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1510–1568

XXVI

Luigi Tansillo

Che non può far, donne leggiadre e care, Amor, quando di noi prende il governo; Amor, che non pur regna in terra, e in mare, Ma ha giù tra l'ombre, e in ciel, potere eterno;

Che non potrà? Se i morti oggi può fare Da sotterra uscir vivi, e dall'inferno; E gir nave su le onde, e naviganti, Che solcò il mar mille e mille anni avanti.

Quanti anni, e quanti secoli son corsi D'allor, ch'ebbe lo scettro in oriente Cleopatra regina, di cui forsi Udito avrete ragionar sovente!

La qual vaga di voi fin di là corsi, E lieta veggio il mar dell'occidente: Io, non so, donne mie, se un sì gran mostro È miracol d'amore, o s'egli è vostro.

Io ch'ebbi già d'Italia i bei paesi Cotanto in odio, quando al mondo vissi, Che, per non li veder, gli aspidi presi, E di man propria sul mio cuor li affissi,

E piansi giù, nuda ombra, allor che intesi Che ancor nel marmo sculta io v'apparissi; Vi venga or, donne, dopo tanti tempi, Perché vostra beltà veda e contempi.

Tratta dal vostro amor non mi disdegno Cangiar il mio gran Nilo col vostr'Arno. Or quando uom pensò mai, che 'l mio bel regno Vedesse, ov'entra al mar Sebeto e Sarno,

Liri e Volturno, e 'l Tebro, ch'ho sì a sdegno; Ma spero il mio venir non sarà indarno: Sarò forse io cagion da oggi innanzi, Che ne' vostri bei petti amor s'avanzi:

Qual donna intorno al cor superbo ed empio Avrà sì dure adamantine tempre, Che non si faccia col mio vivo esempio Pietosa e umìle, e 'l suo rigor non stempre;

E qual'è sì bramosa d'altrui scempio, Ch'oggi non si disponga ad amar sempre, Vedendo in noi dopo mille anni e mille Viver d'amor le fiamme e le faville?

Mirate l'auree vele, e i ricchi legni, Che splender fan queste onde, e questa riva; Quante città son morte, e quanti regni Sin da quel tempo, che mia nave è viva;

Né curin di cercar gli umani ingegni Se materia mortal tanti anni viva; Che osar quaggiù non debbon le persone A' miracol d'Amor chieder ragione.

Ben mi credea che le altre mie larghezze, E le delizie, ond'io famosa andai, La beltà mia, le pompe, e le grandezze Vincesser quante al mondo ne fian mai;

Ma al contrario or avvien che le bellezze, Che splendon qui, vincon le mie d'assai, E quanto fu al mio tempo, e quanto poi, È nulla o poco a quel che scopro in voi.

Onde noi lieti ringraziamo Amore, Che a riva sì felice scorti n'ave, Né degno era che desse il buon signore Men dolce porto a sì leggiadra nave:

Adunque, donne mie, con tutto il core Di servire ad Amor non vi sia grave; Poiché è signor, che tanto vale e puote, Siate sempre d'Amor serve e devote.

Quanto sia largo Amor, la sua mercede, A nobil donna, che sue leggi osserva, Vieppiù d'ogni altra ne poss'io far fede, Che non fui seco mai dura e proterva;

E fei col suo favor sì alte prede, Che fur miei servi, chi fêr Roma serva; E con lo stral degli occhi, e col crin biondo Vinsi e legai quei ch'hanno vinto il mondo.

Ed or questi, a me caro, meco stassi Qual già nel mondo, tal nei campi elisî; Né, perché l'alma e Stige e Lete passi, Noi semo l'un dall'altro unqua divisi:

Amor dunque da voi mai non si lassi, Mentre oro è nelle tempie, e fior nei visi; Poiché chi segue l'amorosa corte Ha il guiderdone in vita, e dopo morte.

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