Qual fera iniqua stella
Degli altrui danni avara
A noi, Cintia, t'asconde?
Cintia, più vaga e bella,
Più desiata e cara
Di quante gemme han l'onde.
Qual fior sovra le fronde
Nascesti in terra, solo
Per dar diletto e fregi
Ai ricchi strati regî;
Or posto in duolo
Hai la più nobil'alma
Che porti mortal salma.
Forse al mondo ti fura
Per trastullo del cielo
La vaga errante luna?
Quando formò natura
Sì acconcio e picciol velo
Intorno ad alma alcuna?
Tu fra le donne eri una
Cui par non ha memoria.
Non sol per gioia altrui
Ella ti fe' tra nui,
Ma per sua gloria,
Come scultor, che scopra
Grand'arte in picciol'opra.
Se fean Cintia gli Dei
I monti d'India degni
Del tuo gentil sembiante,
Gli eserciti pimmei
T'avrebbon nei lor regni
Messa a tutt'altri avante:
E la nube sonante
De le nemiche grue
Avria cangiato stile:
Piegando l'ale, umìle,
Ne le man tue
S'avria renduta vinta,
Da riverenza spinta.
Il tuo sì picciol seno,
Qual nobil pianta, chiuse
Alta virtude immensa:
Quanto al corpo diè meno,
Ne l'anima diffuse
Quel, che ogni ben dispensa.
Non come il mondo pensa,
Del breve tuo viaggio
Fu a caso il fin sì ratto,
Ma con alto ordin fatto:
Sendo tu un raggio
Di bel quaggiù, sparire
Dovevi, e non morire.
Poiché qual Cintia,
Canzon, sei pargoletta;
Gir non puoi sola, aspetta.