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1472–1555

3

Marc'Antonio Epicuro

Per esser poverello io non son degno sparger dinanzi a voi le mie querele, ché povertà mi rompe ogni disegno. Pover io son, ma son tutto fidele,

e perché pover son, nissun m'apprezza, e benché pover sia, non son crudele. Pover son io e posto in gran bassezza, e benché pover sia, non son fallace,

ché povertà non guasta gentilezza. Pover io son ch'al ciel diletta e piace, e benché pover sia, non son villano, ché spesso un gran tesor in terra giace.

Pover io son, non già maligno e strano, e benché pover sia, non son giudeo, né can, né mor, né turco, né marrano. Pover io son, ma non già empio e reo,

e benché pover sia, bramo l'onore, cantando no, ch'io non son fatto Orfeo. Pover io son, ma non già ingannatore, e benché pover sia, sempre son stato

al servizio di ognun ch'è mio signore. Pover io son e poco aventurato, e benché pover sia, mai non fui vile, ma sempre servitor di chi m'è amato.

Pover son io, ma d'animo gentile, e benché pover sia, non son superbo, ch'al poverel convien d'essere umile. Pover io son, non fraudolento e acerbo,

e benché pover sia, stimo la vita, piacendo all'incarnato unico Verbo. Pover io son, e povertà me invita a dimandar a voi qualche mercede,

qualche degno soccorso, qualche aita. Pover son io, ma ricco assai di fede, e benché pover sia, vo pur cantando l'empia mia povertà che sì mi lede.

Però, signora, a voi mi raccomando.

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