strali e le facelle ardenti? Le tue quadrella indora il suo chiar raggio, e sforza seguirti le più sagge e salde menti;

gli sguardi suoi cocenti ti danno eterno impero sovra mortali, e puoi oprar ciò che tu vuoi

tal è virtù fra 'l vivo bianco e nero! Fammi dunque sentire come dinanzi a lei si suol gioire. Fin qui son stato in vita

sperando pur un giorno sul Mincio ritrovarmi a le grat'ombre. Or la mia speme è gita, ché troppo, ahimè, soggiorno,

e par ch'eterna notte omai m'adombre; poi temo non si sgombre dal bianco e casto petto quella memoria, ch'ivi

talor tu me scolpivi quand'era apresso al sommo mio diletto. Ché pria morir vorrei che di me fusse oblio, Amor, in lei.

Però, signor, se brami ch'io segua il tuo vexillo, cui da culla seguir fui destinato, fa' che quest'occhi grami

il limpido e tranquillo lume conforti, che mi fa beato. Che dico, ahi sfortunato? Tanto sperar non oso,

ma prego sol che sia dinanzi a lei la mia fede scolpita e 'l stato mio penoso. Se questo Amor mi dai

qual dolcezza pareggia li miei guai? Questo bastar mi dè, canzon mia rozza, se del servir mi' fido 'nanzi a' begli occhi Amor compone un nido.

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