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1485–1561

CCV

Matteo Bandello

Amor più volte mostro m'ha nei begli occhi della donna mia, come per lor trïonfa e spiega l'ali; e dicemi: – i' ti mostro,

amante, cosa ch'impossibil fia, che mai si veggia più fra voi mortali. Ché quante sono, o fur mai donne uguali non vedi a questa, ond'io men vado altiero:

ché senza il suo favor nulla sarei –. Poi scopre agli occhi miei cose, che dir altrui poter non spero. Ma tant'è quel desìo,

ch'accende questo dolce lusinghiero di scoprir ciò ch'ognor in lei vegg'io, che di parlarne alquanto, almen desìo. Ma come posso, Amore,

mostrar parlando tanta maestate se l'intelletto non la scorge a pena? Ché ciò che splende fore (non pur l'interna e sacra chiaritate

al volgo ascosa e d'alte doti piena) ogn'alto ingegno abbaglia, avanza e affrena, e ratto fallo andar for di se stesso, per tant'eccelse e rare meraviglie.

E pur tu vuoi ch'io piglie ardir di palesar, e far espresso ciò ch'impossibil parme ch'io dica, e dove indarno mi son messo.

I' nol potrò scoprir, ché 'l ciel levarme non vuol tant'alto, ov'io potrei bearme. Ché s'io potessi, o donna, tanto di voi parlar quant'è 'l desire,

e quanto meco, e con Amor ragiono, voi diverreste donna di quanto vuol Iddio che 'l ciel rimire: tante in voi doti, e tante grazie sono,

che un sol de' vostri discoperto dono, come l'indica pietra il ferro fura, tirerebbe ciascuno a contemplarvi; e china ad adorarvi

vedreste in terra ogni opra di Natura. Ond'io, che vosco a lato sempre mi trovo (oh forte mia ventura!), a dito mostro, lieto e fortunato

(vostra mercé), sarei talor chiamato. Indi avverrebbe poi, ch'al vostro pregio, e all'alta gloria vostra, ed al mio bene invidia il mondo avrebbe.

Così posta per voi in colmo d'ogni gloria l'età nostra vedrei, ché tanta grazia mai non ebbe. E fora il grido tal, ch'ogni uom direbbe,

oh ben divino, oh grazia mai non vista, né sotto il ciel da riveder più mai! Questa coi santi rai ch'escon sì ardenti dalla vaga vista,

a' corpi l'alme invola, e questi col suo dir ognor le acquista eterna fama, e seco al ciel se 'n vola: egli beato, ella felic' e sola.

Or lasso, il ciel mi nega ingegno e forza a tant'eccelsa impresa, e resta sol ardita in me la voglia. Ma sotto 'l peso piega

la debil forza sì, che l'è contesa quell'alta guida, ch'a cantar l'invoglia. E questo è quel che fa, che sempre in doglia vivendo stommi, e resto for di spene

d'aver al vostro merto uguale il canto. Ché ciò che mai da canto mette il pensier, ch'al mio voler s'attiene, com'egli è sculto in mente,

così perfetto poi di for non viene. Perciò la lingua sì confusamente parla, ch'a par del ver nulla si sente. Almen mi desse il cielo

che come in chiaro, fresco e puro rivo si vede tutto quel che serba al fondo, così 'l terrestre velo ciò che nel cor pensando formo e scrivo,

non mi togliesse rimirar profondo. Ivi vedreste, allor, ch'amante al mondo non ha pensier uguali a' miei pensieri, ch'affina Amor nel vostro vago viso.

Ivi mirando fiso quanti ho di voi concetti santi e altieri, e ciò che 'n verso e 'n prosa, di dir la lingua par che si disperi,

direste sospirando: – questa è cosa da farmi eterna, chiara e glorïosa –. E ben ch'ognor m'avveggia come non giungo di tant'opra al segno,

che non la scerne appena l'intelletto, lo spirto pur vaneggia d'eccelse voglie e d'alto desir pregno, sforzandosi scoprir ciò ch'ho nel petto.

Ma non segue al desir ugual l'effetto. Ond'appo voi il non poter mi vaglia a giusta scusa, acciò ch'al mondo avaro sia manifesto e chiaro,

che sì il vostro valor mi preme e abbaglia, che di quell'il gran carco contende, che di for lo stil non saglia, come la mente ognor n'informo e carco,

tal che, nel dir, or resto vinto or parco. A che dunque s'ammira, chi vede 'n mezzo ai bei vostr'occhi ognora trovarsi Amor dalla sua madre Dea,

se chi ben fiso mira vede ch'Amor voi senz'Amor non fora, che quella sète, dov'Amor si crea? Voi d'Amor madre, voi del mondo Idea,

che fra' fastidi dell'umana vita pace porgete a chi v'adora e segue. E tanto si consegue, che gioia date eterna ed infinita,

che d'ogni ben n'appaga, tant'è il favor di vostra dolce aìta. Onde la Fama ognor gridando vaga la divina Lucrezia di Gonzaga.

Se forza al mio desir, donna, darete, i' canterò di voi cose sì belle che fermerò col sol tutte le stelle.

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