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1510–1568

XXX

Luigi Tansillo

Ben furo, alma, propizie Al tesser di tua gonna L'aria, la terra, e l'acque; Poiché fra sue delizie

T'ebbe la maggior donna Che mai nel mondo nacque; Come che il cor le tocchi: E se si dolse assai,

Ne dieder segno i rai Dei divini occhi, Premio troppo superbo D'ogni aspro fine acerbo.

Poiché all'ordir dei panni De la terrena veste Fur sì scarse le Parche, Or al filar degli anni

(Dicea la Dea celeste) Non dovean esser parche. Crudeli, han d'anni carche Mill'empie donne a torto,

E Cintia ucciser tosto. Forse mi fia risposto: Corpo sì corto Non è degno che giunga

A vita, che sia lunga? Dunque al serpente iniquo E sì mortale al mondo Viver tant'anni lice?

Fàssi cotanto antiquo Il negro corvo immondo, Talor nunzio infelice? La garrula cornice

Oltra i secoli passa, Che le campagne assorda Nel fruttar, seme, ingorda, Sul terren lassa;

E Cintia ha frali tempre Che viver dovea sempre? Né pur gli occhi divini De la maggior beltade,

Che faccia il mondo adorno, E quanti eran vicini, Ove il tuo corpo cade Pianser, Cintia, quel giorno:

Ma le contrade intorno, E da fonti, e da fiumi E da selve, e da colli Venner le ninfe molli

I santi lumi, Ad onorar l'angusto Tuo sacro picciol busto. Fin qui il rumor s'udìo

Del tuo morir repente Ed alto duol se n'ebbe. Il nostro picciol rio Si dolse fieramente,

E tanto gliene increbbe Che del suo pianto e' crebbe. Ogni uccellin si attrista Che in questa piaggia amena

Segnar col piè l'arena Talor t'ha vista, Ed ogni picciol pesce Sul lido a pianger esce.

Due nane afflitte Chi fia che altrove mande Senza una scorta grande?

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