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1510–1568

XXXI

Luigi Tansillo

I dolci leggiadretti Figli illustri, e nipoti Che fur sì vaghi della tua persona, Qual coro di angioletti

Al funer tuo divoti Fer piangendo quel dì nobil corona. La tua bella Aragona Mesta e crucciosa stette

Sovra gli altri fanciulli, E gli usati trastulli I vaselli, i lacciuol, le mammolette, E l'altre care cose

Teco al sepolcro ascose. Tanto si attrista e si ange La fanciulletta accorta, Quanto ne' lieti dì teco gioiva;

E ti lamenta e piange, Con quel senno, oggi morta, Con che t'usò nei suoi piacer già viva. Poiché di te son priva,

Dico ella, che far deggio? Emmi il zucchero, e 'l mele Volto in assenzio, e fiele; Senza te, Cintia mia, quant'odo e veggio

Che agli altri dolce paja Tutto a me sembra baia. I pargoletti amori Nati col mondo, e nani,

Qual tu, le care membra, e i dolci volti, I più minuti fiori, Ch'aggian mai con lor mani Da vaghe erbette in pratel verde colti,

Spargon, tutti raccolti Intorno al picciol sasso Che il tuo bel corpo serra; E girando la terra

Con flebil voce, esìle, e volto basso Onoran l'umil fossa Che asconde le brevi ossa. Non è chi voli o cacci,

E ne la plebe ignota Stampi piaghe mortali; Non è chi rete allacci, Chi volga o bagni rota;

Ch'impenni, o auzzi, o impiombi, o indori strali. L'un l'altro spennan l'ali Ch'hanno color più allegro; E le penne più corte,

Per pompa di tua morte, Ad una ad una van coprendo a negro; Né vi è chi face accenda Per tema che non splenda.

I brevi dì del verno Vestiti d'atre nubi Versan pioggie amarissime di pianto, Biasmando il fato eterno

Ch'anzi tempo ti rubi; Le notti estive, ardendo d'ira accanto Al tuo sepolcro santo, Mandan sospir di foco.

E se ogni cosa breve Pianger tua morte deve Ovunque sia, vieppiù che in altro loco Piangan dentro al mio petto

La speranza e il diletto. Le tue compagne fide Grave cordoglio preme, Né han chi le console:

Perché chiunque vide Le tre sì liete insieme, Ed or vede sì triste le due sole, Non men, ch'elle, si duole:

Con lagrimosi modi, Le querele alternando, Van parte raccontando Del molto, ch'elle san de le tue lodi:

E 'l suon dei tristi carmi Faria pietà nei marmi. Lassa! chi mai sofferse, Comincia a dir Sofia,

Gli altrui scherzi, e 'l deriso, E le parole avverse De la vil turba ria Con più sereno, o men turbato viso?

Lassa, chi volse in riso

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