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1510–1568

XXIX

Luigi Tansillo

Qual fera iniqua stella Degli altrui danni avara A noi, Cintia, t'asconde? Cintia, più vaga e bella,

Più desiata e cara Di quante gemme han l'onde. Qual fior sovra le fronde Nascesti in terra, solo

Per dar diletto e fregi Ai ricchi strati regî; Or posto in duolo Hai la più nobil'alma

Che porti mortal salma. Forse al mondo ti fura Per trastullo del cielo La vaga errante luna?

Quando formò natura Sì acconcio e picciol velo Intorno ad alma alcuna? Tu fra le donne eri una

Cui par non ha memoria. Non sol per gioia altrui Ella ti fe' tra nui, Ma per sua gloria,

Come scultor, che scopra Grand'arte in picciol'opra. Se fean Cintia gli Dei I monti d'India degni

Del tuo gentil sembiante, Gli eserciti pimmei T'avrebbon nei lor regni Messa a tutt'altri avante:

E la nube sonante De le nemiche grue Avria cangiato stile: Piegando l'ale, umìle,

Ne le man tue S'avria renduta vinta, Da riverenza spinta. Il tuo sì picciol seno,

Qual nobil pianta, chiuse Alta virtude immensa: Quanto al corpo diè meno, Ne l'anima diffuse

Quel, che ogni ben dispensa. Non come il mondo pensa, Del breve tuo viaggio Fu a caso il fin sì ratto,

Ma con alto ordin fatto: Sendo tu un raggio Di bel quaggiù, sparire Dovevi, e non morire.

Poiché qual Cintia, Canzon, sei pargoletta; Gir non puoi sola, aspetta.

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